Letture di viaggio
16 Agosto Ago 2019 0601 16 agosto 2019

Simenon non sa scrivere di viaggi; se cercate un paesaggista della parola, leggete piuttosto Piero Chiara

“Il Mediterraneo in barca” Simenon lo scrisse mentre era impegnato su almeno tre altri titoli: il risultato è un libro che celebra il proprio ego, più che i paesaggi. Piero Chiara, invece, scrive a pennellate leonardesche: se cercate un bel libro di viaggio, scegliete la sua raccolta di articoli

Georges Simenon_Linkiesta
Foto da Facebook

Il bastone. Con Georges Simenon, di certo, farei un giro in barca. Sufficientemente narciso da essere un gran conversatore, sapeva come divertirsi. “Per scendere a terra ci sono soltanto quattro buoni motivi, ovvero quattro luoghi da visitare”, scrive nel suo affrettato reportage marittimo. Tre luoghi sono utili a sbrigare le faccende – “la capitaneria di porto”, “la dogana”, “il fermo posta”. Il quarto è per ossigenare il corpo: “il bordello, per ritrovare le vostre abitudini, un ambiente familiare, qualche ragazza che parli la vostra lingua, alcolici d’ogni genere”.

Detto questo, i reportage di Simenon dal ‘mare nostro’, raccolti come Il Mediterraneo in barca, sono inutili allo scopo. Simenon, che qui scrive con la mano sinistra, anzi, con i piedi – i ‘pezzi’ furono pubblicati sul settimanale “Marianne”, “fra il giugno e il settembre del 1934”, cioè quando GS aveva appena pubblicato un romanzo su Maigret, stava lavorando a una silloge di racconti, scriveva e pensava, nell’ordine: I clienti di Avrenos, Il pensionante, I Pitard, che tanto piacque a Céline – non è interessato al panorama che ha intorno, quanto, piuttosto, a circumnavigare il proprio ego. Così, le sue storie – sulla scia di quanto “diceva Stevenson” – sono grottesche, spesso noiose (quella sui cugini del capitano a bordo, imbarcati coi cugini dei cugini, ingrassa Orfeo), appena schizzate (quella del marinaio che fa giurare alla neo-sposa di non tradirlo mentre è in mare, altrimenti “ti mangio il cuore”, e quando torna lei lo sfida, “ti ho tradito con cani e porci”, e lui la uccide e le estrae il cuore “passando dalla parte… che aveva… peccato”, meriterebbe la tensione di un Poe e i chiaroscuri di Hitchcock, mentre va giù, glu glu, in tre pagine sciupate).

Di Simenon, più adatto a indagare i panorami umani ed esistenziali che a indugiare nella contemplazione dei luoghi, va letto quel micidiale j’accuse contro se stesso, Memorie intime, o il dolente Lettera a mia madre

D’altra parte, quando fa filosofia lo scrittore bordeggia scempiaggini (parole sue: “È difficile girare per il Mediterraneo senza filosofeggiare. E filosofeggiando si corre naturalmente il rischio di dire sciocchezze…”): la favola pia che al Nord ci si lamenta della crisi perché si è avidi speculatori mentre al Sud c’è il sole, la natura dona i frutti e son felici tutti, l’aveva detta, con più brio, posto che sia vera, Goethe (al cospetto di un ozioso napoletano, con sorriso stampato in faccia, capì: se anche gli proponessero un ruolo d’eccellenza a San Pietroburgo, alla corte dello zar, costui non accetterebbe perché qui, da povero, è ricco di ogni bendiddio).

Quando approda in Sicilia, Simenon scade nel luogo comune del mafioso rimpinzato di cassata (“Quasi tutti i gangster che hanno fatto tremare Chicago e l’America intera sono originari di qui”); appena sente l’afrore di un vero reportage giornalistico (“Hammamet è la mecca della pederastia!”: Simenon ha l’ossessione sessuale, l’ansia di leggere la civiltà sulla scia delle pervicaci mode pelviche, smutandando il prossimo) lo risolve in un fiotto di battute. Adelphi annuncia che con questo libro “prende avvio… la pubblicazione di una vasta scelta dei reportage di Georges Simenon”. Di un grande si propinano le briciole; che arlecchinata: l’edizione elegante, mandata in libreria durante l’estate, convincerà più di un lettore, certo di leggere i reportage di viaggio di Simenon. Maliziosa balla.

Di Simenon, più adatto a indagare i panorami umani ed esistenziali che a indugiare nella contemplazione dei luoghi, va letto quel micidiale j’accuse contro se stesso, Memorie intime, o il dolente Lettera a mia madre. Simenon sa niente di albatros, di isole e di porti; preferisce navigare, rischiando l’osso, sulle maree dei sentimenti, con violenta acutezza. Del resto, ha ragione Matteo Codignola, che firma la postfazione del libro: la cosa più intrigante, qui, sono le fotografie riesumate di Simenon. Troppo poche per giustificare l’acquisto.

Georges Simenon, Il Mediterraneo in barca, Adelphi 2019, pp.190, euro 16,00

Piero Chiara scrive a pennellate leonardesche, con la giubba da libertino illuminato: la città, per lui, è l’emblema dell’intelligenza che l’ha costruita, sotto ogni pietra batte un cuore

La carota. Il genere ‘letteratura di viaggio’ gode di buona salute e di ottima stampa: il lettore ‘turistico’, così, legge qualcosa che ritiene utile a indorare l’ozio, per altro narrativamente decente. Enrico Brizzi, per dire – un poligrafo, quasi come Simenon… – già autore dell’unico romanzo per cui è noto, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, si è rifatto una identità letteraria scrivendo libri ‘di viaggio’ che sono pure di successo. L’ultimo libro, Il diavolo in Terrasanta, appena edito da Mondadori, racconta, appunto, un “Viaggio per terra e per mare da Roma a Gerusalemme”, ampliando quello stampato dieci anni fa da Ediciclo, La Via di Gerusalemme.

Brizzi ha fatto anche il fatidico Cammino di Santiago, descritto in Il sogno del drago (Ponte alle Grazie, 2017), ma sulla stessa via vi segnalo il romanzo in viaggio – con visione e rivelazione – di Elio Paoloni, Abbronzati a sinistra (Melville Edizioni, 2019), corrosivo, cinico, compassionevole, bello. Restando nel ring dei ‘matusa’ della letteratura, dei titani del Novecento, mi tocca dire – mai l’avrei pensato – che Piero Chiara è meglio di Simenon. Partecipando allo stesso genere – articoli giornalistici – Chiara risulta più acuto, aderente a ciò che osserva (“Chiara amava viaggiare e viaggiò molto”, scrive Federico Roncoroni in introduzione), risalta chiaro il talento del paesaggista. Così, questa raccolta di articoli In viaggio, suddivisi per aree geografiche – Svizzera, Francia, Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Cecoslovacchia, Italia –, spesso brevi come uno scorcio fiammingo (“Cannobio splende in silenzio nelle sue pietre grigie e vive, nei suoi tetti di coppi, nelle sue vie tortuose dai portoni con gli stipiti di granito o di serizzo”: dov’è Cannobio non ve lo dico, andateci, vale il viaggio), è decisamente necessaria al viaggiatore anomalo, al vagabondo del bello e dell’ignoto, all’Achab bibliomane.

Ecco, in Piero Chiara la scrittura non si fa mai opaca e frettolosa, spesso è infiammata da stilettate ironiche

Piero Chiara scrive a pennellate leonardesche, con la giubba da libertino illuminato: la città, per lui, è l’emblema dell’intelligenza che l’ha costruita, sotto ogni pietra batte un cuore. Così, “fuori dai caffè di Madrid la gente si stende nelle poltrone davanti a coppe di birra, l’anice bianco appanna i bicchieri, i gelati volteggiano fra i tavoli; il passeggio si svolge frenato dal denso languore della sera. L’antica stasi riprende i figli dei conquistatori e le ore della notte passano in un questo tripudio illuminato al neon”.

A Parigi “il Chiostro di Cluny rompe da dieci secoli l’onda frenetica di un quartiere ribollente di vita, e sta come una nave celeste atterrata nel centro del mondo”; a Londra, “sul ponte di Waterloo restai a lungo… guardai da una parte, verso i docks, dove si muovevano rimorchiatori e chiatte, poi dall’altra, verso il Parlamento, e pensai a un Canal Grande del nord, ferrigno e corrusco quanto l’altro è dolce e sonnolento”, mentre il sole appare “come un cespo di mimose nella nebbia”. Ecco, in Piero Chiara la scrittura non si fa mai opaca e frettolosa, spesso è infiammata da stilettate ironiche. Il reportage dal Pen International, a New York, sotto la presidenza di Arthur Miller, datato 20 agosto 1966, in questo senso, è spassoso. Gli aurei discorsi (“lo scrittore, cioè in sostanza l’uomo, può determinare qualche cosa o può soltanto subire i tiranni, la società, l’industria, la meccanizzazione?”) si risolvono in pacchiani buffet, “usciti da una cornucopia senza fondo, imponenti, e le patacche sugli sparati e sulle toilettes delle signore non si contavano”.

Poco dopo il convegno – tante parole, altrettante vivande – Chiara guarda agli italiani in America: “l’altro giorno hanno portato a spasso Sant’Antonio, domani faranno festa al loro Congressman, il candidato repubblicano o democratico che a Washington esprimerà la loro volontà: la volontà di star tranquilli”. Ineccepibile cinismo. Chiara guarda l’uomo e il luogo: Simenon lo ingurgita.

Piero Chiara, In viaggio, Aragno 2019, pp.368, euro 25,00

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