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12 Settembre Set 2019 0601 12 settembre 2019

Battuto Salvini, l’Europa deve vedersela con il grande sovranista globale: Donald Trump

I populismi hanno perso. Ora il problema dell’Europa è vedersela con il concorrente più potente (e sempre più potente): gli Usa. “America first” è uno slogan che va, innanzitutto, a danno della Ue

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Nicholas Kamm / AFP

A Bruxelles, a Bruxelles, a Bruxelles! In realtà dovremmo dire “a Genval!”, la località a una trentina di chilometri dalla capitale belga, nonché sede della Commissione europea, dove la neo-presidente Ursula von der Leyen ha portato per un paio di giorni in “ritiro” (metafora calcistica, copyright Gentiloni) i suoi 27 commissari. Ma Genval suona male e in ogni caso non aiuta a riprodurre quel misto di speranza e angoscia che riempie l’esclamazione delle tre sorelle di Cechov e, in qualche modo, anche i primi passi di questo nuovo Governo della Ue.

La Von der Leyen (e quindi anche tutti gli altri) è lì, non dimentichiamolo, grazie ai voti del Movimento Cinque Stelle. Nel 2014 Jean-Claude Juncker era diventato presidente della Commissione con 422 voti a favore e 250 contrari; lei, nel 2019, con 383 a favore e 327 contrari. Detto in altre parole: sbarazzarsi di Salvini è un conto, sbarazzarsi dei problemi ben altra faccenda. Come sa bene il neo-premier bis Conte (A Bruxelles! A Bruxelles! A Bruxelles!) che ha incontrato la Von der Leyen per parlarle di superamento del patto di stabilità, riforma del Trattato di Dublino, migranti da redistribuire… Le cose di cui si discute da una vita, insomma.

Piaccia o no, “America First!” ha riscritto le regole della diplomazia, ha ridefinito almeno in parte gli equilibrii internazionali e, in qualche caso , ha contribuito a tracciare nuovi confini

Non è un caso, quindi, se la nuova Commissione, al netto del solito sfarfallio di novità secondarie (un commissario giovanissimo qua, una ex miss là, la perfetta parità di genere, le alchimie per distribuire cariche e poteri tra socialisti, popolari e liberali), emana fortissimi segnali di continuità. Il più forte ed evidente viene dai tre vice-presidenti esecutivi: l’olandese Frans Timmermans (primus inter pares, incaricato di elaborare e implementare l’agenda verde della Ue), la danese Margrethe Vestager (concorrenza), e il lettone Valdis Dombrovskis (economia, grane per Gentiloni e povero Conte, che vuol rivedere il Patto di Stabilità). Tre personaggi autorevoli e sperimentati, che già nel precedente quinquennio ricoprivano cariche importanti, tre “duri” dell’europeismo e dell’antisovranismo come l’abbiamo conosciuto durante la gestione Tusk-Juncker. Se a loro aggiungiamo una pupilla della Merkel come la Von der Leyen, diventa facile tracciare il binario dei prossimi anni. Con il massimo rispetto per tutti, sarà questo il quartetto dominante, quello dell’ultima parola.

L’esperienza dei tre vice della Von der Leyen tornerà utile, anche perché la “nuova” Commissione dovrà affrontare un problema “vecchio” che rischia di prolungarsi nel tempo. Non è la posizione della Russia, l’avanzata della Cina o la fuga del Regno Unito, questioni importanti ma che, alla fin fine, hanno ottenuto il risultato di compattare i ranghi della Ue. Bensì il rapporto con gli Stati Uniti di Donald Trump, che ha ancora un anno e mezzo di presidenza a cui potrebbe aggiungerne altri quattro.

Piaccia o no, “America First!” ha riscritto le regole della diplomazia, ha ridefinito almeno in parte gli equilibrii internazionali e, in qualche caso (per esempio Israele), ha contribuito a tracciare nuovi confini. Il risultato è che, diciotto anni dopo le Torri Gemelle, è diventato quasi impossibile ripetere lo slogan che allora univa tante menti e tanti cuori: siamo tutti americani. Forse non lo siamo mai stati davvero, di certo non lo siamo adesso, quando l’America è impegnata a ricordarci, qualche volta con i toni del conte Grillo, che gli americani sono loro e noi non siamo…

Il vero, grande, problema europeo è quello con gli Stati Uniti di Donald Trump, che ha ancora un anno e mezzo di presidenza a cui potrebbe aggiungerne altri quattro. Piaccia o no, “America First!” ha riscritto le regole della diplomazia

Lo sa bene l’Europa, proprio l’Europa di Von der Leyen e Dombrovskis, o della Vestager che va a caccia dei profitti esentasse dei colossi americani della Rete. L’Europa che si prende le ramanzine di Trump perché non spende abbastanza per finanziare la Nato, che incassa le sanzioni su acciaio e alluminio e spera che non partano quelle sulle automobili, che subisce la disdetta dell’accordo sul nucleare con l’Iran senza riuscire a mettere in campo uno straccio di reazione qualunque. L’Europa che sposa tutte le guerre degli Usa, anche contro i propri interessi, e che viene spinta ai margini non dagli avversari ma dal primo dei suoi alleati.

È qui, oltre che con le riforme sociali, che si vince o si perde la battaglia con i sovranisti, il tema che ha improntato tutta la campagna elettorale per le europee. E sperare che Trump perda la presidenza, Orban emigri su Marte e la Le Pen si faccia suora non basterà.

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