Caos accoglienza
29 Agosto Ago 2019 0606 29 agosto 2019

Felandina, arriva lo sgombero del ghetto: ma ora i migranti non sanno dove andare

Dopo la morte di una donna, il sindaco di Bernalda (Matera) ha disposto lo sgombero dei capannoni abbandonati in cui vivevano centinaia di migranti, senza alcun piano alternativo. Per il nuovo governo, una prima questione da affrontare

Felandina Linkiesta

Metaponto, Basilicata. Finalmente sono arrivati i bagni chimici. Ieri mattina le forze dell’ordine hanno eseguito lo sgombero della Felandina, la struttura di capannoni abbandonati in cui vivevano centinaia di migranti che da anni lavorano come braccianti agricoli e dove il 7 agosto è morta una donna, madre di due figli, di origine nigeriana a causa di un incendio divampato per ragioni ancora da chiarire (come scritto nel precedente articolo). Durante i mesi scorsi associazioni e volontari avevano cercato invano di fare in modo che nel ghetto, sprovvisto di luce e gas, fossero almeno introdotti dei bagni chimici a vantaggio degli abitanti e dell’igiene pubblica. Sono arrivati ieri, affinché le forze dell’ordine potessero svolgere il loro lavoro senza ricorrere all’unico bagno della zona, quello del bar nell’area di servizio del distributore di benzina che si trova sul lato opposto della strada statale Basentana su cui si affaccia la struttura della Felandina.

«Se avessi emesso l’ordinanza dopo la morte della ragazza sarei stato colpevole di omicidio colposo, invece ho emesso l’ordinanza prima del tragico evento» dice a Linkiesta Domenico Tataranno, sindaco del Comune di Bernalda che ha disposto lo sgombero. Dal sopralluogo voluto da lui stesso a inizio maggio ed effettuato dall’azienda sanitaria locale, che a luglio ha accordato il permesso a Medici senza Frontiere di assistere gli abitanti della Felandina dopo una convenzione che la scioglie da ogni onere economico, «sono emerse condizioni igienico-sanitarie inaccettabili che mettono a rischio l’incolumità degli occupanti». È per la loro sicurezza, dice, che ha emesso l’ordinanza di sgombero. E aggiunge: «chi, come Mimmo Lucano, ha elaborato modelli di accoglienza autonomi, sfuggendo al Ministero dell’Interno, è poi incorso in problemi giudiziari. La competenza del sindaco non è sistemare i migranti ma garantire l’incolumità e la salute pubblica. Come non è concesso a nessuno, in Italia, di occupare abusivamente un luogo, non è concesso nemmeno a chi ha regolare permesso di soggiorno». In ogni caso, ribadisce, è per la sicurezza dei braccianti che li ha fatti sgomberare. Sì, ma dove andranno? «Molti di loro sono normali lavoratori, cittadini a piede libero, non posso costringerli ad andare in un posto o in un centro di accoglienza».

Il 22 febbraio 2019 il sindaco di Bernalda aveva scritto al Ministro dell’Interno Matteo Salvini una lettera («una PEC, con ricevuta di avvenuta ricezione») in cui definiva la Felandina «una vera e propria baraccopoli fuori da ogni circuito istituzionale» e si lamentava: «A nulla è valso l’impegno della mia amministrazione comunale che, di concerto con la Prefettura e tutte le forze dell’ordine, attraverso diverse azioni di sgombero, ha cercato vanamente di ripristinare la legalità. I luoghi in cui si sono insediati gli extracomunitari rappresentano il paradigma della malagestio che ha caratterizzato la Basilicata negli ultimi anni». La lettera proseguiva con un appello accorato: «Ci sentiamo soli e lo siamo ancora di più quando dobbiamo fronteggiare, con grande imbarazzo, i cittadini residenti che, giustamente, si chiedono e ci chiedono se le regole normative sono uguali per tutti o esistano individui a cui è concesso il privilegio di non rispettare alcuna legge». «L’indignazione della mia comunità» avvertiva sul finale il sindaco «sta montando e problemi, anche gravi, potrebbero verificarsi a breve se lo Stato non prenderà pronti, seri e risolutivi provvedimenti».

Spetta allo Stato e alla Regione Basilicata ricollocare i lavoratori in altre abitazioni e seguire la fase post-sgombero. Operazioni complesse che in virtù della loro complessità sarebbe stato meglio predisporre prima dello sgombero anziché dopo

In quaranta righe di lettera, il riferimento all’incolumità degli occupanti sta elencato tra gli esempi di «illegalità che proliferano», occupa mezza riga: «Attraversamenti della carreggiata (con un investimento mortale, purtroppo, già avvenuto)». A questa lettera Matteo Salvini non ha mai risposto. Così, quando l’8 agosto, il giorno dopo la tragedia alla Felandina, il ministro durante il beach tour estivo ha fatto tappa a Policoro, che dista pochi chilometri da Bernalda, il sindaco «ha indossato la fascia a mo’ di spada» ed è andato ad «affrontarlo». Dopo avere fatto il bagno in mare e bevuto la birra («quattro ore e mezza di attesa sotto il sole») Salvini gli ha dato udienza. «È stato gentile, ha capito che non potevo affrontare questo peso da solo e mi ha assicurato che lunedì, tornato dal mare, se ne sarebbe occupato personalmente». Il giorno seguente a lunedì, martedì 12 agosto, Matteo Salvini ha sfiduciato il premier Giuseppe Conte scatenando la crisi di Governo. Il sindaco, ormai deciso a far sgomberare, ha proseguito comunque, fino a che è stato contattato telefonicamente «forse per intercessione del prefetto o forse per Salvini» dal Ministero e ha ricevuto rassicurazioni circa la fase post-sgombero.

Per emettere l’ordinanza di sgombero il sindaco si è appellato all’art. 50 comma 5 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, che oltre a prevedere che «in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale» indica che «negli altri casi l'adozione dei provvedimenti d'urgenza ivi compresa la costituzione di centri e organismi di referenza o assistenza, spetta allo Stato o alle Regioni in ragione della dimensione dell'emergenza e dell'eventuale interessamento di più ambiti territoriali regionali». Spetta allo Stato e alla Regione Basilicata ricollocare i lavoratori in altre abitazioni e seguire la fase post-sgombero. Operazioni complesse che in virtù della loro complessità sarebbe stato meglio predisporre prima dello sgombero anziché dopo. Tanto più che i soldi non mancavano: i 700mila euro che la regione Basilicata ha a disposizione per attrezzare strutture di accoglienza sono soldi che si possono solo perdere se non si usano. Il ciclo della raccolta delle varie colture, inoltre, è tale da coinvolgere l’intero territorio, quando il flusso si restringe nella zona del Metapontino in Provincia di Matera si sposta verso l’Alto Bradano, in Provincia di Potenza, fra i Comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilione. Così ogni anno, ciclicamente.

Dopo lo sgombero, verso sera, è arrivata la comunicazione dalla Prefettura di Matera in cui si apprende che il prefetto Demetrio Martino sta fissando un incontro con la Regione Basilicata. La domanda può suonare irrituale, ma perché, nonostante lo schieramento di associazioni laiche (come Altragricoltura di Gianni Fabbris e NoCap di Yvan Sagnet), cattoliche (Caritas in primis), istituzioni locali (compreso il vicepresidente della Provincia di Matera) sindacati, e legali si è sgomberato comunque, frettolosamente, senza nemmeno avere un piano attuativo?

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