Giallorosa
14 Settembre Set 2019 0601 14 settembre 2019

La grande resa: così il Pd sta divorando i Cinque Stelle

Ministri, viceministri e sottosegretari del governo Pd-Cinque stelle sono stati scelti. Il grande sconfitto? L’identità grillina, fuori da ogni schema e preda dell’esperienza degli uomini di Zingaretti. Che adesso, inaspettatamente, hanno tra le mani le redini del nuovo esecutivo

Governo Conte Linkiesta
(Andreas SOLARO / AFP)

Tra uno squalo e la sua remora, il Pd, rompendo gli indugi, ha scelto di essere squalo. Ministri, viceministri e sottosegretari sono stati scelti e l’architettura degli equilibri di potere da semplice planimetria è divenuta guglia. La lottizzazione dei posti, le poco velate “tasse renziane” e i soliti nomi noti hanno uno specifico compito istituzionale: scrivere l’epitaffio sul sepolcro pentastellato. Non sono serviti a niente i mal di pancia dei dissidenti grillini, la piovra Dem ha allungato i suoi tentacoli, piazzando nomi e riscuotendo cariche.

L’impazienza del premier Giuseppe Conte nello stilare il pacchetto di nomine pur di non concedere armi alla propaganda salviniana, ha un costo molto alto: l’intesa vede in tutto 42 nomine, con dieci viceministri (sei in quota M5s e quattro Pd). La maggioranza va ai Cinquestelle con 21 esponenti, 18 per il Pd (di cui cinque di area leopoldiana), due in quota per Leu e uno del Maie (gli italiani all’estero). Pesano molto anche la “tassa renziana” Alessia Morani, scelta come sottosegretaria al Mise nonostante le precedenti esperienze nelle retrovie politiche; la delega fondamentale all’editoria ad Andrea Martella del Pd, in precedenza coordinatore della segreteria Dem e zingarettiano doc; Luigi Fiorentino come capo gabinetto del Miur, già vice segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, governo Gentiloni e Renzi; Goffredo Zaccardi come capo di gabinetto di Roberto Speranza, ex Mise con Bersani.

E non finisce qui. L’identità grillina viene inoltre sgasata da quelle che potrebbero essere le nomine dei prossimi giorni nei vari organigrammi dei dicasteri, ovvero anima e scheletro del governo. Tolti i dirigenti superstiti dei ministeri di Alfonso Bonafede e Sergio Costa, si parla di profili conosciuti come quello di Roberto Garofoli al Mef, già capo di Gabinetto del ministro dell’Economia con Pier Carlo Padoan, e di Federico Giammusso, anche lui ex consigliere del senatore toscano e molto vicino a Enrico Giovannini.

Zingaretti, Gentiloni, Sassoli e Gualtieri hanno vinto e convinto - per il momento! - grazie sì alla loro dialettica, ma in forza anche di un silenzio strategico nelle fasi cruciali della crisi, sgombro da polemiche isteriche e mirato all’ultimo scopo: fare dell’Europa un affare di famiglia

Insomma, a eccezione degli scontenti in casa renziana e (a maggior ragione) di quelli sul fronte pentastellato, le fumisterie sono finite e il Partito democratico, per esperienza e in parte furbizia, ha mosso le pedine con notevole discrezionalità.

La rivincita democratica, se così si può chiamare un governo di opportunità, deve la sua ascesa anche e soprattutto ai cosiddetti figli di Roma. Nicola Zingaretti, Paolo Gentiloni, David Sassoli e Roberto Gualtieri hanno vinto e convinto - per il momento! - grazie sì alla loro dialettica, ma in forza anche di un silenzio strategico nelle fasi cruciali della crisi, sgombro da polemiche isteriche e mirato all’ultimo scopo: fare dell’Europa un affare di famiglia. Con l’ex premier agli Affari economici, David Sassoli presidente dell’Europarlamento, finito lì grazie al via libera dei grillini, e Vincenzo Amendola come ministro con la delega agli Affari europei, le pratiche Ue saranno prerogativa del gruppo Dem. In particolare quelle della sfera economica, dove il nome di Gualtieri convince perfino lady di ferro come Ursula von der Leyen.

Se sul piano politico è quotato quindi un dominio di forza dell’area Dem, arrivato a fronte di una resa grillina su tutta la linea, su quello elettorale la partita si gioca su più livelli. Lasciando ai Dem l’affaire Sud con Peppe Provenzano, il bacino di voti del M5s verte verso il salasso, mentre la De Micheli alle Infrastrutture (con Tav e annesse opere) potrebbe risvegliare i valori del No che tanto avevano giovato al partito grillino. Il grande nodo che tutti attendono di affrontare, però, è l’autonomia regionale: a intestarsi la battaglia sarà - ebbene sì - il Pd, per le scelte del 2001, l’approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione, e le mosse del 2018, con la pre-intesa siglata da Bressa a nome del governo Gentiloni, che ha aperto una breccia alle rivendicazioni delle regioni del Nord.

Manzella e Bonaccorsi liberano due caselle nella giunta Zingaretti, aprendo nuovi scenari e un possibile coinvolgimento di esponenti Cinquestelle, il che fungerebbe da potenziale detonatore per collocare nelle regioni una collaborazione giallo-rossa, con un tono amministrativo chiaramente piddino

I punti sul pallottoliere dalla sfumature rosé guardano anche alle future poltrone delle aziende controllate. Da Leonardo a Eni, da Enel all’Inps, i vertici della galassia a partecipazione statale, tra cui Francesco Starace e Claudio Descalzi, amministratori delegati nominati da Renzi, vestono tendenzialmente la casacca piddina. In altre parole, rispetto ai piani programmatici delle stanze pentastellate, l’oggettiva realtà dei fatti lascia poco spazio di azione agli uomini di Conte.

Morbidi anche nei bradisismi rivolti alle imminenti elezioni regionali, per il momento abbagli di orgoglio, che però l’ingresso nel governo degli assessori del Lazio Gianpaolo Manzella e Lorenza Bonaccorsi potrebbero silenziare in favore di un sigillo sugli accordi locali. I neo sottosegretari Dem andranno a liberare due caselle nella giunta Zingaretti, aprendo nuovi scenari e un possibile coinvolgimento di esponenti Cinquestelle, il che fungerebbe da potenziale detonatore per collocare nelle regioni una collaborazione giallorossa, con un tono amministrativo chiaramente piddino. Al quale, in fin dei conti, non ci è voluto poi molto per prendere il posto della Lega.

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