Invenzioni e inventori
1 Settembre Set 2019 0600 01 settembre 2019

Circolare, tecnologica, ambientalista: ecco la medicina del futuro, secondo Ilaria Capua

La virologa famosa in tutto il mondo per aver reso di dominio pubblico la sequenza genica del virus dell’aviaria spiega nel saggio "Salute circolare" (Egea) che le scoperte migliori arrivano quando si lascia la via maestra

Ilaria Capua_Linkiesta
Foto tratta dal profilo Facebook di Ilaria Capua

Pubblichiamo un estratto di "Salute Circolare - Una rivoluzione necessaria" (Egea) scritto dalla virologa Ilaria Capua. Un «conto alla rovescia» che si trasforma in un intrigante viaggio nel tempo – da Ippocrate ai no-vax, dalla peste nera alla creazione dei lazzaretti – alla scoperta del ruolo della trasversalità e della circolarità nelle grandi conquiste della salute di cui oggi godiamo.​

Consapevolezza di una nuova necessità

Cosa c’è oggi che non va nel nostro modo di guardare alla salute?
È proprio qui che ti volevo portare. In alcune parti del pianeta abbiamo raggiunto livelli di salute impensabili fino a pochi anni fa; al tempo stesso tanti segnali ci dicono che a essere in pericolo oggi è la nostra stessa sopravvivenza come specie. Abbiamo di fronte sfide immani, come quella di estendere il benessere di cui
attualmente godiamo solo in Occidente anche agli altri popoli, ma in maniera sostenibile per le risorse esistenti. Serve però una nuova chiave di lettura, che ci permetta di far avanzare la salute come sistema. Per fare questo, dobbiamo sviluppare aree di ricerca totalmente interdisciplinari che abbiano l’obiettivo di andare
al di là dei percorsi consolidati. È il momento storico a esigere un paradigma diverso.

Come ci si può arrivare?
Cambiando mentalità, e facendo leva sulle opportunità una volta inimmaginabili che oggi abbiamo a disposizione. Per esempio, sfruttando un aspetto straordinario di questo momento storico, l’alba di una nuova dimensione: quella dei big data.

Anche tu adesso ti sei fissata con i big data?
Non è che mi sono fissata: è realtà. Ti do qualche numero. Nel 2017 è stato sviluppato un prototipo di computer capace di gestire simultaneamente 160 terabyte di dati un volume di informazioni pari a cinque volte quelle contenute in tutti i volumi della Library of Congress di Washington, la biblioteca più grande del mondo, processato da una singola macchina! Nel 2018, ogni minuto del giorno venivano utilizzati oltre 3 milioni di gigabyte di traffico Internet solo negli Stati Uniti. Se poi guardiamo alle previsioni per il futuro, in poco più di cinque anni avremo oltre 150 miliardi di dispositivi in rete, 20 volte gli abitanti del pianeta.

Un numero spaventoso…
…che cresce in modo esponenziale. Pensa che solo nel 2016 è stato prodotto un volume di dati pari alla somma di quelli generati nell’intera storia dell’umanità fino al 2015. E sai quale è la previsione sul tempo di raddoppio di qui a meno di dieci anni? 12 ore: ogni 12 ore raddoppierà il volume di dati prodotto.

A cosa servirà una massa così imponente di informazioni?
Per tantissime cose. Tutto quello che faremo potrà essere raccolto, analizzato, «arricchito» in tempo reale di informazioni. Già oggi siamo in grado di fotografare con lo smartphone i cibi al ristorante e al supermercato e conoscerne subito gli ingredienti con le caratteristiche nutrizionali e caloriche. E sta avanzando a passi da gigante una tecnologia sempre più wearable, «indossabile», che permette non solo di misurare i parametri vitali come frequenza cardiaca e pressione arteriosa ma di avere giornalmente un’istantanea digitale di dove, cosa, quando e quanto abbiamo mangiato, bevuto, camminato, dormito e svolto altre funzioni organiche e non. Nella dimensione parallela del digitale – «l’oltremondo» per usare le parole di Alessandro Baricco – ci saranno uno o più avatar che ci corrispondono, fatti solo di dati. Stiamo diventando tutti dei cloud, nuvole di dati in evoluzione. Hai presente le sveglie digitali che proiettano l’orario sul soffitto? Ecco, prova a immaginarci così: siamo diventati dei «generatori di dati» che vengono proiettati da un’altra parte. E lì, in uno o più server che non sapremmo neanche localizzare, c’è la proiezione della nostra esistenza – in digitale.

Non mi sembra così tranquillizzante…
Non riguarda soltanto noi umani, depositari pressoché unici della capacità di comprendere i concetti di passato, presente e futuro, ma anche gli animali, le piante e l’ambiente. I nostri campi coltivati e i nostri allevamenti sono già informatizzati e da anni misuriamo le variabili legate all’ambiente come temperatura, umidità, presenza dei pollini, raggi ultravioletti – ma anche la potenza degli uragani, il riscaldamento del mare, lo scioglimento dei ghiacci. Da anni abbiamo mappe sulla diffusione di insetti,
specie invasive e malattie infettive. Una vera e propria ossessione, quella della nostra specie, per l’attività di catalogare, registrare, accumulare dati…

In che modo le nuove tecnologie cambieranno il nostro modo di rapportarci all’ambiente?
Una volta ci limitavamo a dividere le mele rosse da quelle gialle, a prender nota di quanto pesavano quando le raccoglievamo e a metterle nelle cassette. Oggi abbiamo la capacità di seguire il percorso di ogni singola mela, da quando è fiore a quando diventamarmellata: valore nutritivo, provenienza, taglia, peso, specie, varietà. Tutto in tempo reale. Riusciremo a capire cose nuove, registrare la realtà fotogramma per fotogramma. Si genereranno intuizioni straordinarie e certamente potranno essere usate per stabilire un rapporto più integrato e più rispettoso con l’ambiente che ci circonda.

Ci vorrà una potenza di calcolo inimmaginabile.
Infatti l’altra sfida, oltre ai big data, è quella dell’intelligenza artificiale. Ma lo sai che già oggi esiste, tra i tanti, un progetto dell’IBM denominato «Watson Health»? No, anche se ci starebbe, non è un richiamo all’assistente di Sherlock Holmes, bensì a Thomas J. Watson, il primo presidente di IBM. Si tratta di un computer che si è «studiato» oltre 35 milioni di articoli scientifici di medicina e tantissimi dati clinici reali, e in base a una griglia di sintomi e di informazioni sul paziente riesce a dare delle indicazioni diagnostiche al medico curante. Non ce ne rendiamo ancora conto, ma abbiamo di fronte scenari incredibili. Hai presente i documenti precompilati? Appunto. Noi abbiamo già la possibilità di avere delle «diagnosi precompilate» che aiutano il medico nella formulazione di una diagnosi definitiva.

Intelligenza artificiale e big data possono davvero rivoluzionare il nostro modo di intendere la medicina e la salute?
Tutti i rivoluzionari della salute di cui abbiamo parlato finora sono andati contro le teorie prevalenti nella loro epoca: facendo però una fatica erculea, perché non avevano l’accesso alle informazioni e la facilità di comunicare di cui disponiamo oggi. Di fatto hanno abbattuto muri a spallate e a mani nude, raccogliendo i dati che gli servivano in maniera quasi completamente autonoma, e per questo meritano ancora più rispetto e ammirazione. Oggi la situazione è completamente diversa: viviamo immersi nei dati, ma non li utilizziamo, se non in piccola parte e spesso per fare cose futili.

Mi fai un esempio di come i big data potrebbero essere usati per il progresso scientifico?
I nostri device sono antenne di rilevamento e trasmissione dati in tempo reale di cui siamo solo in parte consapevoli. Una volta si disegnava, oggi si fotografa. Mentre pochi sono in grado di fare un bel disegno, che rifletta la realtà (pensa a quelli di Vesalio o di Leonardo), tutti sono (più o meno) in grado di fotografare. Ultrasemplifichiamo, guardando i lati positivi della tecnologia: è come se in linea teorica noi fossimo tutti diventati dei supereroi rispetto a come eravamo solo qualche secolo fa. Oggi ci muoviamo a una velocità anche superiore alla velocità del suono – altro che viaggi a cavallo fra pestilenze e attacchi di banditi. Non dobbiamo disegnare ma possiamo scattare una foto, non dobbiamo fare operazioni matematiche perché qualcuno ha insegnato a una macchina a farle per noi (anche solo la vecchia calcolatrice!). Se i rivoluzionari della scienza di cui abbiamo parlato avessero avuto gli strumenti che abbiamo oggi, non ci avremmo messo mica tutti questi secoli a capire queste cose! La tecnologia, in ogni caso, rappresenta sicuramente un’opportunità incredibile; anche se da sola non basta.

Mi trovai scaraventata sul New York Times e sul Wall Street Journal. Mi trovai in qualcosa più grande di me. Sentivo però che avevo scelto la cosa giusta da fare

Ilaria Capua

Cosa manca?
Anzitutto la consapevolezza. La sostanza del mio ragionamento è questa: se riconosciamo che la salute è un bene universale, e riflettiamo sulle interconnessioni e interdipendenze che la contraddistinguono, non possiamo continuare a pensare che abbia senso avvelenare, invadere e considerare come nostra proprietà esclusiva l’ambiente – si tratti di colpa, dolo o negligenza. Non abbiamo più alibi. Dobbiamo adottare una nuova visione e cambiare le nostre abitudini a tutti i livelli. Pensiamo solo che in molti Paesi, anche fra i più progrediti, i farmaci continuano tranquillamente a essere buttati nell’immondizia domestica, magari assieme alle batterie, oppure rovesciati direttamente nel gabinetto. Senza voler cadere nel banale, non possiamo trattare così male il nostro mega sacco amniotico. Non possiamo prenderlo a calci, scaricarci dentro le nostre peggiori intenzioni e poi pretendere che non ne risentiamo né noi né i nostri coinquilini.

Ma Madre Natura è resiliente, si sa.
Allora parliamo del problema gigantesco dell’erosione della biodiversità. La biodiversità non riguarda solo l’estinzione del pangolino. Questo mammifero con le scaglie (andate a vedere che faccia ha) è cacciato senza pietà per la sua carne e per le scaglie, che sono usate per la medicina tradizionale (qualche tempo fa hanno trovato un deposito di scaglie provenienti da circa 10.000 pangolini). O i ghepardi, i licaoni o i rinoceronti, massacrati per il corno. La biodiversità rappresenta molto più che questi esempi grotteschi: di fatto, è l’elasticità del sistema di vita sulla Terra, lo spazio di manovra che la vita esibisce di fronte a cambiamenti lenti o rapidi. Se arriva una gelata, qualche piantina sopravvive perché aveva qualcosa di diverso dalle altre. Perché è diversa. Non so se mi sono spiegata bene: se tutti gli elementi di un sistema di vita sono geneticamente uguali, nessuno di essi sopravvivrà a una catastrofe che colpisca quella specie. Se invece fossero stati elementi diversi tra loro, forse qualcuno ce l’avrebbe
fatta. Nel solco del significato della biodiversità, oggi si cercano sostanze anti-dolorifiche nel veleno delle creature marine, farmaci o antibiotici nuovi da estrarre dalle creature più impensabili. Diverse. Se queste specie scompaiono, scompariranno riserve – note e a oggi ignote – di molecole speciali, e molto di più. D’altronde, se tanto mi dà tanto, Madre Natura potrebbe aver nascosto qualche molecola miracolosa nelle antenne delle falene del Borneo. E lo sai quali sono, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, i motori che stanno asfaltando la biodiversità: lo sfruttamento indisciplinato della terra e del mare, lo sfruttamento eccessivo degli organismi viventi, il cambiamento climatico, l’inquinamento e le specie invasive. Non possiamo pretendere che a occuparsi di questi problemi siano il pangolino o il licaone, visto che in larga parte sono causati da noi, Homo sapiens.

Insomma mi stai dicendo che siamo noi che dobbiamo occuparcene?
Riconosciamolo: la nostra specie, sedicente dominante, ha «le chiavi della macchina», e questa è una grande responsabilità. Fermiamoci un attimo a pensare: volenti o nolenti siamo noi esseri umani ad avere la capacità di comprendere alcuni meccanismi e di intervenire su di essi. Le altre specie non hanno queste caratteristiche.
Non possono certo occuparsi di salute circolare (che peraltro lo riguarda abbastanza visto che vive nudo e sottoterra) un lombrico, oppure un carciofo o una stella marina. La splendida astronave su cui siamo tutti imbarcati può essere fatta funzionare rispettando o calpestando la salute del suo motore, dei tiranti e della scocca?

Vogliamo tutti un pianeta più sano, ma come si fa?
Intanto, oltre a focalizzarci soltanto sulla salute in maniera verticale, iperspecialistica, dovremmo tornare a pensarla come faceva Ippocrate, che aveva intuito la necessità di una prospettiva più ampia, e portare avanti una politica più lungimirante. Dobbiamo stare attenti, non abbiamo più scuse: non possiamo continuare a voltarci dall’altra parte, non sfruttare l’opportunità di capire dove abbiamo sbagliato. Finora ci siamo comportati come se le riserve e la resilienza del pianeta e dei suoi abitanti fossero infinite. E invece non è così; sono stati fatti degli sbagli: molti, troppi. Oggi i big data ci forniscono lo strumento sia per analizzare quegli sbagli, sia per capirne l’entità e le ramificazioni, offrendo un’infinità di opportunità trasversali che possono far ripartire dei ragionamenti intorno alla salute circolare, mantenendo fermo al centro il perno dell’etica.

Cosa ci insegna il cammino percorso finora?
Puoi pensare a una nuova fase quando hai raggiunto gli obiettivi del percorso precedente, in toto o in parte, oppure quando un determinato approccio è saturo. Non sta a me giudicare, ma è certo che siamo già a un livello di verticalizzazione così profondo, che se continuiamo a essere solo iperspecializzati rischiamo di non sfruttare tutte le infinite potenzialità che abbiamo oggi incredibilmente a disposizione. Piuttosto dovremmo mirare a un progresso responsabile a 360 gradi, seguendo cioè un ragionamento
circolare: l’innovazione non deve essere più concepibile come uno strumento che porta un miglioramento da un lato e distruzione dall’altro. Deve incoraggiare un progresso complessivo del sistema. Ce lo dicono anche i Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite. E a questo proposito non dimentichiamo che innovazione responsabile significa anche ottimizzare le risorse e sfruttare quello che già esiste. Un tempo questo problema non era all’ordine del giorno: c’erano delle conquiste da raggiungere,
e allo stesso tempo non c’erano gli strumenti di indagine e di comunicazione che sono oggi disponibili.

Vesalio come faceva a ottimizzare senza elettricità, telefono, e soprattutto, come dicevo, senza cella frigo?
Oggi stiamo vivendo una rivoluzione che prima nemmeno potevamo immaginare. Ma in questa nuova dimensione, in questo giardino dell’Eden di numeri e significati nascosti e proibiti è assolutamente necessario che facciamo tutti quanti uno sforzo in più. Rivoluzionari e militanti devono guardare al loro futuro includendo il concetto di responsabilità.

Ma perché è necessario cambiare marcia?
Primo: perché c’è bisogno di un cambio di paradigma, e abbiamo visto che ogni tanto i paradigmi si possono e si devono cambiare. Lo abbiamo visto nelle storie di cui abbiamo parlato nel campo della biomedicina e della salute: con osservazioni attente, curiosità, studi approfonditi, scoperte casuali e opere dell’ingegno,
a un certo punto lo scenario può trasformarsi, può evolvere. Può essere stravolto da un’intuizione completamente inattesa. Non riallineare i paletti a fronte di nuove consapevolezze o strumenti è una forma di ottusità.

In concreto, cosa significa?
Le nuove tecnologie sono nuove possibilità, ci impongono di ripensare completamente il nostro modo di rapportarci alla salute. E non parlo solo della ricerca scientifica; dobbiamo fare anche i conti con un altro fronte che vuole anch’esso il cambiamento: quello del mondo dei pazienti. È inevitabile che la loro voce si farà sentire più forte e, speriamo, sempre più istruita e consapevole. Il che a mio avviso rappresenta una grandissima opportunità.

Vuoi dire che deve cambiare anche il rapporto tra studiosi e resto della popolazione, tra medici e pazienti?
Se da un lato è chiaro che dobbiamo imparare ad ascoltare di più le necessità dei portatori d’interessi, dall’altro abbiamo anche strumenti che prima non c’erano per capire determinati meccanismi. Se qualcuno chiama, urla o si fa sentire dal mare magnum di internet, significa che vuole dialogare. Oggi questo si può fare, e quindi il rapporto con il paziente in senso lato diventa attivo e bidirezionale. Questo è un passaggio obbligato per arrivare a una maggiore responsabilizzazione di tutti rispetto alla propria salute.

Di nuovo la questione delle informazioni. Mettiamoci nella prospettiva del ricercatore: come è possibile conciliare la mole impressionante di studi, di ricerche e di dati sulla salute con la capacità di abbracciarli in un’unica visione?
La novità è questa: oggi ci sono gli strumenti per farlo. La fonte di informazioni si moltiplica con l’uscita di ogni nuovo modello dei nostri inseparabili amici misuratori – smartphone, automobili, elettrodomestici, termostati e rilevatori presenti in ogni impianto: in casa privata, fabbrica o allevamento. Oltre a questa
lettura «passiva» ce n’è una più attiva che riguarda, per esempio, la partecipazione alla raccolta dati. Non è solo una questione di tecnologie. Oltre a internet e ai big data, c’è un’altra dimensione che abbiamo tralasciato e che oggi tendiamo a dare per scontata: l’internazionalizzazione. La scoperta origina quasi sempre da un processo di comprensione e di sfruttamento di opportunità al di fuori dei confini nazionali (e mentali). Nel distillato di storie che abbiamo ricostruito ci sono alcune costanti: una di queste è proprio che le grandi scoperte si nutrono di punti di vista, culture e interpretazioni diverse. Pensa solo a Vesalio, fiammingo di Bruxelles, che nella sua vita insegna a Padova, stampa il suo capolavoro in Svizzera e poi si trasferisce alla corte imperiale in Spagna. La globalizzazione della scienza non l’abbiamo inventata adesso, è una tendenza che c’è da sempre tra gli studiosi e i ricercatori di tutto il mondo.

Del resto, se non ricordo male, quello della libera circolazione dei dati scientifici è sempre stato un tuo «pallino».
Per me è continuare la marcia, l’ovvio sviluppo di un percorso che ho iniziato diversi anni fa. Nel 2006, quando lavoravo ancora in Italia – all’Istituto Zooprofilattico delle Venezie a Legnaro, in provincia di Padova – decisi di condividere la sequenza genetica di un virus che avevamo appena decodificato su una piattaforma ad accesso libero aperta a tutti gli scienziati, ovunque lavorassero. In poco tempo il fatto divenne noto in tutto il mondo: ricevetti pure qualche aspra critica, ma soprattutto sostegno e
consenso. Anche se non era certo merito mio.

E di chi era allora?
I tempi erano semplicemente maturi per un cambio di paradigma. I paradigmi si riescono a cambiare quando «è l’ora» di farlo, perché se il momento è sbagliato l’onda del cambiamento si trasforma in risacca. Fu, per così dire, un’intuizione che atterrò su un terreno fertile, maturo: pronto insomma ad accoglierla.

Fece molto rumore?
Abbastanza, mi trovai scaraventata sul New York Times e sul Wall Street Journal. Mi trovai in qualcosa più grande di me. Sentivo però che avevo scelto la cosa giusta da fare. In quel momento era necessario fornire ai ricercatori di tutto il mondo più materiale da studiare, più sequenze genetiche. Noi rendemmo pubblica e gratuita la nostra, dando l’esempio e invitando altri a fare lo stesso.

Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?
Che la condivisione delle informazioni è importante e che ognuno può fare la sua parte. L’iniziativa non avrebbe avuto senso se poi non fosse stata seguita da moltissimi ricercatori e da organizzazioni che hanno promosso la filosofia e la cultura dell’open access. Una sequenza genetica in più o in meno cambia poco, migliaia di sequenze ti permettono di andare molto più in profondità. Quindi l’obiettivo è stato raggiunto dalla comunità di scienziati, non da uno solo.

E cosa possono fare le persone comuni, i ragazzi, i genitori, i pensionati?
Parlavamo prima di dati raccolti passivamente, ovvero «rilevati», e di dati invece generati attivamente: informazioni sulla propria salute e sui parametri vitali, come la pressione arteriosa e il livello di glicemia, sulle proprie abitudini alimentari e motorie, ma anche dati ambientali come il livello di inquinamento. Informazioni
di questo tipo potrebbero essere fondamentali, per esempio, per capire l’effetto a lungo termine di alcune sostanze e di alcuni farmaci: oggi studi del genere sono costosissimi e durano anni, mentre con un cambio di paradigma le conoscenze a riguardo potrebbero beneficiare di un’accelerazione. L’epidemiologia
digitale è già qui, aspetta solo che liberiamo le sue energie. Gli epidemiologi cercano i segni, recenti o antichi, lasciati da una malattia o da un’infezione. Le tracce che abbiamo studiato fino a questo momento erano più o meno come impronte di piedi nudi sul bagnasciuga: un po’ poco da guardare e da misurare,
ci facevano capire giusto forse la lunghezza e la larghezza. Oggi le impronte che possiamo studiare sono come quelle lasciate dalle scarpe da calcetto, con i tacchetti e le scritte sotto, che marcano una traccia assai più dettagliata nella sabbia bagnata. In 3D, con molte informazioni supplementari. Diciamo che fino ad
adesso abbiamo studiato solo una piccola parte, o un determinato aspetto del problema.

Perché però dovremmo accettare di mettere in comune i nostri dati: non è come fare da cavie?
Beh, sostanzialmente perché ci conviene. Ci sono ancora tantissime cose che non sappiamo su alcuni meccanismi fisiologici e patologici. Attivando processi partecipativi per usare la potenza dei big data si potrebbe davvero dare un impulso incredibile allo studio di alcune patologie, e quindi allo sviluppo ulteriore delle terapie, a partire dal cancro e dal diabete. Si tratta anche di un senso di responsabilità sociale: se tutti ci muoviamo nella stessa direzione con più consapevolezza potremo innescare una serie di
spirali positive.

Spiegati meglio.
Potremmo dare il via a una grande accelerazione in tutti quegli studi in cui è essenziale una massiccia quantità di dati rilevati su parametri vitali biologici, fisici, biochimici e di comportamento. Questo significherebbe tantissime opportunità nell’ambito della salute: proprio qui i dati potranno veramente servirci a collegare molti puntini mancanti. I big data sono visti dalla maggior parte dei ricercatori come opportunità per andare avanti nel proprio ambito di ricerca, non come risorse per l’avanzamento trasversale
del sistema salute. Certo bisogna anche continuare ad approfondire nei singoli settori, ovvero rimanere sul proprio binario; adesso però occorre soprattutto saper guardare le cose da un’altra prospettiva, magari anche quella degli NL.

NL? Ancora con gli olandesi?
Gli olandesi non c’entrano nulla con essere NL, anche se sono certa che di olandesi NL ce ne sono parecchi, a cominciare da van Leeuwenhoek. Comunque, l’uso ragionato e interdisciplinare dei big data può essere lo strumento per una visione più larga, che abbracci la salute in tutte le sue componenti. Faccio un esempio
un po’ diverso dai soliti: pensiamo alla cura della depressione o delle malattie neurodegenerative, un ambito molto complesso. Fino a qualche decennio fa non venivano neppure considerate malattie; in seguito si è passati a cercare terapie farmacologiche, infine sempre più spesso alcuni studi hanno esteso l’attenzione ad altri fattori, come le relazioni familiari e personali. Oggi parliamo di ambienti arricchiti per gli ammalati di Alzheimer – si lavora con i disegnatori di interni e gli arredatori
per offrire loro un ambiente stimolante. Addirittura la Mayo Clinic riconosce l’utilità della musica in pazienti affetti da questa patologia o dalla demenza. La scienza ci dice che le aree del cervello legate alla memoria musicale sono relativamente meno danneggiate di altre per quel che riguarda queste due specifiche patologie – e proprio evocando i ricordi musicali si può quindi provare a ridurre lo stress, l’ansia e la depressione nei pazienti.

Curare con la musica e con le lampadine colorate? Non rischiamo di scivolare su un approccio New Age? Già adesso non manca chi offre cure a base di ascolto e di empatia, oppure con il peperoncino o il limone…
No, no! Se prese in questa maniera sono cose pericolosissime. Non confondiamo: la scienza è scienza e si occupa di cose quantificabili e misurabili, che si possono verificare. Evidenze e affermazioni che possono essere falsificate, se vogliamo dirla come Karl Popper. Ciò non toglie che con questi dati oggi sia possibile anche studiare fenomeni un tempo molto più difficili da osservare, all’incrocio tra biologia propriamente detta e comportamenti sociali. Dobbiamo escludere a priori che si possa trattare di
campi promettenti? Non credo proprio.

Fleming lo aveva intuito, e adesso siamo arrivati a un punto critico: l’abuso degli antibiotici ha selezionato dei batteri superkiller

Ilaria Capua

Torniamo però al punto: dobbiamo per forza accettare di essere sotto controllo ogni secondo per far avanzare la scienza?
Ma scusa, non è già così? In questo momento non stai chattando sul telefonino, oggi non hai controllato la posta o fatto acquisti online? Non hai usato la carta di credito o il navigatore, non hai giocato con il tuo smartphone, non hai messo un like o rilanciato un post sui social? Oggi regaliamo già i nostri dati a destra e a manca: avrebbe certamente più senso usarli in forma anonima per una buona causa, a beneficio di tutti. La tecnologia fa parte di noi, è una protesi con cui interagiamo: tanto varrebbe trasformare tutto ciò in un’energia positiva, qualcosa che vada a beneficio della conoscenza e del benessere collettivo.

Quindi secondo te la privacy non è un problema?
È un problema serissimo, ma ne devono parlare gli esperti, non certo io che mi occupo di tutt’altro. Nulla vieta comunque di cominciare a ipotizzare degli scenari, mentre giuristi e informatici si mettono al lavoro per trovare un equilibrio tra opposte esigenze.

Pensi che si potrebbe arrivare a un concetto di salute come equilibrio circolare uomo-animale-piante-ambiente?
Il messaggio che vorrei dare è che non possiamo più andare avanti pensando alla salute dell’Homo sapiens come nostro unico obiettivo prioritario, né come individui né come specie. Dobbiamo cercare di far convergere la salute come sistema. Le nostre capacità di previsione crescono a un ritmo vertiginoso: in questo nuovo scenario, per esempio, non si possono più studiare la malaria o Zika ignorando fenomeni come il riscaldamento globale. La conoscenza in fondo è cogliere i collegamenti tra le cose e
le informazioni; adesso possiamo farlo incrociando e analizzando dati che già esistono. Per esempio: a proposito di Zika, sapevi che l’andamento dell’epidemia è stato influenzato dai flussi del turismo e dalle navi crociera? Gli epidemiologi sono andati a cercare come si diffondeva studiando proprio le rotte navali.

Dovremmo forse evitare di ripetere alcuni sbagli?
Questo deve essere uno dei punti di partenza. Inutile negarlo, ci sono cose che abbiamo fatto male ed errori in cui non dobbiamo ricadere. Dobbiamo trovare dei percorsi alternativi che tengano in considerazione la salute con uno sguardo più ampio, rinnovando e immettendo energia nuova in un sistema esausto o patologico, perché consumato da anni di pratiche sempre uguali a se stesse.

Fammi un esempio.
Fleming lo aveva intuito, e adesso siamo arrivati a un punto critico: l’abuso degli antibiotici ha selezionato dei batteri superkiller. Lo scienziato scozzese aveva preannunciato che «batteri istruiti» avrebbero imparato a resistere agli antibiotici. Gli antibiotici per di più sono stati usati in maniera sistematica anche negli animali da reddito, determinando la selezione e circolazione di batteri resistenti, che hanno almeno una marcia in più.

In che senso circolazione?
I batteri delle mucche non si limitano a stare nelle mucche. È esattamente l’opposto: i meccanismi di distribuzione e di produzione del cibo possono portarci sulla tavola dei microbi che proprio non dovrebbero starci. Pensa che, alla fine del 2018, negli Stati Uniti una contaminazione da Escherichia coli O157:H7, derivata da una partita di insalata infetta, ha interessato 16 Stati. Se-di-ci. Già, perché l’insalata contaminata non solo era finita nel bancone dei frigoriferi della grande distribuzione, ma anche nella produzione su scala industriale di panini. E lo sai da dove proviene questo particolare ceppo di batteri? Per dirla in maniera educata, dall’intestino di mucche, pecore e anche cervidi. E poi, come ci arriva il nostro microbo sull’insalata di 16 Stati? Attraverso la fertirrigazione dei campi, quindi grazie alla catena di distribuzione – con i camion che ce lo portano, tramite la rete di vendita, sulle nostre tavole. È una tossinfezione che può essere molto grave, causare una malattia invalidante o anche rivelarsi mortale. E per la quale non ha senso usare antibiotici.

Insomma, abbiamo generato degli apparati produttivi che sono completamente verticalizzati.
Sì: li chiamerei proprio egoisti. Se per rispondere alle necessità produttive stravolgiamo meccanismi ecologici e naturali, dobbiamo avere bene presente che l’analisi costi-benefici non riguarda soltanto l’immediato, ma soprattutto il medio e lungo periodo. Ti faccio un altro esempio: oggi sempre più cani vengono sottoposti
a chemioterapia per curare il cancro, e in questo modo si riesce ad allungare la vita dei nostri amici ammalati di qualche mese. Al di là delle considerazioni nello specifico, questi pazienti oltre al trattamento chemioterapico devono essere sottoposti a terapie antibiotiche ripetute e continue perché, esattamente come capita a noi esseri umani, anche loro con la chemioterapia diventano immunodepressi, fragili. E indovina cosa succede? Questi animali eliminano con le feci una percentuale altissima di batteri multiresistenti. Di conseguenza soprattutto anziani e bambini rischiano di contrarre infezioni che poi sono difficilissime da debellare. Il punto che mi preme sottolineare è che adesso certe cose le sappiamo. Conosciamo i meccanismi, i percorsi e i pericoli. Non possiamo più pensare «vabbè, non si dovrebbe fare ma se lo faccio IO non cambia nulla». Noi funzioniamo come comunità, non come individui, le azioni dei singoli condizionano indirettamente la vita di tutti, come per esempio quando si parla di
immunità di gregge.

A proposito, si parla molto negli ultimi tempi di vaccinazioni e, soprattutto, dei movimenti no-vax.
Facciamo così: non parliamo della realtà italiana ma guardiamo al loro proposito in generale, che è quello di far passare lo stato della popolazione da «resistente» a «recettiva» nei confronti di microbi che abbiamo imparato a combattere con le vaccinazioni. Se i novax raggiungessero l’obiettivo che hanno in mente ci farebbero fare un passo avanti e uno indietro. Il passo indietro sarebbe che l’aspettativa di vita media si ridurrebbe drasticamente: a «regime», per così dire, le nuove generazioni sarebbero completamente scoperte rispetto a varicella, morbillo, pertosse, difterite e tetano, che potrebbero spaziare allegramente mietendo vittime qua e là. Le persone morirebbero soprattutto a causa delle malattie infettive o delle loro complicazioni. Inoltre si ammalerebbero, rimarrebbero a casa con la febbre e le bolle, starebbero male.

E il passo avanti in questo scenario apocalittico dove sarebbe?
Provocatoriamente si potrebbe dire che, visto che si verificherebbe un abbassamento della speranza di vita tanto marcato (diciamo intorno ai 60 anni!), verrebbero risolti in maniera drastica i problemi legati alla spesa sanitaria e pensionistica. Ma dubito che ci sia qualcuno (anche tra i no-vax) disposto a vedere in una simile catastrofe un reale guadagno per la società. Però. Adesso torniamo alla questione individuo e collettività. Io sono assolutamente convinta che esistono percorsi paralleli a quelli che abbiamo sviluppato per arrivare fino a qui, che possono permettere il co-avanzamento della salute. A differenza dei bizzarri ma rivoluzionari personaggi di questo libro (tutti maschi
tranne due, ahimè), che sono andati a cercare la vera innovazione sfidando dogmi e allargando lo sguardo ad altre discipline, noi oggi potremmo sfruttare l’immensità di informazioni generate da altri settori per scopi differenti.

Cambiare visione, paradigma… a volte la tua sembra proprio una fissazione.
Sai, ognuno è frutto della sua esperienza – che non è quello che ti accade, ma quello che riesci a farne. Nel raffigurarmi i salti di ragionamento acrobatici che hanno spianato la strada ai risultati dei celebri «rivoluzionari» di cui abbiamo parlato, ho pensato al loro come a un cammino di liberazione da pregiudizi e da preconcetti. Esiste una condizione mentale che secondo me facilita questa ricerca di ciò che è diverso e lontano, a volte ai limiti dell’immaginabile. Ed è quella di non essere lateralizzato.

Non lateralizzato… vuoi dire NL?
Sì. Una piccola percentuale della popolazione non riesce a distinguere il lato destro dal sinistro – di se stessi, e quindi del mondo circostante. Il processo di lateralizzazione degli individui avviene intorno alla prima elementare e se perdi quella finestra di consapevolezza sei finito: mai e poi mai le parole destra e sinistra avranno un significato per te. Quindi i non lateralizzati non sono capaci di seguire un’indicazione stradale come «vai prima a destra, poi prendi la seconda a sinistra»; si smarriscono frequentemente, spesso infilano i corridoi dalla parte sbagliata. Allo stesso tempo, però, il non lateralizzato sa che destra e sinistra sono solo in testa: sono una congettura e non una caratteristica intrinseca delle cose, anche se a tutti sembra il contrario.

Suggerisci quindi un modo «non lateralizzato» di guardare alle sfide di cui abbiamo parlato? Senza pregiudizi, ma anche
senza punti di riferimento?

Ecco, forse il vero insegnamento che dovremmo recuperare per poter far avanzare la salute come sistema è quello di cercare ogni tanto di lasciare la strada maestra tracciata da altri, recuperando il coraggio e il candore che hanno caratterizzato i personaggi di cui abbiamo parlato. Tutti potrebbero provare ogni tanto ad assumere il punto di vista di un non lateralizzato, guardando oltre i limiti fisici e mentali che ci sono imposti. Destra e sinistra sono utili, ma a volte – nello spazio interstellare, per esempio – possono fare più confusione che altro. Esistono ancora mondi interi da scoprire e da esplorare, e come quasi sempre nella storia della scienza la strada per arrivarci ci sarà offerta dall’interfacciarsi tra loro di più discipline. La vera chiave per leggere il futuro è quella di usare nuovi linguaggi per comunicare la scienza, come fece Vesalio, e avere il coraggio di sfidare il consolidato per l’impensabile, come Fracastoro. Insomma rendere accessibili e scoprire i nuovi mondi paralleli invisibili che influenzano la nostra salute.

Guardare alle opportunità che abbiamo senza pregiudizi. È questo il messaggio che oggi vorresti dare?
Ho usato questa passeggiata, caro Daniele, per animare un racconto fatto di persone, idee e concetti attraverso la lente dell’interdisciplinarietà. Parlando di personaggi a me cari ho cercato di tratteggiare come nei secoli lo «sparigliamento delle carte» abbia in molti casi portato a trasformazioni rivoluzionarie. Lo sparigliamento è quindi un elemento necessario alla crescita e alla curiosità. Quello casuale non è governabile, ma è possibile costruire deliberatamente percorsi guidati che mirino ad abbracciare ciò che oggi prende il nome di disruptive innovation. Il momento è assolutamente favorevole a questa trasformazione, i big data sono lì che aspettano. Noi dobbiamo soltanto credere nell’interdisciplinarietà e spingerla in ogni ambito: la storia ci insegna che è grazie a essa che sono possibili le grandi scoperte che consentono di trasformare la salute da «cilindro» a «sfera». Per compiere questa trasformazione mi piace immaginare la postfazione di Umberto Curi come Capitolo 1 di questo manifesto aperto che vuole invitarvi a ripensare alla salute in senso più contemporaneo.

Cercare nuovi punti di vista è sempre utile, a volte è necessario. Quando si tratta di salute, può essere vitale.

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