Il libro
13 Agosto Ago 2019 1100 13 agosto 2019

Nadia Toffa, così ho imparato a lavorare (e ridere) lottando con la malattia

È morta a 40 anni la “guerriera” con il sorriso conduttrice de Le Iene. Stroncata dal cancro, aveva raccontato la sua storia in un libro, “Fiorire d’inverno”. Eccone qualche passaggio, per non dimenticarla

Nadia Toffa_Linkiesta
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Ho sempre creduto che la vita fosse disporre sul tavolo, nel miglior modo possibile, le carte che ti sei trovato in mano. Invece all’improvviso ne arriva una che spariglia tutte le altre, e la vita è proprio come ti giochi quell’ultima carta. Per ciascuno di noi l’esistenza è costellata di eventi che in prima battuta sono sembrati inaffrontabili, e invece poi hanno portato a una rinascita, a un nuovo equilibrio. Penso che ci sia un ordine più saggio che governa il mondo e di cui spesso ignoriamo il senso, la prospettiva. Per questo ho una grande fiducia, mi alzo sempre col sorriso. Certo che preferisco il sole, ma quando ci sei in mezzo scopri che anche la neve ha la sua bellezza. La malattia, l’avere bisogno di aiuto, mi hanno costretto a riprendere contatto con la mia parte più tenera e indifesa, quella più umana. Era come se mi fossi dimenticata che la fragilità non è una debolezza, ma è la condizione dell’essere umano ed è proprio lei che ci protegge, perché ci fa ascoltare quello che proviamo, quello che siamo, nel corpo e nel cuore.

Nadia Toffa, conduttrice del programma Mediaset Le Iene, è morta a 40 anni a causa di un cancro. Pubblichiamo un estratto del suo libro "Fiorire d'inverno" (edizioni Mondadori).

Con i capelli è stata tosta. Quando passo la mano e sento la pelle liscia ancora adesso mi dico: “Cazzo”. E non è solo per la femminilità, è che ogni volta che mi guardo allo specchio, o che mi tocco la testa, la loro mancanza mi ricorda tutto quello che ho passato. Dopo qualche settimana, la zona trattata dalla radioterapia ha cominciato a farmi male, scottava, era incandescente e prudeva. Ho passato notti intere senza dormire. Pensandoci ora però quella che mi ha più atterrato è stata la chemio, nel momento previsto dai medici è iniziato il tracollo dei globuli bianchi. Ogni giorno mi alzavo spossata come se durante la notte avessi corso una mezza maratona. Sono tornata nello studio de “Le Iene” a una settimana dalla fine delle cure. Durante la prima diretta dovevo salire sopra una specie di cubo per fare un balletto e le gambe erano molli, fiacche. Non mi reggevano. Ho fatto una fatica estrema, sempre col sorriso. Nessuno si è accorto di nulla. Poi, quando la curva dei globuli ha cominciato a salire, sentivo che ogni giorno recuperavo forza ed è stato bellissimo. È stato come nascere una seconda volta.

Il corpo tornava a essere quello che avevo sempre abitato, conosciuto. Tornavo a essere io. Avrei dovuto calmarmi un pochino per aiutare la ripresa, ma avevo troppa voglia di rimettermi in pista e il mio lavoro non è un lavoro normale. Non sono abituata a dover fare i conti con le analisi, a dover rispettare le date dei controlli. Prima di ammalarmi non sapevo mai dove sarei stata nei successivi venti giorni, cosa avrei fatto, non mi ero mai programmata nulla che andasse più in là di una settimana. Era una vita al contrario, ero abituata così e la nuova regolarità non mi si confaceva affatto. Ho dovuto riprogrammarmi, ho fissato gli esami di controllo sempre di lunedì mattina perché, con la diretta la domenica sera, sapevo che sarei stata sicuramente a Milano. Ho fatto piccoli aggiustamenti in modo da poter rispettare appuntamenti a lungo termine. Lo faccio ancora e continua a non piacermi. Amo non programmare, non avere un’agenda fitta, ma farmi guidare dall’imprevisto. Un’estate, viaggiavo in moto verso la Puglia e ho deciso di spezzare la traversata per non stancarmi troppo. Mi sono fermata e ho cercato un albergo dove passare la notte, come faccio sempre quando mi sposto, di solito cerco l’hotel mentre sono in treno o in aereo verso la destinazione. Nella hall dell’albergo sono entrati due ragazzi giovanissimi, con dei trolley rigidi. Hanno salutato il receptionist come se si conoscessero già e gli hanno chiesto se l’ombrellone sarebbe stato lo stesso dell’anno precedente. Si sarebbero fermati per quindici giorni tutto incluso, colazione, pranzo e cena. La mattina seguente sono scesa a fare colazione, i tavoli erano quasi tutti vuoti, il salone non aveva nessuna vista, quindi mi sono accomodata vicino al buffet. Dopo qualche minuto si è avvicinato un cameriere che mi ha detto piano: «Devo chiederle una cosa». «Dimmi.» «Potrebbe spostarsi a un altro tavolo?» Ho guardato la sala semivuota e ho visto che la coppia dei due ragazzi era in piedi e mi stava osservando. «Certo, non c’è problema» gli ho detto mentre mi alzavo. Lui forse per scusarsi ha aggiunto: «Vede quei ragazzi in piedi, questo è il loro posto». Mi ha colpito molto quella giovane coppia, e non perché li giudicassi giusti o sbagliati. Semplicemente mi hanno dato da riflettere sul fatto che alcune persone traggono sicurezza dal pianificare la vita, andare negli stessi posti, sapere cosa faranno domani e cosa faranno tra un mese. Per me è il contrario, da sempre. E non ha a che fare con i soldi o la popolarità. Viaggio da quando ho vent’anni e lo faccio in totale libertà. Quando avevo poca disponibilità, prenotavo il volo e partivo solo con lo zaino, tutto il resto era una scoperta. Anche in posti pericolosi come il Venezuela e la Colombia. Cercavo sempre di arrivare nei paesi prima che facesse buio, in modo da non rischiare, e poi cercavo la sistemazione più conveniente per dormire. In vacanza è così bello decidere all’ultimo momento, tanto ci si può adattare. Certo, se si hanno i soldi è più facile, si sceglie l’albergo più costoso, ma all’epoca non ne avevo, perciò spesso mi capitava di dormire in alberghetti dove l’acqua si scaldava con l’interruttore. Piuttosto che rischiare di rimanere fulminata preferivo fare la doccia gelata e alla fine mi asciugavo con il phon, era l’unica cosa che nello zaino non poteva mancare, me lo portavo sempre dietro.

Capitava che lungo la strada incontrassi altri viaggiatori che mi segnalavano dei posti speciali, magici, e allora mi spostavo di conseguenza, di giorno in giorno decidevo dove fermarmi e per quanto tempo. Se avessi prenotato ogni cosa dall’Italia non avrei potuto farlo e di sicuro avrei perso la gioia della scoperta. E poi, durante il viaggio la cognizione del tempo, del giorno e della settimana diventavano evanescenti. Libertà totale di seguire quello che mi andava di fare. Tutti dovrebbero provarlo almeno una volta nella vita. Certo, viaggiare così è più impegnativo e ora ho anche bisogno di riposo dopo aver sgobbato tutto l’inverno, quindi scelgo vacanze meno faticose, ma mi piace sempre lasciare un piccolo spazio per l’imprevisto. Anche nel lavoro conservo il gusto della sorpresa, per esempio prima di un’intervista non voglio sapere dall’autore i contenuti o che cosa può raccontarmi l’intervistato, perché voglio restare vergine, voglio potermi stupire senza farmi condizionare da preconcetti o pregiudizi. Se ho davanti una ragazza che è stata abusata, non voglio conoscere i dettagli della sua esperienza, voglio riviverla con lei mentre la condivide con me. L’autore conduce una preintervista e poi mi segnala se ci sono delle difficoltà, mi spiega come parla la persona, se è chiusa o meno, mi dà delle indicazioni sul suo carattere, ma non sulla storia. Tutte le domande che le faccio sono spontanee e sgorgano naturalmente da quello che mi dice. E così, ogni volta, accade che mi commuovo, provo dispiacere, mi arrabbio, sono disgustata, tutto in modo genuino. Poi, quando torno a casa, lascio che l’angoscia e l’intensità del momento facciano spazio a emozioni più leggere. Chiudo tutto dietro la porta. È questione d’allenamento, e bisogna imparare presto, altrimenti il dolore degli altri scava un solco così profondo dentro di te da impedirti di continuare a fare il tuo lavoro.

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