l’addio
9 Settembre Set 2019 0600 09 settembre 2019

Arrivederci, Linkiesta

Un saluto ai lettori, alla redazione, all’editore, a chi vuole bene a Linkiesta. E un augurio, nel giorno della fiducia al governo giallorosso: che ai taumaturghi, alle bacchette magiche e alle chiacchiere vuote si preferisca il lavoro, la sperimentazione, il pensiero critico

Walt Kowalski Linkiesta

“Maledetti barbari”. Con queste due parole avevo iniziato il mio primo articolo per Linkiesta. Era il 23 di maggio del 2013 e avevo messo in bocca l’imprecazione preferita di Walt Kowalski, l’indimenticabile protagonista di Gran Torino, ai piccoli imprenditori del Nord, devastati dalla crisi economica e incapaci di trovare un via verso il futuro che non fosse quella dello straniamento, del rancore e della rabbia. Erano passati due mesi esatti dallo tsunami elettorale che aveva portato il Movimento Cinque Stelle a essere il primo partito italiano, meno di un mese dal giuramento del governo guidato da Enrico Letta, meno di dieci giorni dalla rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica.

Sono passati poco più di sei anni, ma sembra passato un secolo. Ed è dura comprimere in poche righe quel che è successo in questi 72 mesi, in cui i barbari sono arrivati davvero. Sono arrivati i terroristi dell’Isis, nel 2015, che hanno insanguinato le redazioni, le strade, gli stadi, le metropolitane, gli aeroporti, le sale concerto e i mercatini d’Europa, facendoci sentire davvero vulnerabili come mai c’eravamo sentiti. Sono arrivati il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, a ricordarci che tutto era possibile, anche in quelle democrazie anglosassoni che aveva sempre assurto a modello. Sono arrivate la guerra nel Donbass, l’invasione della Crimea, le sanzioni alla Russia, il golpe fallito in Turchia, l’escalation della guerra in Siria, le crisi nucleari con la Corea del Nord a raccontarci che carri armati, pistole spianate, bombardamenti a tappeto e armi chimiche sulla popolazione civile non erano un retaggio del Novecento, ormai alle nostre spalle.

Ancora: sono arrivati storici accordi come quello tra l’America di Obama con la Cuba di Raul Castro e l’Iran di Hassan Rouhani, sino a quello di Parigi sul clima, firmato da tutte le grandi potenze globali a raccontarci che, se si vuole, si può voltare pagina, e (ahi noi), rivoltarla ancora per tornare al punto di partenza. Sono arrivati i profughi siriani accolti nelle stazioni tedesche con le bandiere europee e l’Inno alla Gioia, ed è arrivato il rigetto dell’Europa impaurita, che ha permesso l’emersione di forze xenofobe fino ad allora ai margini della scena politica, dal Front National di Marine Le Pen sino alla Lega di Matteo Salvini. Sono arrivate - meglio: c’erano già, si sono prese tutto - realtà come Google, Apple, Facebook e Amazon, piattaforme in grado di determinare i destini del capitalismo globale, dai piccoli negozi alle banche centrali, il tutto pagando una frazione infinitesima delle tasse che dovrebbero pagare.

Sono arrivate parole nuove come sovranismo, rider, quantitative easing, fake news, navigator che hanno plasmato la narrazione della realtà e descritto la nostra epoca. Sono arrivati Matteo Renzi, Matteo Salvini, Luigi Di Maio, nuovi protagonisti del teatrino politico italiano, alternativamente sbalzati dall’altare alla polvere da un elettorato - assieme scoraggiato e illuso - in costante ricerca di una grazia divina, di una stella polare di cui fidarsi e di una magia che risolva tutti i nostri guai, con un colpo di bacchetta. O, banalmente, di una nuova Democrazia Cristiana che si premuri che nessuno si faccia male. L’unica cosa che è rimasta uguale? Che l’economia italiana era ferma allora ed è ferma oggi. Che i giovani e le donne erano ai margini di ogni agenda politica e lo sono ancora. Che continuiamo a pagare le tasse più alte d’Europa per la burocrazia più inefficiente d’Europa. Che, oggi come allora, cerchiamo altrove - a Parigi, a Berlino, a Bruxelles, a Washington - la causa di tutti i nostri guai e la soluzione ai nostri problemi. Che tutto il genio italico di cui ci facciamo vanto, la nostra Gran Torino, era parcheggiata nel vialetto allora, ed è parcheggiata nel vialetto oggi, mentre il nostro mondo è alla mercé dei maledetti barbari e noi sulla sedia in veranda, ad assolverci e a maledire il mondo, come Walt Kowalski nel film.

L’unica cosa che è rimasta uguale? Che l’economia italiana era ferma allora ed è ferma oggi. Che i giovani e le donne erano ai margini di ogni agenda politica e lo sono ancora

Scrivo queste righe, ripercorrendo sei anni da collaboratore, poi redattore, poi direttore responsabile de Linkiesta.it, la sera prima del discorso alla Camera dei Deputati di Giuseppe Conte, ennesimo aspirante taumaturgo dell’Italia malata, la sera del mio ultimo giorno alle dipendenze di questa testata. Le scrivo pieno di orgoglio per aver avuto l’opportunità e l'onore di raccontare questi sei anni incredibili dalle colonne di un giornale, e di aver realizzato il sogno da bambino di poterlo dirigere. Pieno di gratitudine all’editore, per avermi concesso una libertà di azione e interpretazione che non ha eguali, a una redazione piena di talento e passione, che mi ha sempre sostenuto con responsabilità e dedizione, anche le tante volte in cui ho commesso errori. Pieno di progetti editoriali sviluppati con aziende che hanno sostenuto il lavoro giornalistico di qualità e concorso a creare un modello di business sempre più sostenibile. Pieno di scommesse vinte come Greenkiesta, i mille alberi in cento giorni, il festival “Generazione”. Pieno di rimpianti per quel che si sarebbe potuto fare di più e di meglio, per i tanti progetti lasciati a metà. Pieno di tutte le critiche e di tutta l’attenzione che voi lettori del giornale ci avete tributato in questi anni. Pieno dei numeri positivi degli ultimi cinque anni - quadruplicati i lettori, quadruplicati i ricavi, meno che dimezzati i costi - che non sono che un punto di partenza, per crescere ancora.

Soprattutto, cedo il timone portandomi con me un’unica grande lezione: che non esistono taumaturghi, né per un grande paese, né per un piccolo giornale online, e nemmeno bacchette magiche che trasformino un rospo in un principe. Esistono solo tanto lavoro, tanti tentativi, tanta libertà di sperimentare, tanti errori, tanta capacità di mettersi in discussione e di mettere in discussione il senso della propria professione in un mondo che cambia alla velocità della luce. Il mio augurio da affezionatissimo e attentissimo lettore, per Linkiesta, è che questo spirito non si perda mai.

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