La Cina (non) è vicina
14 Agosto Ago 2019 0600 14 agosto 2019

Pirati al potere: così il Sindaco di Praga ha mandato a monte l’accordo tra Cina e Repubblica Ceca

Il sindaco di Praga chiede di rivedere le clausole dell'accordo con la Cina che prevede il riconoscimento di Taiwan come dominio cinese. Pechino promette tanto e mantiene poco. E soprattutto richiede completa fedeltà a chi sigla accordi con Pechino

Cina Repubblica Ceca_Linkiesta
MADOKA IKEGAMI / POOL / AFP

La sveglia per i cinesi sta suonando in Centro Europa: prima o poi suonerà anche a Roma? La Cina aveva stretto accordi con il Presidente Ceco Zeman con annunci in pompa magna di grandi investimenti e addirittura con l’invio di un panda allo zoo di Praga. In cambio aveva chiesto compromessi morali, come evitare di menzionare Taiwan e il Tibet. Il problema è che poi a Praga hanno vinto i Pirati (il partito, non la filibusta), molto legati a queste cause, e il nuovo sindaco si è accorto che gli investimenti non erano mai stati fatti. Capiamoci: lo sapevano tutti e pure noi l’avevamo scritto, ma adesso esiste una voce ufficiale e autorevole che lo certifica. In pratica Zdeněk Hřib, il sindaco di Praga, ha dichiarato che le clausole dell’accordo che parlano di “rispetto della One-China policy e riconoscimento di Taiwan come territorio cinese” vanno riviste. E i cinesi non l’hanno presa bene: hanno anche cancellato una tournée della Filarmonica di Praga che era già arrivata a Pechino. Il problema è che la Cina, abituata a un’orchestra politica che suona tutta dallo stesso spartito, non riesce a capacitarsi che l’amministrazione della capitale abbia idee diverse dal Presidente. E che se il Governo, pur diverso da chi occupa il Castello, sede della Presidenza della Repubblica, può aver problemi ad annunciare che il re è nudo, il sindaco ne ha molti di meno.

Questa storia ci insegna, o almeno ribadisce, alcune cose. La prima che la Cina, almeno finora, ha promesso parecchio e mantenuto poco. Pechino tende proprio per questo a siglare accordi con chi è molto più piccolo, perché pensa di mantenere il coltello dalla parte del manico. Il governo italiano è quindi avvertito: il protocollo d’intesa con i cinesi non è stata una buona idea. Molto meglio sarebbe stato parlare con Pechino a livello europeo. Ma non pare che Roma, al momento, ci senta molto bene dall’orecchio della logica, e soprattutto che l’attuale governo abbia idea di come si porti avanti la politica estera, visti i numerosi flop e i successi assenti.

O i governi nazionali iniziano a tenere in conto le esigenze delle città o queste faranno da sole

In secondo luogo la Cina richiede che chi sigla accordi con lei si presti, o piuttosto si prostri, alle posizioni cinesi, comprese quelle decisamente autoritarie, e particolarmente sui territori che Pechino considera cinesi anche se gli abitanti non sono d’accordo. La terza considerazione prescinde dal fatto qui esposto: le grandi città sono sempre meno in linea con i governi nazionali, anche perché hanno esigenze, prima che idee, diverse dalle zone meno urbanizzate. Questo diventa ancora più un problema considerato che la ricchezza delle città sale molto più rapidamente di quella delle zone non urbane. Questo è vero per Praga, Londra, New York, ma anche per Milano. Oltretutto i sindaci delle grandi aree metropolitane si stanno organizzando per creare una rete di città che rischia di diventare un canale diplomatico parallelo: insomma o i governi nazionali iniziano a tenere in conto le esigenze delle città o queste faranno da sole. Alla fine nelle aree metropolitane non mancano né mezzi né competenze, compresi funzionari che farebbero invidia a molti ministeri degli esteri, che però sono spesso occupati da direttori ereditari e direttrici consorti che, anche quando sono competenti, non brillano per iniziativa.

Un sindaco ha la caratteristica di quella che in inglese si chiama accountability: insomma risponde direttamente ai suoi elettori di quello che riesce e non riesce a fare, e gli elettori locali tendono ad accordare poche scuse ai sindaci che non li soddisfano. A questo proposito il sindaco di Milano Giuseppe Sala è stato intervistato recentemente da Ian Bremmer, probabilmente il più grande esperto di geopolitica al mondo, insieme ad altri due sindaci, uno inglese e l’altra africana. Sala ha detto che per amministrare bene ci sono tre pilastri: il primo sono i servizi, che devono funzionare. Il secondo è la visione del futuro. Al terzo posto, dopo aver fatto le due cose precedenti, ci vuole uno storytelling. Gli spin doctors di molte città e governi farebbero bene ad aver chiaro l’ordine di importanza di cui sopra: una buona storia se i rifiuti puzzano sotto le finestre o se non c’è una visione di futuro non basta. L’intervista è in Inglese, che Raggi parla molto bene: forse è il caso che la ascolti e ne tragga le giuste conclusioni. Intanto a Praga si vedono bandiere di Taiwan e Tibet e per la tangenziale ci sono striscioni di supporto a Hong Kong. Pechino certamente non gradisce.

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