Letture
5 Settembre Set 2019 0600 05 settembre 2019

“Frammenti berlinesi”, ovvero il più bel trattato di filosofia della forma (architettonica)

Assonante nel titolo e nel legame con la città di Berlino, il libro di conrad-bercah scava nella sua giovinezza di architetto per recuperare forme, archetipi e icone. Un viaggio dal sapore filosofico ed esistenziale, che ispira e affascina

Berlino_Linkiesta
Photo by Adam Vradenburg on Unsplash

“Nella mia vita interiore avevo più volte sperimentato come fosse salutare il metodo della vaccinazione; lo seguii anche in questa occasione e intenzionalmente feci emergere in me le immagini – quelle dell'infanzia – che in esilio sono solite risvegliare più intensamente la nostalgia di casa. La sensazione della nostalgia non doveva però imporsi sullo spirito come il vaccino non deve imporsi su un corpo sano.” Così Walter Benjamin introduceva Infanzia berlinese intorno al millenovecento, stabilendo programmaticamente di procedere ad un'archeologia del proprio inconscio, che lo avrebbe portato ad estrarre dal profondo immagini significative della propria infanzia. Assonante nel titolo e nel legame con la città di Berlino, Frammenti berlinesi. Eterografia di una forma architettonica, il libro recentemente pubblicato da conrad-bercah per i tipi di LetteraVentidue opera in maniera analoga, scavando nella propria giovinezza di architetto per recuperare forme, archetipi, icone – “fantasmi”, così li definisce l'autore stesso – che ne avevano insospettabilmente segnato la formazione professionale, culturale e umana. Per chiarire non solo il senso di necessità da cui scaturisce questo viaggio a ritroso nel proprio io architettonico e l'occasione specifica in cui tale necessità emerge, ma anche come esso si esplica concretamente, occorre brevemente dar conto di un antefatto.

Berlin-Britz, 26 settembre 2018, ore 7.00 del mattino. Una gru preleva alcuni elementi prefabbricati dal pianale di un camion posteggiato sulla Jahnstrasse, e li innalza sino al quinto piano (l'ultimo) di un edificio residenziale in costruzione, terminandone lo sviluppo in altezza. Le pareti di legno e le grandi finestre, montati con tranquilla precisione da una squadra di tre operai, sono stati prodotti, così come il resto della struttura già assemblata in un mese di lavoro, da una fabbrica di Bressanone, in Italia. Quando, qualche mese più tardi, a lavori ultimati vengono rimossi i ponteggi, l'edificio mostra a chi percorre la strada ampie aperture disposte piuttosto regolarmente, un rivestimento di legno scuro e una ripartizione della facciata in tre fasce verticali, quella centrale più arretrata e le due laterali allineate agli edifici contigui; a chi dovesse penetrare nella corte retrostante apparirebbe una seconda facciata rivestita di legno, dal disegno differente ma analogamente caratterizzata da una sobria relazione tra varietà ed equilibrio.

Nel momento in cui il processo progettuale che ha portato alla costruzione della casa di Berlin-Britz è ormai sostanzialmente concluso – approvazione da parte degli uffici comunali – conrad-bercah scopre fortuitamente – un vecchio schizzo che riemerge dall'archivio – legami nascosti con la propria tesi di laurea, incentrata sulla riqualificazione dell'area dell'antica Porta Palatina di Torino.

La torre binata della Porta risuona nel prospetto dell'edificio berlinese, che d'altronde ambisce, proprio come una porta urbana, a segnare un limite e a costituire una soglia, ma una volta iniziata questa seduta di psicanalisi architettonica si palesano altre analogie sepolte dall'oblio, altri echi lontani, altri legami nascosti, tutti risalenti ad una sorta di lungo pellegrinaggio di formazione compiuto da conrad-bercah tra la conclusione degli studi accademici e l'inizio dell'attività professionale: i quadri Piero della Francesca, il Palazzo Ducale di Urbino, gli edifici di Donato Bramante a Roma, l'aeroporto berlinese di Tempelhof, la Siedlung di Bruno Taut a Berlin Neukolln, le porte urbane esposte nel Pergamonmuseum, la chiesa progettata da Karl Friedrich Schinkel per Federico II sulla Sprea. (galleria disegni)

I Frammenti berlinesi sono quindi una nutrita serie di schizzi nei quali conrad-bercah mette in relazione il proprio edificio con ciascuno di questi fantasmi e altri ancora, trasfigurandolo, analizzandolo, astraendolo, esaltandone questa o quella analogia, a seconda di ciò a cui esso di volta in volta si affianca; si tratta dunque di frammenti in quanto visioni programmaticamente parziali dell'edificio, facce di un medesimo prisma, parti da ricombinare per restituire l'unitarietà originaria. I Frammenti berlinesi sono però anche una sequenza di riflessioni scritte – 111 per la precisione – che come cerchi concentrici allargano gradualmente le questioni di teoria e poetica legate al progetto, tra incisi, digressioni, puntualizzazioni, notazioni isolate, leitmotiv. Frammenti testuali e frammenti grafici si richiamano vicendevolmente, pur senza corrispondere gli uni agli altri in modo preciso e univoco, con un gioco di rimbalzi che non trova mai quiete. Non ci troviamo di fronte ad una collezione di disegni commentati, e neppure ad un saggio illustrato: parole e disegni hanno egual valore, proprio in quanto frammenti; semplicemente conrad-bercah, archeologo di sé stesso, rinviene nell'opera di scavo materiali diversi ma sempre importanti. D'altronde i frammenti del titolo potrebbero essere identificati non solo nelle riflessioni scritte e negli schizzi, ma anche nelle analogie architettoniche, in parte già enunciate, e nella vasta collezione di riferimenti filosofici, artistici, spirituali che emergono dal testo.

Una costellazione di nomi, citazioni e idee che da sola vale la lettura di Frammenti berlinesi, disegnando un autoritratto intellettuale dell'autore e insieme lo sfondo culturale da cui emerge la casa a Berlin-Britz: il “Contributo alla critica di me stesso” di Bendetto Croce, le modalità di scrittura di Henry James, gli aforismi di Karl Kraus, la poetica del frammento di Friedrich Schlegel e Novalis, la Entwicklungsfähigkeit (capacità di elaborazione) di Ludwig Feuerbach, Marguerite Yourcenar, Eugen Fink, la teoria della Germania segreta e mediterranea di Ernst Kantorowicz e dei suoi studi su Federico II; Aby Warburg e Giorgio Agamben sono figure centrali, frequentate assiduamente dalle pagine del libro e dai pensieri di conrad-bercah, così come Walter Benjamin (di cui curiosamente non compare proprio l'Infanzia berlinese). Una “Nota bibliografica” conclusiva rende generosamente e puntualmente conto di questo Pantheon personale. Risulta evidente come conrad-bercah intenda l'architetto eminentemente come un intellettuale che nutre il proprio lavoro, in modo talvolta diretto talvolta indiretto, di una grande quantità di materiale filosofico e spirituale; in questo senso Frammenti berlinesi rintuzza quanti vedono nell'architetto un problem solver (da “destra”), un tecnico della sostenibilità (dal “centro”) o un sociologo militante, pronto a presidiare un qualche fronte (da “sinistra”), contribuendo su un piano personale ad una riflessione di lunga data ma anche di una certa attualità, affrontata di recente in modo sistematico da Marco Biraghi con il volume L'architetto come intellettuale.

Il frammento non costituisce soltanto la forma con cui si presenta il testo di conrad-bercah (“trasformare dei frammenti in teoria”), e neppure solo l'alimento di cui si nutre, ma rappresenta anche una delle questioni teoriche e poetiche di cui esso dibatte: dalle osservazioni sul comporre per frammenti sperimentato da Aldo Rossi nell'isolato berlinese di Schützenstrasse (progettò a cui l'autore del libri lavorò come giovane architetto) all'immagine della capitale tedesca come accumulo di frammenti, dall'affermazione dell'“importanza del frammento rispetto all'opera compiuta” al potere trasgressivo e aggressivo della citazione, che distrugge, isolandoli, il passato, il contesto, la tradizione per fondare una nuova autorità, sino al valore della “collezione”.

Il meccanismo con cui il patrimonio collettivo di forme e immagini converge nell'opera individuale sostanzialmente è quello dell'analogia

In effetti conrad-bercah pare essere riuscito nel compito non semplice che si era prefissato, ovvero produrre riflessioni teoriche attraverso l'andamento rapsodico che caratterizza disegni e appunti. Vale quindi la pena di isolare alcuni temi di interesse più generale che emergono dal testo. Una questione è rappresentata dalla relazione tra l'individualità del progettista e il sapere collettivo che attraverso di esso trova un'espressione. Se l'intento dell'autore è – parafrasando il titolo di Croce già citato – quello di produrre una “edizione critica di se stessi per frammenti”, Frammenti berlinesi è un libro che affronta l'architettura su un piano autobiografico senza per questo essere personalistico; al contrario conrad-bercah sin dalle prime pagine fa propri, combinandoli, i significati dell'italiano “eterografia” – un documento firmato per procura da soggetto altro rispetto a chi avrebbe interesse a firmarlo ma non può farlo – e dell'inglese “eterography” – scrivere parole con un significato diverso da quello inteso dall'autore o anche cambiare l'ortografia correntemente accettata – suggerendo come la progettazione architettonica non sia mai un atto individuale e autoreferenziale quanto piuttosto la conclusione di racconti che nascono da lontano, il catalizzatore di “potenzialità inespresse” (ecco la Entwicklungsfähigkeit di Feuerbach). Progettare può essere inteso come “inventare” soltanto se si risale al senso etimologico del latino “invenire”, ovvero “scoprire cercando”, come ricorda Davide Tommaso Ferrando nell'Introduzione. “Scoprire cercando”: conrad-bercah – ma più in generale l'architetto, di questo chi scrive ne è profondamente convinto, per quel che vale – cercando scopre “forme che abitano contemporaneamente sia il nostro stomaco che la nostra mente e che come tali si nutrono della nostra memoria inconscia, memoria essenzialmente fatta di cose che non sapevamo di aver amato o che forse abbiamo dimenticato di aver amato”. In questo senso, ancor più che autobiografico, Frammenti berlinesi è un libro di “testimonianza”, secondo la fortunata definizione suggerita da Valerio Paolo Mosco nella Postfazione.

Il meccanismo con cui il patrimonio collettivo di forme e immagini converge nell'opera individuale – la Porta Palatina, la chiesa di Schinkel, le torri di Urbino che riappaiono nel progetto di Berlin-Britz – sostanzialmente è quello dell'analogia, come ben sottolinea anche l'Introduzione di Ferrando: l'edificio realizzato da conrad-bercah è un “deposito analogico di memorie”, ma la definizione potrebbe essere estesa a qualsiasi architettura. Nell'“Autobiografia scientifica” - testo amato e citato dall'autore di Frammenti Berlinesi – Aldo Rossi definisce l'analogia come “un campo di probabilità, di definizioni che si avvicinavano alla cosa rimandandosi l'una all'altra, si incrociavano come gli scambi dei treni”: significativamente la descrizione rossiana può essere utilizzata come un'estrema sintesi del testo di conrad-bercah e del processo progettuale che in esso viene ricostruito a posteriori, con la casa sulla Jahnstrasse posta al centro del “campo di probabilità” analogico, dove la forma architettonica viene determinata attraverso intersezioni molteplici e dove binari provenienti anche da molto lontano nel tempo e nello spazio portano convogli eterogenei a sfiorarsi tra loro e a lambire il cuore del progetto.

Anche per quanto riguarda il tema dell'analogia, come nel caso già citato del volume di Biraghi e dello statuto intellettuale dell'architetto, Frammenti berlinesi entra in risonanza con riflessioni che aleggiano nel dibattito disciplinare più attuale, in particolare con quelle formulate da Valter Scelsi con il libro Opera analogica, pubblicato nel 2017 a margine di un ricchissimo lavoro di raccolta di analogie architettoniche, presentate sul tumblr opusanalogico - A list of analogies. Come il testo di conrad-bercah anche il lavoro di Scelsi, muovendo dalla questione dell'analogia in architettura, affronta i temi della memoria collettiva, dell'oblio, della citazione, differenziandosi sul piano dell'approccio: saggistico quello di Opera analogica, diaristico quello, già ampiamente descritto, di Frammenti berlinesi.

Conrad-bercah, come peraltro Scelsi, lega le proprie riflessioni sulla memoria a quelle sulla forma e sull'immagine dell'architettura. Frammenti berlinesi può essere a buon diritto accostato ad una nuova attitudine “laica” nei confronti della forma architettonica, una tendenza rappresentata, per esempio, dalla rivista San Rocco e dalle molte figure che ruotano intorno ad essa: architetti, critici, teorici, fotografi tra cui lo stesso conrad-bercah, autore di un saggio pubblicato su San Rocco 12, nonché sostenitore della rivista. San Rocco, che ha appena celebrato la propria chiusura, prevista sin dal primo numero con un “piano quinquennale”, è nata con l'intento programmatico di produrre una conoscenza architettonica “ingenua”, a suo modo radicale. Per quanto passi talvolta per essere portatrice di un approccio rigidamente ortodosso, forse per via della grafica austera o della convocazione di Giorgio Grassi e Aldo Rossi come “santi patroni”, la rivista in realtà ha proposto una “liberazione” della forma architettonica, soprattutto in relazione alla storia: le architetture – tutte le architetture, indipendentemente dall'epoca che le ha prodotte – costituiscono un sapere collettivo al quale rivolgersi per produrne di nuove. Non siamo distanti dalla dichiarazione programmatica con cui conrad-bercah introduce la propria attività di progettista, citata anche nel risvolto di copertina di Frammenti berlinesi: “esprimere la vita della forma architettonica spogliata della retorica prevalente del momento”; è un concetto che si riverbera nel nome scelto per il proprio studio, Context of bare architecture (c-b-a).

L'architettura “spoglia” di conrad-bercah guarda all'inevitabile rottura con la tradizione come a una liberazione e non come a una perdita (risuona ancora una volta la voce di Agamben), una liberazione capace da una parte di “combattere la museificazione del mondo”, per evitare di “confinarla in aree protette”, dall'altra di entrare in produttiva polemica con l'ortodossia funzionalista, che in Germania si è manifestata in modo estremo nella prefabbricazione di massa dei programmi di edilizia residenziale della DDR. Non è solo la penna di conrad-bercah a condurre la battaglia contro le “città senza autore” prodotte dal socialismo tedesco, ma è la concezione stessa dell'edificio da cui il libro è in qualche modo scaturito a rappresentare un diverso paradigma di prefabbricazione, che non domina la forma architettonica ma vi si mette umilmente a servizio.

Non solo la forma architettonica viene liberata dalle riflessioni contenute in Frammenti berlinesi, ma anche l'immagine dell'architettura, a cui vale la pena di dedicare le ultime righe di questa recensione, per mostrare come il valore del libro in fondo trascenda – come nel caso di ogni buon libro – le intenzioni dell'autore.

Conrad-bercah intende “allontanarsi dal luteranesimo di una modernità che ha voluto negare lo stupore di fronte alla potenza dell'influenza che le immagini, interiori ed esteriori, esercitano sul nostro operato”. Si potrebbe osservare che il modernismo funzionalista sia ormai un nemico già sconfitto; eppure Frammenti berlinesi sembra utile anche nei confronti dell'opposto estremismo, ovvero la completa deregulation dell'immagine, nonché la sua acritica esaltazione, che hanno caratterizzato buona parte dell'architettura dalla fine degli anni '90 fino a tutto il primo decennio del nuovo secolo, e che ancora fatica ad essere messa in discussione.

In primo luogo infatti conrad-bercah mette le immagini al centro delle proprie riflessioni, ma senza che esse costituiscano un obiettivo a cui il progetto aspira; al contrario, esse vengono rintracciate a ritroso, ex-post, a partire da un'architettura ben costruita, sobria nell'aspetto come nella concezione, utile, confortevole, ben calibrata sul suo contesto. L'immagine non è un surrogato della costruzione, completamente dissociato da essa, o una facile droga da iniettare nella pratica professionale, ma un continuo e irrinunciabile nutrimento per il progetto e l'edificazione, con cui intesse un legame intimo e non lineare.

In secondo luogo Frammenti berlinesi, lasciando emergere il potere delle immagini, capaci di produrre effetti a lunghissimo termine su chi vi si espone, mette in guardia dai rischi di un uso inconsapevole di esse. Le immagini, complici la forza dell'analogia, la persistenza della memoria, l'imprevedibilità dell'inconscio, sono armi efficaci ma pericolose, che vanno maneggiate con attenzione.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook