Dossier
Incubo di una crisi di mezz’estate
baci a gigino
16 Agosto Ago 2019 0700 16 agosto 2019

Ti amo, ricominciamo: ecco perché Salvini sta veramente provando a tornare coi Cinque Stelle

La fragilità e l'arroganza del leader: Salvini farebbe di tutto per ricucire con Di Maio, ma, allo stato attuale, spicca solo la sua inconsistenza rispetto ai veri tessitori del patto tra Pd e Cinque Stelle. E la sua inadeguatezza politica

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Forse ha ragione Bobo Maroni, che il Capitano lo conosce bene, a metterci in guardia: «Mi giocherei una tripla - ha detto sugli esiti possibili della crisi di governo - non escludo sorprese da Salvini». Non ha detto retromarcia, non ha parlato del ritiro della sfiducia al governo guidato da Giuseppe Conte, non ha nominato un rimpasto, magari tagliando la testa di un paio di ministri sgraditi come Elisabetta Trenta o Danilo Toninelli, che giusto ieri non hanno firmato la chiusura dei porti italiani alla nave della Ong Open Arms con 147 migranti a bordo.

Niente di tutto questo, ma è di tutto questo che si comincia a sussurrare, nei palazzi della politica o nei loro succedanei estivi. Di Salvini che afferma di non aver mai detto di voler staccare la spina al governo Conte. Di Salvini che dice che il suo telefono è sempre acceso. Di Salvini che risponde “vedremo” a chi gli chiede se l’alleanza col Movimento Cinque Stelle è finita davvero. E di Di Maio che, per ora, respinge al mittente le avances dell’(ex?) alleato. Di Di Battista che non chiude alla Lega ma chiede altri interlocutori. Di sondaggi tra gli elettori del Movimento, come quello pubblicato dal Fatto Quotidiano, secondo cui l’alleanza giallorossa sarebbe più gradita, rispetto a un ritorno tra le braccia del Capitano.

Il Re - pardon, il Capitano - è nudo. Allo stato attuale, l’unica cosa che può assomigliare a una non sconfitta, per Salvini, è tornare come se niente fosse al governo senza uno o due ministri sgraditi

Nessun pronostico. Tripla secca, fino a martedì. Ma è sintomatica, quest’ennesima giravolta, del sorprendente stato confusionale di Matteo Salvini di queste ultime settimane. L’avevamo lasciato imbattibile, quand’era riuscito a imporre al parlamento sia il decreto sicurezza bis, sia il Sì alla Tav, grazie pure ai voti del Pd. Lo ritroviamo nelle secche di una crisi da lui generata, incapace di portare il Paese al voto, con un’alleanza Pd-Cinque Stelle molto più vicina di quanto si pensasse, con un bluff - quello del voto alla riforma costituzionale prima della sfiducia a Conte - rispedito al mittente, con lo Stato maggiore leghista, Giorgetti in testa, che si dissocia dalla sua decisione di mandare a monte l’alleanza gialloverde, coi Cinque Stelle che rispediscono (per ora) al mittente il suo “Ti amo, ricominciamo”.

Il Re - pardon, il Capitano - è nudo. Allo stato attuale, l’unica cosa che può assomigliare a una non sconfitta, per Salvini, è tornare come se niente fosse al governo senza uno o due ministri sgraditi, con l’onere di una legge di bilancio da costruire e i rapporti di forza con il Movimento Cinque Stelle improvvisamente ribaltati - a proposito: sarà divertente vedere come sarà gestita la partita dell’autonomia, dovesse succedere. Ad andargli malissimo, invece, si ritroverà all’opposizione, a vedersi cancellare tutta la sua impalcatura securitaria, i suoi pessimi rapporti di vicinato coi partner europei, la sua guerriglia politica permanente, la sua centralità nel dettare l’agenda e di imporla alle altre forze politiche utilizzando il megafono del suo ruolo istituzionale. Alleato di nuovo a Berlusconi e Meloni, per di più, schifati fino al giorno prima e da lui stesso cercati nel momento di massima difficoltà, quando ha capito che andare al voto non sarebbe stato così semplice.

In dieci giorni Salvini ha dimostrato che non è niente di diverso da Renzi, o da Di Maio. Un leader giovane, fragile e arrogante

Applausi, non c’è che dire. In dieci giorni Salvini ha dimostrato che non è niente di diverso da Renzi, o da Di Maio. Un leader giovane, fragile e arrogante, che si regge su un consenso effimero e che è forte fino a che da quel consenso è sorretto, vittima del suo stesso personaggio, del tutto incapace a fare politica senza farne uno show comunicativo permanente. Soprattutto, talmente pieno di sé da non accorgersi dei pericoli delle sue stesse strategie. Soprattutto, di quanto bastino un paio di democristiani come Sergio Mattarella, o come il duo Franceschini-Guerini, veri tessitori dell’alleanza giallorossa, a metterlo in crisi, quando è costretto a giocare la partita in Parlamento, e non tra le piazze e le spiagge. La pacchia è finita, comunque vada.

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