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19 Agosto Ago 2019 0600 19 agosto 2019

Anche i kibbutz sono cambiati: adesso sono centri di co-working per nomadi digitali

I tempi cambiano, devono cambiare anche le formule di queste strutture di vita comunitaria e formazione che hanno fatto la storia di Israele. Ora si punta su innovazione, imprenditoria, rispetto ambientale e giustizia sociale

kibbutz
da Wikimedia

Una volta era una piccola comunità di persone che, lavorando la terra e condividendo i beni, contribuiva a edificare un Paese e il suo spirito fondativo. Il kibbutz richiamava ebrei da ogni parte del mondo con la speranza che, alla fine della permanenza, decidessero di restare. Molti, del resto, hanno fatto così.

Adesso le cose sono cambiate: il vecchio sistema kibbutz è in declino. Il suo appealing è in calo, il sogno della comunità con una economia in comune si è esaurito con la fine degli anni ’70. E lo Stato di Israele ha superato i 70 anni, tra mille traversie e incidenti.

L’unica soluzione è riammodernare tutto.

È uno dei progetti raccontati su Tablet magazine: all’interno di una nazione moderna e tecnologica (una “startup nation”) anche il concetto di kibbutz va incontro a un processo di rebranding di questo genere. Da esperienza comunitaria, diventa una sorta di succursale della Silicon Valley: addio al duro lavoro della terra, benvenuto allo spazio di coworking e gli acceleratori di startup. Il progetto elaborato da Har-Shai, gestore di uno dei tanti kibbutz del Paese, guarda ai cosiddetti nomadi digitali per offrire loro un luogo in cui possono lavorare a progetti e idee. Non contadini, ma una nuova classe imprenditoriale.

“I kibbutz hanno sempre fatto così: attitrato persone avventurose e curiose”, ha spiegato. “Come i primi volontari, anche la nostra generazione cerca esperienze autentiche e piene di significato. La differenza principale è che le persone di oggi non vogliono mettere via i piani di carriera. E grazie alla tecnologia non devono nemmeno farlo”.

Oltre al lavoro solitario e alla vita in comune, sarà possibile svolgere progetti (non obbligatori) di volontariato. Una scelta consigliata perché “l’idea è di inserire anche momenti di lavoro manuale nelle attività di ogni giorno. Aiuta a mantenere uno stile di vita più equilibrato”.

Equilibrio, lavoro e imprenditoria. E il lato spirituale? Alcuni kibbutz puntano proprio su quello, anche qui in termini riammodernati. L’esperienza del kibbutz diventa wellness, mindfulness e presa di coscienza ecologica. Molti puntano a formare persone consapevoli dei rischi del cambiamento climatico, che cercano armonia con la natura e la terra. Vengono insegnate tecniche di lotta allo spreco, sistemi di coltivazione avanzati, per il cibo biologico, costruzioni rispettose dell’ambiente e metodi per ridurre i rifiuti.

Non mancano altri che, invece, puntano sul coté più politico: corsi di giustizia sociale, formazione all’attivismo, fondazione di case editrici militanti.

Un mondo, insomma, in fermento, desideroso di rinascere ripescando lo spirito degli anni passati ma declinandolo secondo le tendenze e le necessità della modernità, con una prospettiva globale (e non più nazionale) e innovativa. Segue le mode, forse. Ma, dato il potenziale, le imporrà anche.

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