poesie invecchiate
23 Agosto Ago 2019 0600 23 agosto 2019

Cose del Novecento di cui possiamo fare a meno: l’Antologia di Spoon River

Il capolavoro di Edgar Lee Masters è davvero imprescindibile? O può essere lasciato insieme ai ricordi giovanili di una generazione che lo aveva interpretato come un manifesto per l’agire politico?

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da Wikimedia Commons

Primo gennaio 1915. Numero 1, volume II di “The Egoist”, An Individualist Review – me la ripasso come una leccornia sui denti tale sottotestata.L’impeto – e i denari – di una femminista esteta, Dora Marsden, il talento redazionale di Richard Aldington, i suggerimenti di Ezra Pound. Per quanto è durato – cinque anni, fino al 1919 – ‘L’Egoista’ fu una grande testata. Fisiamoci su quel numero lì. Aldington firma un saggio sui Plays of John Synge, James Joyce pubblica, a puntate, il Portrait of the Artist as a Young Man, qualcuno sta traducendo Lautréamont, The Songs of Maldoror. Ezra Pound, come sempre, fa l’agitatore. “Finalmente! Finalmente l’America ha trovato un poeta. Non capitemi male, l’America, grande terra dal futuro ipotetico, ha avuto grandi poeti, ma da Whitman in poi non si è visto nulla di nuovo. Walt ha imposto una moda”. Gli elogi di Pound – esperto in analoghi furori – sono rivolti a tale Webster Ford.

Webster Ford è il nome con cui Edgar Lee Masters, avvocato presso lo stato dell’Illinois, tre figli, moglie figlia di avvocati, pubblica, mediando l’influsso dell’Antologia Palatina con le brume di Thomas Gray, gli epitaffi poetici che comporranno l’Antologia di Spoon River. I primi testi vengono stampati sul “Reedy’s Mirror”, dal 1914, griffati Webster Ford. Tra il 1915 e il 1916 la Spoon River Anthology viene pubblicata da Macmillan, con il nome autentico dell’autore: il successo fu esorbitante, sproporzionato.

Ezra Pound e Cesare Pavese la pensavano allo stesso modo. Pavese scopre l’Antologia di Spoon River nel 1930, ne scrive l’anno dopo su “La Cultura” in questo modo: “È il poema essenzialmente moderno, questo, della ricerca, dell’insufficienza d’ogni schema, del bisogno insieme individuale e collettivo. Voi trovate che il rimpianto di un bambino, morto di tetano giocando, assurge alla stessa importanza cosmica dell’estasi di uno studioso che ha passata la vita ad adorare terra e cielo”. In “Spoon River”, di fatto, si raccontano storie, si alternano sketch, dove tutto è totalmente ‘fisico’, il Far West delle cose quotidiane, dei piccoli fatti che incrinano un destino. Edgar Lee Masters pare un Guido Gozzano senza ironia, senza Nietzsche, senza gheriglio lirico. La prima raccolta poetica di Pavese, Lavorare stanca (1936), dipende da questa scoperta narrativa, potrebbe intitolarsi “Spoon River Italia”.

Secondo Pavese, Edgar Lee Masters è la quintessenza dell’‘americanità’ – meglio: dell’idea di America che ha Pavese. “Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l’Antologia di Spoon River: me l’aveva portata Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese”, ricorda ‘Nanda’ Pivano, che nel 1943, su istigazione di CP, per Einaudi, compila la prima traduzione ‘pirata’ del libro. “Convinse Einaudi a pubblicarlo: giorni felici, ma già tormentati dall’inizio della guerra. Per ottenere l’autorizzazione dalle censure del tempo venne richiesto il permesso di pubblicazione per una Antologia di S. River, e all’antologia di questo nuovo santo il permesso venne accordato (o almeno così mi raccontò Pavese; come capire se parlava sul serio?). E il libro uscì, in piena guerra, poco prima che la casa editrice venisse confiscata; Pavese mi portò la prima copia in un caffè di Torino di fronte alla stazione… Avevamo tutti e due gli occhi un po’ lucidi, mentre stavamo lì in piedi a guardare quel libretto smilzo, che era solo una scelta della vera antologia, con la copertina bianca orlata di verde e la carta un po’ ruvida sotto le mani intirizzite dal freddo”. Per ‘Nanda’ – morta dieci anni fa – fu il primo grande lavoro di una grandissima vicenda da traduttrice (tra gli altri, come si sa, traduce Fitzgerald, Hemingway, Faulkner, promuove l’epopea Beat).

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