Oltre la crisi di governo
21 Agosto Ago 2019 0601 21 agosto 2019

Il prossimo problema dell’Occidente si chiama Iran (e ce lo siamo andati a cercare)

L’Occidente ha talvolta la memoria corta, ma quella degli iraniani sui fatti e misfatti che lamentano di aver subito no. Ed è anche su questa diversa percezione del passato che si sta giocando la pericolosa partita del presente

Rohani Linkiesta
(HO / Iranian Presidency / AFP)

«È tempo che qualcuno se ne renda conto». Mentre la crisi estiva nel Golfo compie un nuovo giro di boa, con il dissequestro della nave iraniana Grace 1 alias Adrian Darya-1, da parte del governo di Gibilterra, il ministro degli Esteri Javad Zarif ritesse dai Paesi Scandinavi la tela della diplomazia e twitta su ben altri argomenti. E soprattutto ricorda il colpo di Stato del 19 agosto 1953, ordito dai servizi segreti Usa e britannici contro il premier Mohammad Mossadeq, l’artefice della nazionalizzazione dell’industria petrolifera iraniana. “66 anni fa – twitta appunto Zarif – un colpo di Stato istigato da Stati Uniti e Regno Unito rovesciò il governo democraticamente eletto dell’Iran. Questa atrocità fece seguito ad anni di ‘massima pressione’ sugli iraniani. Il nostro popolo pose fine a queste interferenze nel 1979”, cioè con la rivoluzione. È di questo dunque che qualcuno, a suo avviso, dovrebbe rendersi conto.

L’Occidente ha talvolta la memoria corta, ma quella degli iraniani sui fatti e misfatti che lamentano di aver subito no. Ed è anche su questa diversa percezione del passato che si sta giocando la pericolosa partita del presente: quella aperta dall’uscita unilaterale di Trump dall’accordo sul nucleare e sfociata nelle nuove tensioni nel Golfo oltre che nella decisione di Teheran – decisione sempre reversibile con il realizzarsi delle promesse ancora inevase dall’Europa – di avviare una graduale riduzione del proprio rispetto, fino ad allora puntuale, dello stesso accordo.

Torniamo dunque alla storia: Mossadeq, nominato primo ministro dal giovane scià Mohammad Reza Pahlavi, denunciò nel 1951 gli accordi petroliferi del 1933 con la Gran Bretagna e nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Company, aprendo con Londra un conflitto economico e politico che sfociò in un embargo del Regno Unito contro il petrolio iraniano, in una paralisi della produzione e in una grave crisi economica. Sostenuto da un’opinione pubblica che lo vedeva come un eroe nazionale che avrebbe infine liberato l’Iran dal controllo delle potenze coloniali, Mossadeq mantenne una posizione ferma contro Londra. I cui servizi segreti, insieme alla Cia, organizzarono il golpe che condusse alla sua deposizione, al rientro dello scià (nel frattempo riparato a Roma) e alla ripresa dello sfruttamento del petrolio iraniano da parte delle compagnie britanniche. Quell’esperienza lascerà – come scrive Nicola Pedde nel suo Rivoluzione in Iran (Rosemberg & Sellier, 2019) - “un profondo solco nella storia e nella memoria degli iraniani, alimentando esponenzialmente il sentimento di timore verso l’esterno e la percezione di una costante ingerenza dei paesi occidentali”.

È anche sulla diversa percezione del passato che si sta giocando la pericolosa partita del presente

Un sentimento riattizzato dalla lunga guerra Iran-Iraq innescata dall’attacco del 1980 da parte di Saddam Hussein – a sua volta appoggiato dall’Occidente e dalla maggior parte dei paesi arabi, tranne la Siria – e rinforzato da decenni di sanzioni degli Usa, dell’Onu e degli europei contro la Repubblica Islamica: una stagione solo brevemente chiusa dall’accordo sul nucleare concluso a Vienna nel luglio 2015, il cosiddetto Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action).

È a questa storia che si deve dunque tornare per comprendere le ragioni delle politiche di difesa di Teheran, centrate sullo sviluppo autonomo di un proprio arsenale e su una linea avanzata al di fuori dei confini nazionali, e per questo guardata con tanto allarme dall’Occidente: una strategia difensiva imperniata ad oggi da una parte sui missili balistici come arma convenzionale e preventiva contro ogni eventuale attacco, e dall’altra su una propria presenza diretta o tramite milizie amiche in Iraq, Siria, Libano e Gaza per eventualmente garantirsi, in caso di attacco, una pronta ed efficace reazione già fuori del proprio territorio.

Ma a tale storia si deve tornare anche per rileggere gli eventi di questi ultimi mesi. Mesi in cui, a partire dall’annuncio del presidente Hassan Rouhani dell’8 maggio scorso (primo anniversario del ritiro di Trump dal Jcpoa) che Teheran avrebbe appunto gradualmente ridotto il rispetto dei suoi adempimenti – a meno che le altre potenze firmatarie dell’accordo non avessero creato fattivamente le condizioni perché l’Iran potesse trarne gli attesi benefici economici, e soprattutto potesse continuare a vendere il suo petrolio nonostante le nuove sanzioni Usa, concepite in modo da colpire anche gli altri paesi che interagivano con l’economia iraniana.

È una storia in cui si intrecciano l’orgoglio nazionale ma anche le dialettiche politiche interne al sistema iraniano, in cui la strategia di massima pressione di Trump ha inevitabilmente rafforzato l’ala dura della classe dirigente rispetto a quella moderata incarnata da Rouhani e Zarif, che aveva invece scommesso tutto su migliori rapporti con l’Occidente.

E che spiega anche le ultime schermaglie sulle petroliere sequestrate – con Teheran a chiarire che il dissequestro da parte di Gibilterra della Adrian Darya -1, con il suo carico di petrolio iraniano, non comportava affatto un automatico dissequestro da parte di Teheran della petroliera battente bandiera britannica, la Stena Impero, nel Golfo: si attende un ordine del tribunale, ha chiarito il portavoce del ministero degli Esteri.

È una storia in cui si intrecciano l’orgoglio nazionale ma anche le dialettiche politiche interne al sistema iraniano, in cui la strategia di massima pressione di Trump ha inevitabilmente rafforzato l’ala dura della classe dirigente

Ma ciò che più pare rilevante sono le ragioni per cui le autorità di Gibilterra, territorio britannico d’oltremare, ha deciso il dissequestro, nonostante la richiesta di Washington di non farlo e di trasferire invece la nave agli Usa. Il governo statunitense, spiega il New York Times, aveva infatti denunciato che in quella petroliera erano coinvolti vari soggetti legati ai Guardiani della rivoluzione, recentemente inseriti nella lista Usa delle organizzazioni terroristiche. Ma Gibilterra ha invece sostenuto che le sanzioni Usa contro l’Iran non si applicavano all’Unione europea.

Una presa di distanza significativa, che potrebbe indicare non solo un ruolo attivo della stessa Gran Bretagna (principale alleato Usa in Europa) nel tentare una distensione nella crisi, ma anche un’ulteriore affermazione della volontà europea di non soggiacere alle sanzioni Usa - benché tale determinazione fatichi tuttora a passare (come dimostra la lenta partenza di Instex, lo strumento finanziario alternativo per far riprendere gli scambi economici con Teheran) dalle parole ai fatti.

Il fatto è che, nonostante il discreto attivismo di Zarif su Twitter e sui media Usa, Teheran non ha ancora sviluppato una politica comunicativa efficace per far passare la propria percezione e narrativa dei fatti in modo altrettanto pervasivo di quello dei suoi antagonisti internazionali. Contribuendo così alla propria cronica debolezza sul piano mediatico, rispetto al ‘mainstrem’ che origina tra i suoi rivali.

Per fortuna che proprio dal Regno Unito, ora governato da Boris Johnson, giunge un approccio analitico (e autocritico) particolarmente interessante. È quello dell’ex ministro degli esteri britannico Jack Straw, autore di The English Job. Understanding Iran and Why It Distrusts Britain (Biteback, 2019). Il quale in particolare osserva come i poteri deputati al controllo sociale e alla repressione del dissenso nella Repubblica Islamica (dalla magistratura alla potente intelligence dei Pasdaran) non dipendano affatto dal presidente e dal suo governo né rispondano al parlamento, ma agiscano in autonomia e facendo riferimento solo alla Guida suprema. Evidenziando in questa dicotomia uno dei problemi principali del sistema iraniano, Straw sottolinea come – vista anche l’insofferenza di molti iraniani verso la Repubblica Islamica o perlomeno verso le sue storture, dalla corruzione alle diseguaglianze sociali e alle libertà negate – all’Iran sia necessaria una riforma interna che restituisca agli organi eletti il controllo delle “forze coercitive” che restringono il campo dei diritti umani e civili nel Paese. Ma perché questa riforma interna possa compiersi, la comunità internazionale è chiamata ad agire “non con i metodi occulti cui ha fatto ricorso in passato con tanto disastrose conseguenze – si legge in una delle anticipazioni del suo libro apparsi sulla stampa britannica – ma nel comprendere e rispettare l’Iran e la sua gente, nel lavorare per porre fine al suo isolamento e nel denunciare il persistere degli eccessi del regime”.

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