La recensione
31 Agosto Ago 2019 0600 31 agosto 2019

Il ritorno dei Tool è il monolite musicale del 2019

Tornati dopo oltre dieci anni con “Fear Inoculum”, i Tool si confermano uno dei gruppi più ambiziosi in circolazione con un disco oscuro, ricco e senza confini

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Tool

Il percorso artistico dei Tool è sicuramente uno dei più interessanti degli ultimi vent’anni. Band che incasellare in un solo genere è riduttivo, capace di costruirsi un culto radicato e fedele (in Italia si è visto in occasione dell’ultimo concerto di quest’estate a Firenze, dove erano l’evento principale della serata scalzando nientemeno che gli Smashing Pumpkins), hanno sempre rappresentato la strada di una possibile evoluzione della musica. Partendo da una matrice indubbiamente metal, ne hanno disintegrato i confini, facendola dialogare con la psichedelica più ambiziosa e l’avanguardia (non è reato sentire l’influenza di certe composizioni primo novecentesche nel mondo di scrivere della band), con l’elettronica — se non come suono, come modo e come sensazione — e con il rock più “artistico”. Con lavori come Lateralus (2001) e 10,000 Days (2006) hanno messo in piedi un’Interzona sonora in cui la musica diventava operazione sensoriale a 360 gradi per riflettere sulla vita, la morte, il trascendente e il futuro della razza umana. Da lì, poi, il nulla. O meglio, il vuoto. Fino a oggi.

Sono passati 13 anni, dall’ultimo disco. 11 da quando la band ha annunciato di aver iniziato a comporre nuovo materiale. Oggi possiamo finalmente ascoltare Fear Inoculum senza la sensazione di aver aspettato invano. È un disco complesso. Stratificato. Che mostra l’ambizione “totale” della band. Un disco di 80 minuti nel 2019. Un disco che va ascoltato con attenzione, e non come sottofondo. Un disco il cui apparato grafico funziona come spiegazione e allargamento del racconto. Un disco pieno di sfumature, di livelli, indovinelli, concessioni a chi si aspettava quel certo flair alla Tool (quella sorta di sensazione di claustrofobia oltre-umana, apocalittica ma al tempo stesso stranamente ariosa, capace di uscire dal tempo e proiettarsi nel futuro) ma anche sfidante nella sua faticosa complessità. Ecco. Fear Inoculum è un disco faticoso, da cui si esce stanchi e stremati proprio per il suo essere lavoro con ambizioni totalizzanti. Ogni atomo dello spazio viene occupato. Ogni senso è catturato. Ogni spettro sonoro riempito di materiale musicale meritevole di attenzione. Ci sono le chitarre sperimentali, matematiche di Adam Jones; i ritmi dispari complessi e composti di Danny Carey (oltre a un lavoro percussivo che lavora su strumenti etnici e nuove sfumature); il cantato lirico, immaginifico, melodico e quasi “minacciosamente tenero” di Maynard James Keenan intento a riflettere sullo Spirito Santo, sul senso dell'esistenza e l'idea di crollo. Insomma, Fear Inoculum è un mastodonte, un monolite, un Leviatano musicale che non lascia indifferenti.

In fondo è confortante sapere che lì fuori c’è ancora qualcuno che non si limita a fare musica, ma cerca in qualche modo di spostare i confini più in là. E di farlo senza rinunciare a niente e non cedere a compromessi

Ogni canzone supera i dieci minuti di durata, e contiene in sé un piccolo universo sinfonico. Un collage di movimenti, appunto, come da tradizione. Ma la sensazione non è di trovarsi davanti a una musica fredda — per quanto gelida, a suo modo — bensì di un flusso che nasce da anni, letteralmente, di allagamento sonoro, con un lavoro di cesello che però nasce dalle lunghe jam strumentali (e ad un certo punto è girata voce che Jones volesse fare un disco di una sola, eterna, traccia di 80 minuti: forse sarebbe stato troppo pure per loro). Le lunghe traversate dentro canzoni come Pneuma e Invincible mettono le cose in chiaro. Lente e progressive costruzioni che si srotolano con la stessa ostinazione di uno di quei film d’autore che mandano in bancarotta gli studios. L’eterna e conclusiva 7empest riesce a proiettare ancora più in là il lavoro di ricerca musicale del disco tra percussioni balcaniche, assoli di chitarra, dolcezza che si trasforma in rabbia apocalittica, e quella diffusa sensazione di distruzione creatrice che è un po’ l’elemento fondamentale, a dirne uno, dei Tool come progetto.

In fondo è confortante sapere che lì fuori c’è ancora qualcuno che non si limita a fare musica, ma cerca in qualche modo di spostare i confini più in là. E di farlo senza rinunciare a niente e non cedere a compromessi forti anche del fatto di aver molte persone disposte ad aspettare anni, decenni, pur di riascoltare ancora qualcosa che suoni come nient’altro in circolazione. Qualcuno ha già scritto che “non è più tempo per questa musica” (anche se bollare definitivamente tutto questo materiale in pochi ascolti è molto miope, come atteggiamento, ma lo sappiamo che ormai le cose vanno così e non siamo certo innocenti qui). In fondo non lo è mai stato. Ed è questo il suo forte.

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