futuro nero
13 Settembre Set 2019 0600 13 settembre 2019

L’Italia inquina sempre più, ed è (anche) colpa delle centrali a carbone

Le emissioni di gas serra tenderanno ad aumentare per il 2019. C'è ancora una quota fissa di energia che viene prodotta bruciando carbone, ma quel che serve al Paese sono maggiori investimenti per un piano di riconversione degli impianti da attuare nel più breve tempo possibile

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L’ottimismo del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, confermato al dicastero con il nuovo governo, sul ruolo di leadership che l’Italia s’impegna ad assumere nella lotta al cambiamento climatico, deve scontrarsi con gli ultimi dati diffusi dall’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (Ispra). Dati che preannunciano un incremento delle emissioni di gas serra per il 2019 di quasi l’1%, nonostante il Prodotto Interno Lordo (Pil) non riesca a crescere.

Eppure solo l’anno scorso il ministro dell’Ambiente, di fronte alle poco rassicuranti conclusioni del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), aveva appunto preannunciato che l’Italia sarebbe stata in prima linea in Europa e nel consesso internazionale contro il riscaldamento globale. Ricordando come fosse stato proprio il nostro Paese a negoziare al Consiglio Europeo il maggiore taglio alle emissioni di CO2: il 40%, poi ridottosi al 37,5%, dopo le resistenze dei Paesi del blocco di Viségrad, che avevano proposto un risicato 20%.

Sebbene le stime si rifacciano ai primi sei mesi di quest’anno, secondo il dottor Riccardo de Lauretis – esperto dell’Ispra – che ha curato la rilevazione «i dati diffusi sono di qualità e riflettono un aumento del consumo di gas per la produzione di energia elettrica, a fronte di una riduzione dell’uso delle energie rinnovabili: idroelettrico ed eolico». Tutto a favore, ancora una volta, dei combustibili fossili: metano in testa. Un andamento che è in linea con quello mondiale, come rilevato dall’Agenzia Internazionale per l’Eenergia (Eia) nel 2018.

Per questo le sfide che aspettano al nostro Paese per contrastare il cambiamento climatico non sono affatto di poco conto. Una delle più urgenti riguarda il carbone. Anche se, secondo Eurostat, l’Italia è uno dei pochi Paesi europei ad avere raggiunto la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili già nel 2017, rispetto alla quale si era assunta l’impegno con l’Accordo di Parigi del 2015, circa il 13% del fabbisogno energetico nazionale dipende ancora dal consumo di carbone.

L'Italia conserva una quota fissa di energia prodotta bruciando il carbone, pur non producendolo, spende soldi importandolo da altri Paesi

Sono una decina le centrali a carbone disseminate su tutto il territorio nazionale tra Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Lazio, Puglia e Sardegna. Poco più di un terzo delle emissioni inquinanti prodotte dal nostro Paese deriva da questo combustibile fossile, con il paradosso che a differenza di altri Paesi europei, come la Germania e i Paesi dell’Est, l’Italia non è un produttore di carbone. Anzi. Molti giacimenti si sono esauriti anni fa. Prima della chiusura, c'era il grande sito minerario del Sulcis Iglesiente in Sardegna, dove a ridosso del 2018, si produceva circa un milione di tonnellate di carbone, di bassissima qualità e, perciò, altamente inquinante.

Nonostante la non autosufficienza, l’Italia acquista però questo combustibile fossile da Stati Uniti, Canada, Cina, Venezuela, Russia, Indonesia, Australia e Colombia. Ciò vuol dire che il nostro Paese sceglie di continuare a spendere soldi facendolo arrivare via mare. Ora, l’Italia ha come obiettivo quello di abbandonare il carbone. Ed è poi volontà della neo commissaria Ursula Von Der Leyen d’introdurre la carbon tax. Ma, come per la Germania, la riconversione di tutti gli impianti richiede investimenti. Più investimenti. E una semplificazione delle procedure e delle autorizzazioni amministrative. Dal momento che «i tempi sono lunghi» conferma de Lauretis.

Che, entro il 2030, il nostro Paese possa dire addio del tutto al carbone, a oggi, è difficile. Tanto più che l’attenzione politica su una nuova strategia energetica nazionale che rilanci questo obiettivo si è allentata. L’ultimo ad averne parlato è stato l’ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Era il 2014 e già allora il ministro aveva preferito parlare al condizionale.

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