Economia Sferica
6 Settembre Set 2019 0900 06 settembre 2019

Se il mondo va a rotoli, è perché ci siamo persi. Ecco come tornare ad una cultura della collettività

Da Hong-Kong all’Amazzonia, dalle guerre dei dazi alla gestione dell’immigrazione, l’umanità sembra aver perso i valori e il senso di tutto. Per ritrovare equilibrio, l’unica soluzione è ripensarsi in maniera collettiva, agendo per accogliere la diversità ed esercitare l’altruismo

Uomo_Linkiesta
Photo by Joshua Earle on Unsplash

Negli ultimi mesi ho avuto molteplici occasioni di poter partecipare come speaker a eventi di rilevanza nazionale in cui venivano trattate tematiche centrali, oggi, nella nostra società. Ho potuto condividere i palchi con esponenti di primaria importanza nella scena politica, sociale, scientifica, economica, artistica e filosofica del nostro Paese. Penso all’evento istituzionale per lo sviluppo sostenibile organizzato da ASviS, al FED organizzato da Confindustria Giovani e Facebook, al Festival del Lavoro, al Meeting di Rimini o al TEDx di Cortina solo per citarne alcuni. Al Meeting di Rimini dello scorso agosto sono stato sia attore sia spettatore in un’edizione del meeting dell’amicizia tra i popoli che per me si è rilevata molto speciale. Speciale non tanto per la cornice e la matrice originaria dell’evento (a cui partecipavo per la prima volta), e per la sensibilità e la sorprendente affinità con una platea d’eccezione, quanto per come ci sono arrivato, e per lo stato d’animo e il convincimento che mi hanno fatto maturare gli eventi di cronaca, di politica, di economia, nazionali e mondiali, susseguitisi in questa estate duemiladiciannove.

Un’estate in cui ho percepito con estrema chiarezza la volatilità delle situazioni che quotidianamente scandiscono il tempo del mondo, l’incertezza delle convinzioni su cui si sono rette per secoli le credenze dei popoli, la complessità degli scenari mondiali che si sono prospettati all’orizzonte e l’ambiguità dei personaggi che sono protagonisti dei fatti che stanno scandendo questo arco di storia contemporanea. In sintesi, la fragilità del nostro tempo.

Ho la netta consapevolezza che mai, come nell’epoca in cui siamo recentemente entrati, la nostra reazione alla costruzione di una realtà sempre più pervasivamente manipolata e controllata sia incarnata in un profondo e acuto smarrimento riguardo al senso per il quale ciascuno di noi sta veramente al mondo. Uno smarrimento che risulterebbe invece paradossale se solo ci sforzassimo di considerare le infinite e magnifiche potenzialità che ci offrirebbe un progresso accelerato dalle nuove scoperte e intuizioni dell’uomo, così come dall’incontro sempre più frequente tra religione e scienza o dal confronto sempre più sincero tra filosofia, psicologia, sociologia da un lato e tecnologia dall’altro. Mai come stavolta avremmo il futuro a nostra disposizione ma qualcosa o qualcuno (forse noi stessi) vuole tenerci lontani da esso, mantenendoci nella confusione e nell’ignoranza. Siamo infatti afflitti da un’impotenza endemica di povertà, intesa non solo e non tanto come assenza di beni ma soprattutto come povertà di significato, di senso, di scopo ultimo della nostra esistenza.

Dunque, è questa l’impresa più ardua che la nostra epoca ci sta riservando? Pare proprio di sì. Riuscire a riconoscere che la nostra sola possibilità risiede nella capacità di porci domande essenziali che sappiano dare senso al nostro essere vivi su questo pianeta, e che questa capacità risiede proprio nell’incontro con l’altro e con ciò che è diverso da me. È il compito che siamo chiamati a risolvere oggi e che purtroppo, sino a ora, rischiamo di fallire se non ci destiamo immediatamente dal nostro sonno ipnotico.

Siamo una moltitudine di individui contenuta in poche decine di Paesi. Una moltitudine a rischio deflagrazione se non trova la profonda unità con la propria specie e la propria origine comune

Stiamo fallendo perché resistiamo. Perché pensiamo sempre di avere ragione e, così facendo, non ci spingiamo mai a indagare i motivi e gli elementi alla base delle diversità. L’unica verità, per me e per noi, continua ad essere la mia e la nostra. Così come l’unica verità per lui e per loro, continua ad essere la sua e la loro. E così non ci incontreremo mai. Perché l’unica verità è la verità, e l’unica giustizia è la giustezza.

Starebbe ai compiti di quella magnifica arte che è l’educazione insegnarci a porci domande esistenziali e invece, abbandonata oramai da troppi anni dalle politiche sociali di un Paese alla deriva, la sua insufficienza e precarietà contribuiscono a radicarci nelle nostre convinzioni, sempre più superficiali e dettate dalla disinformazione dei social network e dalle manipolazioni dei motori di ricerca, mentre la maggior parte dei media tradizionali ci hanno abbandonati da tempo. Ci stanno isolando, rendendoci chiusi gli uni agli altri. Chiusi a noi stessi; alla parte migliore di noi stessi. Microcosmi finiti i cui confini ben presto mostreranno la nostra limitatezza, privandoci definitivamente di quello slancio, innato nella nostra specie, a superarci, migliorandoci continuamente come individui e come umanità. Ci stiamo per dimenticare che essere umani è essere vita. Anziché essere stimolati dalla complessità che vi è nel tentativo di comprendere l’altro ci crogioliamo nella vacuità del non-confronto, e per non riconoscerci colpevolmente inani scegliamo il più detestabile aspetto della sua persona e lo raffiguriamo esclusivamente con quello trasformandolo nel suo tutto. Dovremmo invece guardarlo nella bellezza della sua complessità e nella molteplicità delle sue manifestazioni, ed essere educati alla sensibilità, che è quella qualità che ci consente di entrare in relazione con l’altro, riconoscendolo come un altro me stesso. Dovremmo saper esprimere un più alto livello di ascolto e maturare nuove comprensioni, prima fra tutte il saper riconoscere tutta la ricchezza che c’è nella diversità.

Sfioriamo gli otto miliardi. Siamo una moltitudine di individui contenuta in poche decine di Paesi. Una moltitudine a rischio deflagrazione se non trova la profonda unità con la propria specie e la propria origine comune. Apparteniamo a questa specie molto più di quanto non apparteniamo ai nostri genitori, alla nostra famiglia, alla nostra società, alla nostra cultura, ai nostri riti, abitudini o convinzioni. Il tesoro dell’unità umana è la sua diversità e il tesoro della diversità umana è la sua unità. Dovremmo divenire bifocali: pensare a questa unità senza ritenere secondaria la diversità.

Dovremmo capire che il nostro valore non dipende dalla capacità di imporre noi stessi, quanto invece dalla capacità di accogliere tutta quella diversità che sarà per noi ricchezza. Proprio sul cumulo dei nostri errori, dei fallimenti, delle incongruità, ci dovremmo educare a credere nella collettività a svantaggio dell’individualità, alla sensibilità a svantaggio della prevaricazione, alla gratitudine a svantaggio dell’arroganza.

Mi preoccupa l’aridità culturale e questa ostentazione di ignoranza, priva di vergogna, e di come riusciamo a digerire l’ennesimo boccone amaro senza quasi più alcuna rimostranza

Mentre ripasso nella mia memoria le immagini degli accadimenti estivi sento sorgere in me la preoccupazione per esserci affidati troppo a lungo a degli inetti, a dei superficiali, a dei poco e male educati, governanti che non riescono ad andare oltre una barriera, fisica o ideologica non fa ormai più differenza, a degli incapaci di rinnovarsi e di innovare, a degli insensibili ai più ovvi fondamentali della sostenibilità. Al contempo mi preoccupa la deresponsabilizzazione della gente, che non si sente più nemmeno in dovere di assumersi la propria parte di responsabilità. Mi preoccupa il disorientamento della massa, che è stata privata dei valori fondamentali come se improvvisamente non fossero più importanti. Mi preoccupa l’aridità culturale e questa ostentazione di ignoranza, priva di vergogna, e di come riusciamo a digerire l’ennesimo boccone amaro senza quasi più alcuna rimostranza. Mi preoccupa il vuoto interiore di chi banalizza sui mezzi di comunicazione e sui social media la sacralità della vita altrui. Potrei concentrarmi sui fatti epocali di politica mondiale che si sono susseguiti nel periodo estivo, da Hong-Kong all’Amazzonia, alla guerra monetaria tra Cina e USA, al crollo della Germania, alla gestione dell’immigrazione in Europa, all’ennesimo innalzamento della tensione in Israele, fino al siparietto del Governo italiano. Prendo invece a modello la vicenda accaduta nel novarese e mi arrovello al pensiero di come una mente e un cuore di un nostro figlio possano essersi così inariditi da decidere di uccidere un amico e non riuscire a fare altro che un post di autoassoluzione seppur di vanteria. E nello stesso tempo però sono anche grato, badate bene, non certo per il crimine che quell’essere umano ha commesso, ma per la campagna di comunicazione che è stata costruita in seguito sull’accaduto, perché fa da specchio a tutti noi, al nostro stato, alla nostra condizione.

Ripartiamo da qui. Ripartiamo dalla totale assenza di consapevolezza di quel gesto, che per un motivo o per un altro rappresenta tutti noi, individui confusi, inconsapevoli, preoccupati, disorientati, violenti. Quel post pubblicato da un ragazzo che potrebbe essere nostro figlio, da un essere che potremmo domani essere noi, è uno specchio e un’icona di un tempo, che ci può aiutare a dire 'mai più così'!

Non lo sto giustificando in quanto prodotto della nostra società, come non giustifico nemmeno me stesso per tutte quelle volte in cui potrei fare e non faccio, in cui potrei fare di più o fare la differenza e non lo faccio, perché convinto che non dipenda da me. Ripartire da questo caso di cronaca significa per me 'ripartire da me stesso', significa spostare il focus da fuori di me a dentro di me, convinto che la società 'fuori' di noi altro non sia che un riflesso del nostro mondo interiore. Se vuoi occuparti dell’altro, occupati per primo di te stesso. A quel punto saremo liberi di decidere il ruolo che vogliamo recitare in questa vita. Ma una cosa non ci è più consentita di fare: restare a guardare. Prendiamoci un tempo, anche un solo minuto al giorno, sessanta secondi, per restare con la parte migliore di noi stessi e riflettere sullo scopo ultimo delle nostre vite.

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