House of Bruxelles
7 Settembre Set 2019 0601 07 settembre 2019

Economia, ora i “rigoristi” del nord Europa vogliono mettere i bastoni fra le ruote all’Italia

La Lega è fuori dal governo, l’Italia è uscita dall’isolamento ed è stata riaccolta nel tavolo dei Paesi che contano, ma i problemi economici sono quelli di sempre. I Paesi del Nord Europa ostacolano la nomina di Gentiloni a commissario agli Affari economici perché temono ci dia troppa flessibilità

Gentiloni_Linkiesta
ANDREAS SOLARO / AFP

Archiviata la stagione dei sovranisti contro l’establishment, l’Unione europea riscopre il conflitto di sempre: falchi contro colombe. Ovvero Stati del centro nord più rigoristi contro Paesi del sud più spendaccioni. La Lega è fuori dal governo, l’Italia è uscita dall’isolamento ed è stata accolta nel tavolo dei Paesi che contano, ma i problemi sono quelli di sempre. Il debito pubblico al 132% del Pil non è sparito e bisogna ancora rispettare i vincoli del Fiscal compact che ci impongono di ridurre il debito di un ventesimo all’anno.

Siamo tornati dalla panchina al campo di gioco, ma le regole sono sempre le stesse. L’aria che tira dalle parti di Berlino e Amsterdam l’ha fatta capire l’economista tedesco Guntram Wolff. Il direttore del think tank Bruegel ha detto al Financial Times che sarebbe un errore per la Commissione europea dare il benvenuto al nuovo governo giallorosso «se non mostrerà come affrontare i problemi strutturali più profondi dell'economia italiana». Sulla stessa scia l’agenzia di rating Dbrs che ieri ha ricordato: «l’alleanza Pd-M5s rassicura ma c’è ancora molto da fare e la questione di vecchia data della bassa crescita economica potrebbe non essere affrontata». Come a dire bentornati, ma pulitevi le scarpe in fretta.

Il primo segnale di questa tendenza è l’ostilità mostrata dai paesi del centro nord Europa alla nomina di Paolo Gentiloni come commissario europeo agli Affari economici. Un messaggio fatto arrivare alla neo presidente della Commissione Ursula Von der Leyen che vorrebbe assegnare la poltrona di Pierre Moscovici all’ex presidente del Consiglio italiano per due motivi. Primo lo status di Gentiloni che non potrebbe ricevere un portafoglio di secondo piano. Secondo, mettere un socialista di un Paese del Sud Europa potrebbe bilanciare la probabile conferma del lettone Valdis Dombrovskis del Ppe da sempre su posizioni più rigoriste. Dividere il commissariato "Affari economici e monetari" in due parti fu l’uovo di colombo ideato dall’uscente presidente della Commissione Jean-Claude Juncker nel 2014 per bilanciare le istanze contrapposte tra nord e sud Europa. E in questi cinque anni Dombrovskis commissario all'Euro e Moscovici agli affari economici si sono comportati come il poliziotto buono e cattivo con i governi italiani. Soprattutto tra il 2016 e 2017 con i presidenti del Consiglio Renzi e Gentiloni. Il lettone più duro nelle dichiarazioni sulle previsioni economiche, il francese più conciliante e teorico del dialogo sempre aperto con Roma.

Avere politici molto rigoristi nei portafogli economici sarebbe la garanzia che chiedono gli Stati del centro nord Europa per una riforma equilibrata

Jean-Claude Juncker

Tra bastone prima e carota poi, l'Italia ha avuto 30 miliardi di flessibilità in più del previsto in cambio di riforme strutturali mai avvenute. «L'Italia non mantiene la parola data» ha ricordato lo stesso Juncker a ottobre in un'intervista al quotidiano francese Le Monde, confermando di avere ricevuto pressioni. La paura degli Stati più rigorosi è che Gentiloni possa essere poco intransigente e conceda più del necessario a un governo italiano che chiederà di fare molto deficit. Con il rischio che tra pochi mesi ritorni comunque Salvini che pretenderà lo stesso trattamento. E il fatto che abbia giurato il 66esimo governo in 70 anni non aiuta la credibilità dell’Italia. Le perplessità su Gentiloni sono anche sulla competenze. Il commissario è un ruolo politico ma anche tecnico e c’è bisogno di avere dimestichezza sul tema. L’ex presidente del Consiglio non è l’ultimo arrivato ma non ha mai ricoperto dicasteri economici mentre sia Dombrovskis che Moscovici sono stati ministri dell’Economia.

Ma il nodo centrale sugli Affari economici è un altro. Non è un segreto che i funzionari europei stiano pensando a una riforma del patto europeo di stabilità e crescita per affrontare al meglio il rallentamento delle economie dell’eurozona. Per questo la prossima Commissione europea potrebbe iniziare e completare la riforma che renda i vincoli di bilancio meno stringenti da rispettare per i governi.

Continuerà lo scontro tra rigoristi e pro flessibilità, sopito solo per qualche mese dalla paura sovranista

Avere politici molto rigoristi nei portafogli economici sarebbe la garanzia che chiedono gli Stati del centro nord Europa per una riforma equilibrata. Per questo sembra sempre più probabile la candidatura di Jutta Urpilainen,. La giovane ex ministra delle finanze finlandese potrebbe fare il paio con Dombrovskis perché è socialdemocratica, ma alla nordica. Fin dal 2013 ha detto che i Paesi del Sud Europa, compresa l'Italia, devono essere più rigorosi sulle politiche di bilancio. A Gentiloni potrebbe andare un altro portafoglio, magari quello del Mercato Interno e l’Industria, come segnalato dall'indiscrezione di Eunews che ha pubblicato una lista non ufficiale dei futuri commissari.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato pubblicamente che è stato promesso all'Italia il portafoglio alla Concorrenza, ma sembra avere più chance un'altra candidata di peso: la vice governatrice della Banca di Francia: Sylvie Goulard, indicata da Emmanuel Macron. L'obiettivo del presidente francese sarebbe quello di dare a Goulard il portafoglio che deciderà il caso della fusione tra i due giganti dell'alta velocità: la francese Alstom e la tedesca Siemens. Finora l'unione è stata bloccata dall'attuale commissaria europea Marghrete Vestager. In ogni caso Von der Leyen deciderà martedì in completa autonomia ma dovrà capire che fin dal primo giorno del suo mandato continuerà lo scontro tra rigoristi e pro flessibilità, sopito solo per qualche mese dalla paura sovranista.

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