Migrazioni
10 Settembre Set 2019 0600 10 settembre 2019

Stupri, torture, violenze. La vita atroce dei migranti al tempo del decreto sicurezza

La testimonianza di una dei medici volontari che lo scorso sei luglio era a bordo del veliero Alex della ong italiana Mediterranea. Le storie, i frammenti di vita e i drammi di alcuni dei naufraghi che si trovavano a bordo

Giulia Berberi_Facebook_Linkiesta

Sono 84 i migranti a bordo della Ocean Viking di Sos Mediterranée e Medici Senza Frontiere. Il primo salvataggio è avvenuto domenica pomeriggio nella zona sar libica. 50 migranti, tra cui 12 minori e una donna incinta, sono stati soccorsi su un gommone in difficoltà. Nonostante il mare mosso e l'attesa di sapere dove potere approdare, la Ocean Viking si è offerta di prendere a bordo altri 34 naufraghi, salvati dallo Josefa - veliero tedesco - impegnato nel Mediterraneo per una missione di monitoraggio e costretto a dichiarare lo stato di emergenza.

Mentre la nuova maggioranza ottiene la fiducia in Parlamento, si consuma il primo atto del nuovo governo: il Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese nega l'approdo a un'altra ong, la Alan Kurdi della tedesca Sea Eye, con a bordo cinque migranti. Da dieci giorni, il capo missione attendeva una risposta, che è arrivata secca tramite e-mail.

Nonostante i tanti divieti di approdo firmati dagli ex ministri dell’Interno, delle Infrastrutture e dei Trasporti - l’ultimo ha costretto per giorni la Mare Jonio della ong italiana Mediterranea a rimanere bloccata con 31 migranti a bordo a sole 10 miglia dall’isola di Lampedusa - gli arrivi a settembre hanno raggiunto quota 1.020. Un numero nove volte inferiore a quello registrato nello stesso mese dell’anno scorso, certo, che è però solo provvisorio.

Ciò che le preme ora, dopo l’emotività e le difficoltà seguite allo sbarco della Alex, sequestrata e poi confiscata, è dare più voce a quei ragazzi

Giulia Berberi, ventisettenne originaria di Genova, imbarcatasi come medico odontoiatra il due luglio sul veliero della Alex della Mediterranea Saving Humans, si sfoga. A lei, attaccata sui social assieme agli altri membri dell’equipaggio, non importa delle polemiche né degli insulti personali subìti, «sento di non avere tempo da perdere» taglia corto. Ciò che le preme ora, dopo l’emotività e le difficoltà seguite allo sbarco della Alex, sequestrata e poi confiscata, è dare «più voce a quei ragazzi», afferma.

Sulla Alex, ferma a sole 12 miglia dall’isola di Lampedusa, quella volta erano quasi un centinaio i migranti rimasti bloccati a bordo in condizioni precarie, rese subito note dall’ong al governo italiano. Un lungo braccio di ferro. Fino alla decisione di forzare il blocco imposto da un decreto firmato sempre dai ministri dell’Interno, della Difesa e dei Trasporti.

Dal giorno dello sbarco la rabbia di Giulia non si è mai davvero affievolita: «aspettare che le persone arrivino allo stremo per essere sbarcate è inumano». Mentre il Mediterraneo si è trasformato in un crocevia di gommoni, piccole imbarcazioni che facilmente sfuggono ai divieti imposti dall’Italia, le navi delle organizzazioni umanitarie continuano a svolgere un ruolo cruciale nei soccorsi in mare. Quel che manca, ora, è il superamento della politica dei porti chiusi e una riforma sulla gestione degli sbarchi e dei ricollocamenti da parte dell’Unione europea.

Quello che facciamo è la cosa giusta. C’è la Costituzione, ci sono i diritti fondamentali a supportare la nostra azione

Giulia Berberi, volontaria Mediterranea Saving Humans

«Negare il salvataggio a persone in difficoltà, contribuendo a mettere a rischio la loro vita è una vergogna», dice. Per ora ha deciso di non imbarcarsi, dopo che il 22 luglio la Mediterranea con la Mare Jonio ha ripreso la sua attività di salvataggio in mare. Ma la sua mente è ancora lì. «Il diritto alla vita è un diritto inalienabile dell’essere umano», non smette di ripetere.

Giulia sa cosa significa essere costretti a non poter approdare a un passo dalla terraferma che, di colpo, per volontà di pochi, si trasforma quasi in un miraggio. Sea Watch 3, Ocean Viking, Alan Kurdi, Eleonore sono solo alcune delle navi delle ong costrette ad affrontare gli ostacoli della politica dei porti chiusi nel cuore del Mediterraneo con la minaccia di un’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione e dure conseguenze penali.

«Penso che sia un cratere enorme. Non stiamo facendo altro che gettare un cucchiaino alla volta di sabbia che non ci porterà a nulla», dice. «Quello che facciamo è la cosa giusta. C’è la Costituzione, ci sono i diritti fondamentali a supportare la nostra azione. È assurdo tutto quello che si sta creando. Invito coloro che non credono o che sminuiscono quanto sta accadendo nel Mediterraneo a venire a vedere con i loro occhi».

Fuggiti dai centri di detenzione libici, tutti avevano delle magliette marcate da un numero e indossavano indumenti zuppi di benzina e urina

Giulia Berberi, volontaria Mediterranea Saving Humans

Giulia rievoca i giorni in cui su una barca a vela di 18 metri in mezzo al mare c’erano a bordo 70 persone. Ammassate come fossero animali. Tante le donne e gli uomini che ha assistito e con cui ha parlato per farsi raccontare le loro storie. Ricorda quei giorni, senza più nascondere la tristezza, sentendo parlare di quanto stava accadendo alla Mare Jonio e alle altre ong. A distanza di due mesi vuole che sia chiaro quanto sia difficile la condizione materiale e psicofisica in cui si trovano i migranti a ogni salvataggio e dell’importanza di una risposta immediata da parte degli Stati. Tutti. Dall’Italia all’Europa.

Assieme ai membri dell’equipaggio, che non hanno mai smesso di prendersi cura come potevano dei naufraghi, «ricordo di aver asciugato i vestiti e di avere creato delle zone d’ombra con le coperte termiche per fare in modo che le persone non si ustionassero». «Fuggiti dai centri di detenzione libici, tutti avevano delle magliette marcate da un numero e indossavano indumenti zuppi di benzina e urina». «Totale era la consapevolezza che il veliero non fosse attrezzato per fornire ai naufraghi un cambio o una doccia. La nostra era una situazione ancora più critica, perché la Alex non era salpata per una missione di salvataggio, ma di monitoraggio».

Mentre mi raccontava di aver subìto il bombardamento a Tajoura in Libia, dove è rimasto ferito, pensavo ma quante vite ha

Giulia Berberi, volontaria Mediterranea Saving Humans

E poi ci sono i volti e i drammi dei naufraghi. C’era un ragazzo che dalla Libia era scappato per ben cinque volte. «Mi ha raccontato che durante il suo terzo tentativo di fuga è rimasto bloccato in mezzo al mare per tre giorni. Salvato da un pescatore è stato riportato nuovamente in Libia. Il posto da cui desiderava fuggire. Mentre mi raccontava di aver subìto il bombardamento a Tajoura in Libia, dove è rimasto ferito, pensavo ma quante vite ha? Era malnutrito e molto disidratato. Ascoltandolo, ho pensato che non sarei sopravvissuta al primo tentativo di fuga».

Nei momenti più concitati, Giulia ricorda di aver notato un bambino di 15 anni, che da due giorni se ne stava isolato, come immobilizzato, con la testa bassa fra le mani. «Gli ho chiesto se c’era qualcosa che non andasse. Mi rispose che si sentiva molto piccolo e solo rispetto a quello che stava affrontando». Picchiettando nervosamente con le mani sulle gambe ha raccontato a Giulia di essere stato venduto come schiavo a un uomo che ha sempre abusato di lui. Fino a quando è riuscito a scappare.

A poppa una bimba di appena cinque mesi, con un’ustione sul braccio, procurata da un aguzzino in Libia per estorcere alla famiglia i soldi per fuggire in Italia, si lascia andare subito alle attenzioni dei membri dell’equipaggio. Frammenti. Storie. «Avevamo poi una donna che raccontava di avere da mesi delle perdite di sangue. Era stata abusata più volte nei centri di detenzione in Libia e non chiedeva altro di poter scendere».

50 lunghe ore di attesa sono state ben ripagate, quando al momento di attraccare a Lampedusa i migranti ci hanno chiesto cosa sarebbe successo a noi volontari

Giulia Berberi, volontaria Mediterranea Saving Humans

Volti, sguardi, corpi segnati, persone che Giulia si è portata con sé tornata a Genova. Mentre parla, il suo sguardo punta altrove, come se davanti a lei ci fosse ancora il Mediterraneo. Spera di poter tornare presto in mare. Anche se, precisa, «un giorno vorrei che non ce ne fosse più bisogno».

«Nonostante tutto, quelle 50 lunghe ore di attesa sono state ben ripagate, quando al momento di attraccare a Lampedusa i migranti ci hanno chiesto cosa sarebbe successo a noi volontari». Quasi come fossero dei naufraghi che, a un passo dalla salvezza, rischiano di essere rigettati in mare. «Dopo aver spiegato la situazione non volevano lasciarsi soli. Li abbiamo rassicurati dicendo loro che noi ce la saremmo cavata. E’ indescrivibile quello che ho provato, quando hanno detto ok, voi ci avete salvato, rimaniamo».

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