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3 Settembre Set 2019 0600 03 settembre 2019

Pd e Cinque Stelle, ecco perché tutti vogliono il ministero del Lavoro

L’elenco dei papabili che circola è lunghissimo. La fortezza del ministero del Lavoro è una delle maggiori poste in gioco per Pd e 5S. Da qui passeranno reddito di cittadinanza, salario minimo, dl dignità, taglio al cuneo fiscale e il futuro di quota cento

Di Maio Linkiesta
(Andreas SOLARO / AFP)

In tanti nelle ultime ore hanno preferito tirarsi fuori dal balletto convulso dei nomi sul futuro ministro del Lavoro del governo giallorosso. L’elenco dei papabili che circola è lunghissimo. La fortezza di Luigi Di Maio e del suo corposo staff è una delle maggiori poste in gioco sia per il Partito democratico sia per i Cinque Stelle. È a via Veneto che si trova la regia del reddito di cittadinanza, dei navigator e del futuro delle politiche attive del lavoro e di quota cento. Ed è da via Veneto che bisogna partire per innescare il percorso del salario minimo, degli aggiustamenti al decreto dignità e al Jobs Act, e pure quello del taglio al cuneo fiscale.

Ma in queste ore, di contenuti sul tavolo delle trattative ce ne sono pochi. Tranne qualche punto striminzito, buttato giù a favore dei titoli di giornale, da una parte e dall’altra tutti si guardano bene dal dire quello che conta, commentano in tanti, ovvero dove si intendono prendere i soldi per la prossima legge di bilancio.

Quelli che circolano all’impazzata, invece, sono i nomi. La trattativa Pd-M5S è ristretta a pochi rappresentanti delle correnti dei rispettivi partiti. Ed è un gioco a incastro con diverse pedine. Se i Cinque Stelle prendono il Lavoro, significherebbe dare il Tesoro e lo Sviluppo economico al Pd. Troppo per i grillini. I quali, però, se prendono il Lavoro, non possono prendere pure il Mise, come è stato finora con Di Maio.

Se i Cinque Stelle prendono il Lavoro, significherebbe dare il Tesoro e lo Sviluppo economico al Pd. Troppo per i grillini. I quali, però, se prendono il Lavoro, non possono prendere pure il Mise

Il ministero del Lavoro e quello dello Sviluppo economico, questa volta, dovrebbero andare a due persone diverse. Nei giorni scorsi, i Dem si sono giocati i loro migliori nomi sul tema: Tommaso Nannicini, Teresa Bellanova, Giuseppe Provenzano. Ed è circolato pure il nome di Maurizio Del Conte, giuslavorista predecessore dell’italoamericano Mimmo Parisi alla presidenza dell’Anpal sotto i governi Renzi e Gentiloni. Del Conte, nonostante le sue posizioni critiche sulla riuscita del reddito di cittadinanza secondo l’impostazione grillina, rappresenterebbe a questo punto una figura tecnica di mediazione tra i due poli. Così come potrebbe essere per l’ex presidente dell’Inps Tito Boeri, spuntato pure lui tra i papabili.

Lato Cinque Stelle, senza Di Maio il nome forte per il Lavoro è quello del professore Lorenzo Fioramonti, dato però anche come possibile titolare al futuro ministero dell’Istruzione. Mentre per il Mise la partita sarebbe tra il 5S Stefano Buffagni, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio e tessitore delle lunghe trattative Lega-5S sulle nomine, e l’ex ministro Dem delle Infrastrutture Graziano Delrio.

Con Di Maio, farà le valigie dal ministero del Lavoro anche l’affollato cerchio dei fedeli scelti per la corte di Via Veneto. Un mega staff di 12 persone costato quasi 700mila euro l’anno

«Sarebbe un bel segnale se il Pd prendesse il ministero del Lavoro», ha detto il vicesegretario Dem Andrea Orlando dal palco della festa dell’Unità di Ravenna. E senza una guida grillina al Lavoro, a cascata i movimenti tellurici potrebbero arrivare dritti fino all’Anpal. Da ente semisconosciuto, l’Anpal è diventata nei mesi scorsi terreno di battaglia con le Regioni, da quando Di Maio ci ha scommesso come cabina di regia per le politiche attive legate al reddito di cittadinanza (che però sono di competenza regioanale). Scegliendo per giunta per la presidenza il professore del Mississippi esperto di Big Data Mimmo Parisi, “padre” dei navigator, in odore di conflitto di interessi nel caso in cui avesse comprato il software che lui stesso ha creato negli Usa.

Senza “l’ombrello” grillino, Parisi ora potrebbe fare le valigie in anticipo, considerato anche che l’aspettativa che ha chiesto dalla Mississippi State University scade a fine anno. E non sarebbe l’unico a dover fare gli scatoloni. Anzi. Con Di Maio, farà le valigie dal ministero del Lavoro anche l’affollato cerchio dei fedeli scelti per la corte di Via Veneto. Un mega staff di 12 persone costato quasi 700mila euro l’anno.

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