E il naufragar m’è dolce
14 Agosto Ago 2019 0600 14 agosto 2019

La poesia più difficile da tradurre? “L’infinito” di Leopardi

La poetessa americana Susan Stewart ha tradotto diversi poeti italiani, da Alda Merini a Milo De Angelis. Con Leopardi, però, non si è mai cimentata: “Non ne sarei in grado: l’inglese non è risonante quanto l’italiano, gli endecasillabi sono diversi. E Leopardi troppo profondo per essere compreso”

Giacomo Leopardi Film_Linkiesta
PangeaNews

Ci sono poesie che hanno nitidezza di amuleto, le sventoli a Capo Horn e qualcuno sussurra, riconoscendone l’ostia, alle Orcadi. Poesie che hanno una immediatezza che sconfigge l’idioma: da esse derivano i nostri cuori continentali. Così, il colle de L’infinito non è a Recanati, è a New York, a Parigi, in un borgo basco, è il nostro naturale scoscendere verso gli inferi e gli infiniti. Fame e finezza. Nella trasmutazione verbale – e alchemica – di quella poesia, perciò, ciò che si perde – che è ‘tradito’ – è anche ciò che eccede, è il di più. La poesia ha una natura di vento, è inafferrabile: così l’esercizio traduttivo è sfrenato. L’infinito, si sa, scritto due secoli fa, è stato tradotto dai grandi poeti: gira diverso nel palato di Rilke, in quello di Anna Achmatova, di Yves Bonnefoy. Nella necessità di sprofondare con maggiore esattezza in quell’idillio, pare necessario il saggio di Susan Stewart, tra i grandi poeti americani viventiColumbarium è edito da Ares nel 2006; Red Rover è edito da Jaca Book nel 2011 –, filosofa della letteratura, professoressa a Princeton, Tradurre “L’infinito” di Leopardi un compito infinito (Raffaelli, 2019; traduzione italiana di Maria Cristina Biggio).

Nel saggio, con competenza speciale – la Stewart ha tradotto in Usa l’opera di Alda Merini, di Scipione, di Milo De Angelis e di Antonella Anedda – si studiano tre versioni de L’infinito: quella di Kenneth Rexroth (pubblica nel 1966), di Eamon Grennan (1997), di Jonathan Galassi (2012). Di ciascuna versione, la Stewart coglie i pregi, ma soprattutto le difficoltà della lingua inglese – fin nel titolo, che oscilla tra “The Infinite”, “Infinity”, “Infinitive” – nell’imbrigliare il ‘leopardiano’ – questione, credo, per altro, di ‘colore’ della lingua, di ‘creta’, che coniuga il cristallino di Raffaello alla vertigine di Marco Aurelio. “Rexroth ha fatto conoscere Leopardi nell’inglese americano contemporaneo. Grennan ha creato una poesia inglese viva e memorabile. Galassi si è adoperato in un a cura senza precedenti”, scrive, infine, la Stewart. In calce al volume, si possono leggere e comparare le tre versioni: la semplicità di Leopardi è ardua, fermenta tre poesie dalle eccezioni verbali molto diverse tra loro. Per fare un Leopardi, oltreoceano, ci sono voluti tre poeti-traduttori, tre lingue.

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