Letteratura
6 Settembre Set 2019 0600 06 settembre 2019

Il mondo millenario di Arsenij Tarkovskij, seguace dell’immortalità dell'anima, con un solo vero amore: la scrittura

Le tante relazioni del poeta russo, da Marina Cvetaeva ad Anna Achmatova, hanno segnato tanto la sua prosa quanto le sue poesie. Un esempio? Stelle tardive e Costantinopoli

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Tra l’altro, fu l’ultimo amore di Marina Cvetaeva. “Con Marina Ivanovna Cvetaeva ho fatto conoscenza nel 1939. Ella era arrivata in uno stato assai turbato, era convinta che suo figlio sarebbe stato ucciso, come poi accadde. Io l’amavo, ma stare con lei era difficile: era troppo brusca, troppo nervosa”. Lui aveva 33 anni, dalla bellezza incisa, lei era appena, malauguratamente, arrivata in Unione Sovietica, dopo il vagabondaggio europeo. Aveva 48 anni, quella poetessa magnetica. “Caro compagno T, il Vostro libro è incantevole… la Vostra traduzione è una delizia. E cosa potete Voi stesso? Giacché per un altro poeta potete – tutto. Trovatele (amatele) – e le parole vi verranno. Presto vi inviterò a casa mia – una sera – a sentire delle poesie (mie), dal libro che sto per pubblicare”. Marina gli scrive da Mosca, nell’ottobre del 1940: un anno dopo è defunta. Naturalmente, di quel libro che sto per pubblicare, non si fece nulla. “So che sono buone poesie e che a qualcuno sono necessarie (forse addirittura come pane). E se non ne verrà fuori nulla – tradurrò, chiuderò la bocca a quelli che mi dicono: ‘Perché non scrivete?’ – perché il tempo è uno solo, ed è poco, e scrivere per me stessa nel quaderno è luxe. Perché per le traduzioni mi pagano, e per le mie cose – no”. Chi giudica il pregio editoriale di quelle poesie, il critico Kornelij Zelinskij, le squalifica, squallidamente: “sono palesemente poesie ‘di un altro mondo’, qualcosa di diametralmente opposto e addirittura ostile alle concezioni del mondo nella cui sfera vive l’uomo sovietico” (sia sempiterna lode a Serena Vitale: dall’epistolario di Marina Cvetaeva da lei curato, Deserti luoghi, Adelphi, 1989, rubo questi dettagli). Ma non si scrive sempre di e da un altro mondo?

La lettera al poeta termina con quella frase bellissima, “Ogni manoscritto è indifeso. E io sono tutta un manoscritto”, che è anche un imperativo delicato a farsi amare. Nella sua vita il poeta Arsenij Tarkovskij, dal fascino inequivocabile – una periscopica somiglianza con Majakovskij – colleziona tre mogli. Dalla prima, Marija Ivanovna Višnjakova, il 4 aprile 1932, ha il figlio Andrej, il grande regista; dal 1937 vive con Antonina Aleksandrovna Bochonova, che sposa tre anni dopo; dal 1947 si unisce a T.A. Ozerska, che sposa nel 1951. “Marina era terribilmente infelice, molti ne avevano paura. Anch’io, un pochino. Infatti, era un tantino una negromante”, ricorda Tarkovskij. L’ultima poesia di Marina Cvetaeva, scritta il 3 marzo 1941, è dedicata a Tarkovskij. “Mansueta come un ladro/ senza dare fastidio a nessuno/ al posto non apparecchiato/ mi siedo settima, indesiderata…/ Come la morte al banchetto nuziale:/ io – la vita che viene a cena”.

“Tarkovskij aveva una moglie molto gelosa. Era con lei quando una volta incontrò Marina Cvetaeva in pubblico e non la salutò: fu quello l’ultimo dolore amoroso di Marina, eterna passante sulle strade maschili, eterna ospite e forestiera nella vita. (Come Pasternak, Tarkovskij scrisse splendidi e dolorosi versi in memoria di Marina Cvetaeva)”, scrive Serena Vitale.

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