Dossier
Incubo di una crisi di mezz’estate
14 Agosto Ago 2019 0600 14 agosto 2019

Perché un governo progressista e verde deve nascere adesso (prima che sia troppo tardi)

Un lettore scrive a Linkiesta: “Disuguaglianze e cambiamento climatico vanno a braccetto. Per questo con la crisi di governo abbiamo un’occasione unica per dare vita al tipo di amministrazione che ci sarà essenziale nei prossimi anni: sinistra e 5 Stelle si alleino ora. Non abbiamo più tempo”

Fridays For Future_Linkiesta
INA FASSBENDER / AFP

Caro Direttore,

Le scrivo rivolgendomi in particolare agli elettori e attivisti del M5S, PD e LEU/SI. Lo faccio in totale spirito di umiltà, come persona consapevole della genesi del movimento politico di maggioranza relativa in Parlamento, come attivista impegnato nel sociale e come ricercatore precario, ma soprattutto preoccupato sia dalla situazione particolare del mio Paese, sia dal contesto delle sfide sistemiche e globali che abbiamo davanti.
Mi riferisco in particolare a due fenomeni dirimenti che vorrei brevemente analizzare: la scollatura, sempre più marcata, tra centro e periferia (e la sua concettualizzazione nella forma di conflitto tra classi) e il cambiamento climatico.

Il primo dei due fenomeni ha esacerbato, nel corso degli ultimi anni, con la complicità più o meno diretta di una fetta trasversale della politica istituzionale, l’odio dei penultimi verso gli ultimi e ha atrofizzato i meccanismi empatici del nostro vivere civile: sempre più persone, infatti, difficilmente percepiscono la sofferenza dell’”altro”, sia esso una persona migrante, un precario o una donna vittima di violenze sessuali. Questa percezione è uno dei fondamenti trascendentali (alcuni la legano al cristianesimo, a me piace pensare che ci sia di mezzo la grecità e tutto il suo set valoriale) dell’azione legislativa e della strutturazione della società e, quindi, il suo venir meno, ha ricadute dirette sul clima politico e istituzionale del Paese. Cresce a macchia d’olio il livore e il sospetto verso il terzo settore, le associazioni di volontariato, le dinamiche costituzionali e addirittura verso l’applicazione della pena, lì dove si invocano con facilità tanto la pena di morte quanto i condoni edilizi. È l’immagine di una società nuclearizzata dalle politiche neoliberal degli ultimi decenni e, forse fatalmente, lacerata dall’assenza di una visione collettiva che possa indicare almeno una direzione nel mare tempestoso di questi tempi di transizione.

Il secondo fenomeno non le sfuggirà certamente. Seguo con interessa la sua rubrica settimanale dedicata all’ecologia e al cambiamento climatico. Le ricerche non lasciano dubbi: l’impatto della società, industriale prima e dei consumi poi, ha alterato in maniera profonda alcuni gangli fondamentali della biosfera, mettendo a repentaglio la vita di migliaia di specie viventi e di centinaia di milioni di esseri umani. E tutti i modelli concordano sul fatto che di spazio di manovra ne abbiamo davvero poco, pochi anni, forse una decina, prima di raggiungere il punto di non ritorno. Le conseguenze sulla nostra società di una impennata della crisi ecologica sono a dir poco apocalittiche. Interee aree agricole rischiano la desertificazione, la quale innescherà inevitabilmente problemi sulle scorte alimentari. L’innalzamento del livello del mare mette a rischio un numero consistente di città sulla costa (basti pensare a Venezia) e l’aumento delle temperature e della fame nella aree sub-sahariane produrrà (cosa che sta già avvenendo) un aumento vertiginoso delle migrazioni.

Per affrontare la contingenza, nei tempi da essa richiesti, bisogna che le forze ambientaliste e progressiste facciano uno sforzo di dialogo. Adesso.

I due problemi che ho brevemente descritto sono intimamente legati: per affrontare le emergenze climatiche avremo bisogno di una società solidale e seria, in grado di prendere scelte poco dogmatiche e coraggiose. Viceversa, sarà possibile ricostruire una visione dell’uomo al di fuori della “religione” del consumo, se ci si mette nell’ottica dell’inter-relazione con la natura, che ci proietta inevitabilmente su scale globali, al di fuori di comodi e inutili nazionalismi. Per fare questo, per affrontare la contingenza, nei tempi da essa richiesti, bisogna che le forze ambientaliste e progressiste facciano uno sforzo di dialogo. Adesso.

Una vittoria, o una vittoria parziale dei conservatori e nazionalisti sposterebbe il tempo utile per affrontare le crisi ambientale e sociale di almeno cinque anni (se non di più). E questo, è mia opinione, non possiamo permettercelo.

Il Movimento 5 Stelle, poco prima della sua nascita, presentò un programma fortemente ecologista, benché a tratti poco approfondito, all’allora presidente Romano Prodi. La delusione di non essere ascoltati fu cocente, certamente, e le dinamiche politiche presero una piega diversa, una retorica diversa, a causa anche della crisi del debito che imperversava nel Paese. Ma, e questo è un dato di fatto, l’origine più profonda del Movimento sta sia nella battaglia per l’ambiente che nella diminuzione dei “privilegi”, percepiti come uno dei punti di rottura tra cittadini e istituzioni. Su questa base, un dialogo con il centro-sinistra parlamentare, auspicato già illo tempore, è più che possibile.

Guardiamo alle possibilità che abbiamo di fronte: le elezioni europee non hanno regalato la rottura sovranista di destra (che alcuni speravano) e nemmeno una forte affermazione delle forze di sinistra radicale (che personalmente auspicavo). Ma il movimento verde è cresciuto a dismisura “infettando”, magari per una eterogenesi dei fini, anche altri gruppi politici. Mi viene in mente la Germania del rigore la quale, proprio in questi giorni, discute sulla possibilità di aumentare il deficit per politiche “verdi”, di riqualificazione energetica, di lotta alle emissioni di anidride carbonica, eccetera. Una breccia, seppur parziale, nel mondo della austerity e dei vincoli di bilancio si apre, in quello che sembra essere l’inizio di una stagione economica caratterizzata da grossi investimenti pubblici per lo sviluppo sostenibile.

Di tempo ne abbiamo davvero poco e, forse, tra qualche anno staremo qui a rimpiangere questa occasione

Perché non cogliere l’attimo per intavolare una seria discussione su manovre espansive, in quattro anni, che preparino il Paese ad affrontare le nuove sfide globali? Mi riferisco a problemi di natura pratica, come la risoluzione del dissesto idrogeologico, la creazione di infrastrutture resilienti, l’ammodernamento energetico. Non ho bisogno certamente di aggiungere che questi provvedimenti avrebbero una grossa ricaduta sull’occupazione e sulla qualità delle infrastrutture del Paese.

Accanto a questo sforzo infrastrutturale forte, andrebbe intrapresa con forza la rivitalizzazione dello stato sociale e del terzo settore, per ricostruire l’alfabeto del mutualismo e della solidarietà, che, ripeto, sarà tanto essenziale per gli anni a venire quanto il ripensamento dell’idea di sviluppo.

Ritengo che queste siano le vere emergenze che abbiamo di fronte, inderogabili, che possono dare una giustificazione fondamentale e motivo di esistere ad un Governo politico nuovo. Questa possibilità fa stridere l’orecchio a molti (sono anni di insulti, presunzione, incapacità di dialogo che si accumulano), ma le possibilità offerte dal momento, cioé quelle di articolare i conflitti e sciogliere le ambiguità sulle rispettive visioni politiche, sono enormi.

All’orizzonte ci sono nuvole nere: metafora del pericolo autoritario e della inarrestabile ascesa del partito del carbone. Di tempo ne abbiamo davvero poco e, forse, tra qualche anno staremo qui a rimpiangere questa occasione. Una nuova politica puà nascere intorno ad un programma sociale ed ecologico, sintesi vera e non di palazzo delle sensibilità politiche a cui mi rivolgo.

Cordialmente,

G.B.

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