Sovranisimi e altri disastri
2 Settembre Set 2019 0600 02 settembre 2019

Salvini e Boris Johnson? Giocano con la democrazia per nascondere i loro fallimenti

Per Johnson è vitale portare a casa un risultato qualsiasi prima che gli inglesi si accorgano del baratro in cui li sta spingendo. Per Salvini è vitale tenere alta la tensione in attesa di incassare il risultato più ambito, la conquista di Palazzo Chigi

Salvini_Linkiesta
MARCO BERTORELLO / AFP

«Non dureranno in eterno». Dopo avere chiesto “pieni poteri” ed elezioni subito, Matteo Salvini affida il suo futuro a profezie, insulti e maledizioni che suonano come l’antipasto di una campagna elettorale permanente, sui media e nelle piazze, contro il nascente Contebis. "L’ eterno" per il Capitano è misurato su otto mesi, al massimo un anno, giusto il tempo di capitalizzare il malcontento popolare per le misure finanziarie che il governo dovrà varare e i probabili litigi all’interno di una maggioranza eterogenea e complicata. Se poi Di Maio e Renzi ci metteranno lo zampino, ovvero il bastone delle rivincite personali negli ingranaggi dell’alleanza giallorossa, i tempi potrebbero addirittura accorciarsi. Si tratta di capire se le rabbiose sparate di queste ore s’inquadrino nella narrazione corrente (e troppo rassicurante per tanta parte della sinistra) di un Capitano messo fuori gioco dai suoi stessi errori, da un miscuglio di arroganza e delirio di onnipotenza lievitato con i sondaggi favorevoli, o se facciano parte di una strategia calcolata qualche tempo prima di selfie e balletti a dorso nudo sulla spiaggia del Papeete. Trattasi di infantilismo o di colpo di poker?

Nello Zanichelli, la “mossa del cavallo” del gioco degli scacchi, diventa - in senso figurato e nel linguaggio politico - un'iniziativa abile e inattesa, che permette di liberarsi da un impedimento (Di Maio?) o di uscire da una situazione critica (la finanziaria in agguato?) Secondo la lettura dell‘ azzardo, l’idea di staccare la spina sarebbe nata non per ottenere “elezioni subito” come ha finto di pretendere il Capitano, ma per evitare di affrontare la legge finanziaria in autunno con alleati inaffidabili e litigiosi, nella consapevolezza che il governo gialloverde avrebbe avuto comunque pochi mesi di vita. Forse Salvini avrebbe preferito un governo istituzionale/elettorale e non aveva previsto l’iniziativa di Renzi per un governo di scopo né la generosa disponibilità del PD a costruire un’alleanza alternativa. Forse non aveva previsto i prezzi che gli ex alleati grillini sarebbero stati disposti a pagare pur di evitare le elezioni. Forse non aveva previsto la determinazione di Conte a togliersi l’abito del notaio e indossare quello dello statista.

Ma è probabilmente sbrigativo concludere che quello di Salvini sia stato soltanto un bluff mal riuscito. Per quanto confortato dai sondaggi, il Capitano non poteva permettersi giocare all’infinito con promesse e slogan senza risultati concreti. Prima o poi anche il più entusiasta e adorante dei leghisti avrebbe aperto gli occhi. Meglio far saltare il tavolo, dilazionare momentaneamente la presa del potere, lasciare ai “giallorossi” l’ingrato compito di governare “contro” la pancia degli italiani. Non sarà una traversata nel deserto la sua, ma una stagione di guerriglia, da capopolo arrabbiato, continuando a scatenare reazioni di pancia, a infiammare i nervi scoperti, ad agitare fantasmi : il lavoro cinico e irresponsabile che gli riesce benissimo. I sondaggi continuano a dargli ragione.

Il colpo di poker di Salvini sembra avere ispirato anche un altro campione del sovranismo europeo. La mossa di Boris Johnson di sospendere i lavori del parlamento e così impedire ulteriori passaggi in aula sulla Brexit sembra dettata dalla consapevolezza di non riuscire a tenere in piedi una maggioranza risicata e litigiosa. Lo spauracchio del “no deal” può portare a due risultati: obbligare il Parlamento ad approvare l’accordo e ricompattare la maggioranza oppure “ottenere” una sfiducia che porterebbe ad elezioni anticipate e a un’ulteriore rinvio della Brexit, rimettendo sulla scacchiera l’eventualità di un secondo referendum. Entrambi i risultati non dispiacerebbero a Boris Johnson. La sua carriera politica, costruita su propaganda populista e fake news è in bilico e potrebbe avere esiti rovinosi. La Gran Bretagna rischia la stagnazione economica e l’implosione sociale per le imprevedibili reazioni di scozzesi e irlandesi del nord. Il leader labourista Corbyn si sta preparando a raccogliere l’eredità del disastro, con un programma che manderebbe in soffitta in un colpo solo la Gran Bretagna della Thatcher e di Blair: ridistribuzione del reddito, salario minimo, investimenti pubblici, nazionalizzazioni di servizi e imprese strategiche.

Una prospettiva che Johnson usa come arma di ricatto: «Voglio solo dire a chiunque in questo Paese, inclusi quelli che siedono in Parlamento, che la scelta fondamentale è questa. Volete stare dalla parte di Jeremy Corbyn e di quelli che vogliono cancellare il referendum e far precipitare il Paese nel caos? O volete stare con quelli che vogliono andare avanti e adempiere al mandato del popolo? Questa è la scelta». Per Johnson è vitale portare a casa un risultato qualsiasi prima che gli inglesi si accorgano del baratro in cui li sta spingendo. Per Salvini è vitale tenere alta la tensione in attesa di incassare il risultato più ambito, la conquista di Palazzo Chigi. Potrà accadere che il sovranismo sia sconfitto dalla storia e da un robusto sussulto di europeismo collettivo, ma intanto le mosse del cavallo dei suoi leader dilazionano la scadenza. E i prezzi saranno comunque altissimi.

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