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29 Agosto Ago 2019 0600 29 agosto 2019

Ilva, Alitalia, Anpal e le altre: ecco tutte le emergenze del prossimo governo

Non solo lo stop agli aumenti dell’Iva. Il prossimo governo dovrà affrontare le emergenze Ilva, Alitalia, oltre che le 159 crisi aziendali al Mise e pure il caos Anpal, dove Mimmo Parisi – senza Di Maio – potrebbe lasciare la presidenza

Ilva Linkiesta
(Tiziana FABI / AFP)

Lo stop agli aumenti dell’Iva è la missione primaria del prossimo governo. Ma la lista delle emergenze dell’esecutivo che verrà è lunga. E il tempo a disposizione non è molto.

La prima urgenza si chiama Ilva: senza lo scudo penale parziale messo a punto nel decreto imprese con la formula “salvo intese” da Lega e Cinque Stelle, il 6 settembre Arcelor Mittal potrebbe abbandonare il polo siderurgico di Taranto. Il decreto è rimasto nel limbo della crisi di governo, in attesa di essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Ma il testo, espressione delle divergenze tra i gialloverdi prima della crisi di agosto, è rimasto incompiuto. E andrebbe rivisto da capo a piedi nel primo consiglio dei ministri utile.

Sul tavolo della riunione del 28 agosto al Ministero dello Sviluppo economico il dossier Ilva è stato il principale argomento di discussione. Lo scudo giuridico, revocato nel “decreto crescita”, permetterebbe ai vertici di ArcelorMittal di far funzionare l’altoforno 2, posto sotto sequestro e a rischio spegnimento, cosa che metterebbe in pericolo la produzione complessiva a Taranto. «In assenza di una soluzione al problema», hanno fatto sapere a giugno i tecnici del gruppo indiano, «il 6 settembre Taranto chiuderà». Sono già 1700 i lavoratori dell’Ilva in cassa integrazione, e altri 1400 dal primo luglio sono in cassa integrazione ordinaria legata alle difficoltà del mercato dell’acciaio. Rimangono pochi giorni per salvare il polo siderurgico e una forza lavoro di 20mila operai, indotto incluso. Mentre ArcelorMittal ha già avviato il taglio dei costi delle aziende dell’indotto. Intanto, qualcuno ha già cominciato a fare gli scatoloni. La ditta Castiglia, nel bel mezzo della crisi di governo, ha avviato la procedura di licenziamento di oltre 200 dei suoi 400 dipendenti, inquadrati con contratto di lavoro metalmeccanico, per il quale non è prevista alcuna clausola sociale.

Senza una soluzione per lo scudo giuridico dell’Ilva, il 6 settembre Taranto chiuderà

Ma l’Ilva non è la sola a dipendere da quella formuletta “salvo intese”. Nello stesso decreto avrebbero dovuto esser risolte o tamponate altre crisi aziendali che da tempo popolano il Mise che fu di Luigi Di Maio. In primi la crisi della Whirlpool di Napoli, per la quale erano previsti finanziamenti destinati alla decontribuzione dei contratti di solidarietà. A seguire la Blutec di Termini Imerese e la crisi dell’ex Alcoa. Nello stesso testo era prevista la proroga del sussidio per circa 8.500 ex lavoratori socialmente utili, molti dei quali in Campania; le nuove tutele per i rider, i ciclofattorini delle consegne a domicilio dopo un anno di promesse; e ancora la stabilizzazione dei 654 precari dell’Agenzia nazionale delle politiche attive.

L’Anpal, quella che ha assunto da poco i navigator del reddito di cittadinanza (tranne quelli campani, che sono in sciopero della fame), a breve potrebbe rimanere senza presidente. Visto che, senza l’ombrello di Di Maio al ministero del lavoro, è molto probabile che l’italoamericano Mimmo Parisi, chiamato in Italia dal Mississippi per importare il suo modello di politiche attive, faccia le valigie per tornare Oltreoceano. D’altronde l’aspettativa dalla Mississippi State University, chiesta a malincuore dopo aver fatto notare l’incompatibilità con il suo incarico in Italia, scade a fine anno. E i navigator potrebbero così restare senza il loro “papà”, come più volte Di Maio lo ha definito. E senza un sistema strutturato di politiche attive da mettere subito in campo per la fase 2 del reddito di cittadinanza. Che a questo punto andrebbe subito potenziato per evitare di fermarsi a semplice elargizione di denaro, come accaduto finora.

Senza Di Maio, anche Mimmo Parisi potrebbe lasciare l’Anpal e tornare negli Usa

Nebbia fitta pure sul pesante dossier Alitalia. In questo caso, la deadline è fissata per il 15 settembre, ma l’ultimo incontro informale tra i commissari e i sindacati previsto per il 28 agosto è stato annullato. Entro la metà di settembre è prevista la presentazione del piano di rilancio della compagnia, elaborato dalla cordata composta da Fs, Delta, ministero dell’Economia e Atlantia. E lunedì 23 settembre scade la cassa integrazione per 1.010 dipendenti. Il rischio, ora, è che la data del 15 settembre possa slittare nuovamente, mentre i soldi nelle casse della compagnia pian piano stanno finendo. Come ha fatto notare il segretario nazionale della Filt Cisl Fabrizio Cuscito, il rinvio dell’incontro dimostra come la vicenda Alitalia sia legata al detsino del governo. D’altronde, si tratta di un’operazione complessa, ha spiegato, «che coinvolge quattro ministeri diversi, quello del Lavoro, dei Trasporti, dello Sviluppo economico e dell’Economia». I nodi da sciogliere sono tanti, a partire dalla gestione degli esuberi, che potrebbero arrivare a 2.800.

Senza dimenticare che I tavoli di crisi aperti al Mise sono 159. Secondo i calcoli della Fiom, a essere coinvolti sono tra i 200 e i 280mila lavoratori, di cui 46mila in attesa di una qualche forma di intervento pubblico. E di un governo che prenda delle decisioni.

Entro il 15 settembre bisogna presentare il piano industriale per Alitalia. E il 23 scade la cassa integrazione

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