soldi e pallone
15 Settembre Set 2019 0600 15 settembre 2019

Una calciopoli globale, ecco i segreti e le bugie del calciomercato

Il libro, pubblicato da Egea, racconta i retroscena e il malaffare che si nasconde dietro al calciomercato. Tra plusvalenze, società fittizie, evasioni fiscali, esiste un mondo che ingrassa aggirando le regole, all’ombra dei campioni e delle partite

messi
Josep LAGO / AFP

Proponiamo un capitolo del libro Segreti e bugie del calciomercato, di Alex Duff e Tariq Panja, edito da Egea (2019). Al centro c’è l’Uruguay, definito “La Svizzera del Sudamerica”, a causa del suo regime fiscale agevolato che consente facili trasferimenti di giocatori sudamericani nelle squadre europee. E una squadra in particolare, il Deportivo Maldonado, dalle ambizioni limitate ma dal turnover sospetto. Tanti campioni passano da lì e poi approdano nei campionati europei. Ecco come funziona:

Nel 2008, allo scoppio della crisi, l’ormai settantacinquenne Juan Figer era al crepuscolo della carriera. Considerato il primo agente accreditato dalla FIFA in Brasile, nei quarant’anni seguiti al suo arrivo dall’Uruguay aveva condotto in porto oltre un migliaio di trasferimenti. Parecchi di questi erano passati attraverso il suo paese natale, a beneficio degli azionisti della Laminco Corporation International di Panama. La procedura, uscita indenne da un’inchiesta parlamentare nel suo paese di adozione, era ancora operativa, anche se su scala minore.

Per Figer era giunto il momento di rilassarsi un po’ e di riacquistare familiarità con la patria da cui si era allontanato tanti anni prima. Avrebbe dunque passato i mesi estivi in Uruguay, nella località balneare di Punta del Este, lasciando che a curare gli affari nella soffocante San Paolo fossero i figli Marcel e André. «Sono abituato alla città ma mi manca il mare, ora più che mai» confessò al giornale brasiliano O Globo. «Sono nato a Montevideo, vicino all’acqua».

Benché il veterano del calciomercato non avesse più l’energia per girare il mondo e benché avesse chiuso gli uffici a Madrid e Tokyo, era ancora in grado di realizzare grossi accordi grazie ai contatti di cui disponeva, tra cui il vecchio amico Jorge Nuno Pinto da Costa, anch’egli prossimo agli ottant’anni.

Figer conosceva il presidente del Porto da quasi tre decenni. Il loro rapporto era nato nel 1986, quando l’agente rappresentava Walter Casagrande, un attaccante alto un metro e novanta che in Brasile militava nel Corinthians. Casagrande, che aveva preso parte alla Coppa del Mondo 1986, era venuto ai ferri corti con il club e Figer aveva rilevato il suo cartellino per intero. Con quanto gli spettava dall’accordo, l’attaccante aveva acquistato un appartamento per lui e uno per i suoi genitori nella periferia di São Paolo. Come sistemazione provvisoria, Figer aveva fatto in modo che Pinto da Costa prendesse Casagrande in prestito per sei mesi al Porto. Una soluzione che aveva colto di sorpresa la punta ventitreenne, desiderosa di seguire il suo ex compagno di squadra del Corinthians, Sócrates, nel campionato italiano, allora considerato come il più prestigioso d’Europa.

Con l’inverno del Portogallo settentrionale ormai alle porte, Casagrande si era ritrovato da solo in un albergo, senza la sua famiglia e depresso. Più tardi, nella sua autobiografia autorizzata, avrebbe ammesso di aver sperimentato l’eroina nei bar locali, durante quei giorni bui. In estate era stato infine acquistato per circa 750.000 dollari dall’Ascoli, allora in Serie A.

Figer e Pinto da Costa avevano in comune molti ricordi di quei giorni. Per esempio la vittoria per 2-1 in rimonta del Porto contro il Bayern Monaco nella finale di Coppa dei Campioni del 1987, a Vienna. L’algerino Rabah Madjer aveva siglato il pareggio del Porto con un delizioso colpo di tacco al 77’. Tre minuti dopo, l’attaccante brasiliano Juary aveva segnato la rete del sorpasso, guadagnando così a Pinto da Costa un posto nel folklore della sua città natale. Il Porto avrebbe vinto poi anche la Coppa Intercontinentale sconfiggendo il Peñarol, che era ancora la squadra del cuore di Figer, anche dopo quasi quarant’anni vissuti in Brasile. «Un uomo può cambiare moglie e partito politico, non la squadra di calcio», per dirla con le sue parole.

Nessuno dei due, benché anziano, era pronto a farsi da parte. Nel 2008, Figer concretizzò il trasferimento di Givanildo Vieira de Sousa – meglio noto come Hulk per via del fisico impressionante – al Porto attraverso il Club Atlético Rentistas. Hulk che, come altri clienti di Figer, non giocò nemmeno un incontro con il Rentistas, era stato sotto contratto con i giapponesi del Tokyo Verdy fino a poche settimane prima. L’accordo fruttò alla Laminco ben 19 milioni di dollari, risultando forse l’affare più redditizio concluso da Figer per gli azionisti della società offshore, chiunque essi fossero.

L’anno seguente due inglesi lasciarono il piovoso autunno londinese per raggiungere lo stesso villaggio vacanze in cui Figer trascorreva l’estate. Si stabilirono presso l’hotel Conrad Punta del Este Resort & Casino, che si autopromuoveva come oasi per scommettitori in stile Las Vegas, con i suoi settantacinque tavoli da gioco e le sue cinquecento slot machine. Malcolm Caine, ultrasessantenne con radi capelli bianchi e un accenno di pancia, viveva in una casa a schiera da 2 milioni di dollari posta in un vicolo del verdeggiante quartiere di St. John’s Wood, nella zona nord di Londra. Proprietario di cavalli da corsa, vantava un’amicizia anche con Jonathan Barnett, uno dei procuratori calcistici più importanti del Regno Unito.

Barnett, che aveva iniziato la sua attività nel casinò di famiglia, aveva costruito il suo portafoglio clienti accettando di rappresentare otto elementi della nazionale under 16 inglese dopo aver avvicinato i ragazzi e i rispettivi genitori al termine di un incontro con la Germania giocato a Chesterfield nei primi anni Novanta. Agente di Gareth Bale quando questi era ancora quindicenne, aveva infine negoziato il suo trasferimento al Real Madrid. Ora l’agenzia Stellar Group che aveva fondato con David Manasseh rappresentava circa duecento calciatori. La rivista Forbes lo considerava il quarto procuratore sportivo meglio pagato, con un giro di ingaggi capace di raggiungere i 44 milioni di dollari l’anno in commissioni. Cifra che lo poneva alle spalle soltanto degli americani Scott Boras e Tom Condon, oltre che di Jorge Mendes, l’agente portoghese di Cristiano Ronaldo.

A volte Barnett interrompeva il frenetico programma di lavoro per andare alle gare con Caine e guardare i loro cavalli in azione. In una serata di maggio del 2014, i due vedono il loro castrone di quattro anni Café Society precedere sette cavalli sul traguardo di Windsor, a ovest di Londra, per la sua terza vittoria in diciotto mesi. Pochi giorni dopo, a un’asta londinese, cederanno il cavallo a un gruppo di australiani per 330.000 sterline.

Durante il viaggio in Sud America, il compagno di Caine era un avvocato più giovane di dieci anni. Graham Shear deteneva una partecipazione del 5 per cento nella Stellar Group di Barnett e Manasseh. Shear aveva familiarità con il mondo finanziario legato al calcio. Aveva aiutato Michael Tabor, il bookmaker britannico diventato proprietario di cavalli da corsa, a concludere una quindicina di prestiti con i club spagnoli e inglesi attraverso società offshore. Alla fine del 2009, presso l’hotel casinò, nel giro di un mese Caine e Shear incontrarono quattro o cinque dirigenti del Deportivo Maldonado, club che militava nella seconda divisione uruguayana.

Era primavera, a sud dell’equatore, e il villaggio era ancora tranquillo prima dell’inizio delle vacanze estive, che in quella parte del mondo coincide con Natale e Capodanno. Nei condomini imbiancati che davano sulla spiaggia, la maggior parte delle tende era chiusa. Benché i pescatori tornassero tutte le mattine al lavoro sui loro trasandati rimorchiatori, il porto non era ancora gremito degli immacolati mega yacht che sarebbero arrivati entro poche settimane, con il jet-set sudamericano.

A qualche chilometro dalla spiaggia, il modesto stadio del Deportivo Maldonado era di tutt’altra levatura rispetto alla meta turistica che attirava i crapuloni della zona. Gli uffici del club si trovavano in un piccolo edificio pitturato di un verde sbiadito. Lo stemma della squadra, un’infelice balena che spruzza acqua, era inciso sulla facciata. Sembrava più una scuola elementare che la sede di una squadra di calcio. Alcune file di spalti scoperti in cemento servivano a ospitare i duecento tifosi o poco più che si prendevano la briga di assistere agli incontri casalinghi.

Come parte del suo investimento nell’ignoto club, il proprietario britannico di cavalli da corsa decise di acquistare i cartellini di giocatori sudamericani, generalmente nazionali under 20, prima di piazzarli in qualche club europeo. Era una variante dei cosiddetti pases puente o trasferimenti ponte cui Juan Figer ricorreva attraverso club uruguayani sin dagli anni Ottanta. La differenza stava nel fatto che Caine era proprietario della squadra. E, in quanto tale, si era impegnato a coprire le spese dell’operazione Deportivo Maldonado. All’epoca, in Uruguay lo stipendio medio di un calciatore di seconda divisione ammontava a poco meno di 600 dollari al mese, il che significava che l’inglese avrebbe dovuto sostenere un costo annuale, in stipendi, pari a circa 150.000 dollari. Meno di quanto Gareth Bale guadagnava in una sola settimana al Real Madrid.

I negoziati, condotti in un inglese garbato, si rivelarono produttivi e, otto giorni prima di Natale, si giunse alla firma dei contratti. Caine registrò una nuova società per controllare il club. La creazione della holding Deportivo Maldonado venne ufficializzata a Montevideo.

Secondo la legge uruguayana, la società doveva avere almeno cinque dirigenti. Caine assunse il ruolo di presidente e nominò dirigenti i figli avuti dalla moglie sudafricana, David e Leon, e due amministratori uruguayani. Shear divenne vicepresidente. Nessuna conferenza stampa o comunicato segnalò l’evento che, in effetti, passò in sordina. L’arrivo di Caine fu appena percepito in quella remota sacca del calcio sudamericano: sotto la presidenza britannica, il Maldonado non riuscì a vincere una sola delle sue prime sei partite, terminando la stagione al nono posto della seconda divisione (su tredici partecipanti). Tuttavia, sul mercato si muoveva eccome. Con uno dei suoi primi accordi, Caine ingaggiò Willian José da Silva, appena convocato nell’under 20 del Brasile.

Oltre al suo investimento nell’ignoto club, Caine decise di acquistare i cartellini di giocatori sudamericani, generalmente nazionali under 20, prima di piazzarli in qualche club europeo. Era una variante dei cosiddetti pases puente o trasferimenti ponte cui Juan Figer ricorreva attraverso club uruguayani sin dagli anni Ottanta

La storia di Willian José è quella di tanti calciatori brasiliani passati dalle stalle alle stelle. Era figlio di un addetto alla sicurezza e di una casalinga che avevano altri quattro bambini e vivevano a Porto Calvo, nello stato nordorientale di Alagoas. La cittadina è dominata da una chiesetta imbiancata a calce – Nostra Signora della Presentazione – costruita dai coloni portoghesi nel XVII secolo. I portoghesi avevano esportato in Europa zucchero e legname dai fitti boschi che circondano la città.

La famiglia Da Silva abitava in una delle decine di casette sulla via dei campi. All’età di dieci anni, Willian José si guadagnava qualche spicciolo trasportando in una carriola la spesa dei locali dal mercato del sabato alle loro case. Ma preferiva farsi sonnellini pomeridiani all’ombra della chiesa, e ripeteva a sua madre, Edileusa, di essere troppo schivo per quel lavoro. Si era dato al calcio a dodici anni, ovvero già abbastanza grande, rispetto alla media in Brasile, facendosi notare subito per il portamento e per la potenza del tiro, e tre anni dopo si era visto offrire un contratto dal Grêmio Barueri, a San Paolo, ovvero a oltre 2500 chilometri di distanza.

Si era dunque trasferito nella metropoli più grande del Brasile con il fratello maggiore Washington a fargli da chaperon. Proprio in coincidenza del loro arrivo, la squadra aveva ottenuto una promozione dietro l’altra, trovandosi presto a competere con i club più grandi del Brasile, e portando così il timido ragazzino sotto i riflettori. Grazie a una stagione eccellente, con quindici goal messi a segno, si era trovato improvvisamente al centro delle richieste.

Il suo agente, Nick Arcuri, gli aveva consigliato di firmare per il Deportivo Maldonado. Willian José aveva risposto che non sarebbe andato in Uruguay per firmare con il club, e che non aveva alcuna intenzione di giocare lì. Sbrigata tutta la procedura burocratica nella metropoli brasiliana, il calciatore era stato immediatamente dato in prestito all’omonima squadra di prima divisione, il São Paulo, per fare da rincalzo all’attaccante della nazionale Luís Fabiano.

In un primo momento aveva incontrato qualche difficoltà nell’adattarsi al ritmo e alla pressione del calcio d’élite. Soltanto l’anno seguente, a Santiago, in occasione di un incontro con l’Universidad de Chile, avrebbe mostrato per la prima volta il suo valore. In quella partita, trasmessa in diretta sulla televisione nazionale, avrebbe infatti realizzato una rete al volo, spedendo il pallone sotto la traversa. Il São Paulo avrebbe poi vinto la competizione.

Senza giocare una partita nel modesto stadio del Deportivo Maldonado, Alex Sandro passò al Porto per 9,6 milioni di euro, mentre i paraguayani portarono 1,2 milioni di euro andando in prestito rispettivamente a Juventus e Roma

Caine, più a suo agio con le corse dei cavalli che con il calcio sudamericano, trovò assistenza nel procuratore argentino Gustavo Arribas, che tempo prima era stato partner dell’agenzia HAZ con l’intermediario israeliano Pini Zahavi. Fu Arribas a mettere nero su bianco il contratto di Willian José con il Deportivo Maldonado. In seguito si sarebbe occupato anche di altri negoziati con un numero sempre crescente di giocatori emergenti acquisiti dal club – come Alex Sandro, un difensore brasiliano, e due compagni di squadra nell’under 20 del Paraguay, Marcelo Estigarribia e Iván Piris.

Senza giocare una partita nel modesto stadio del Deportivo Maldonado, Alex Sandro passò al Porto per 9,6 milioni di euro, mentre i paraguayani portarono 1,2 milioni di euro andando in prestito rispettivamente a Juventus e Roma. In genere, ai giocatori coinvolti in queste operazioni attraverso l’Uruguay andava il 15 per cento del cartellino – pratica consentita dalla FIFA, benché non prevista dai regolamenti.

Caine ci ha spiegato via e-mail di aver acquistato il Deportivo Maldonado allo scopo di far crescere i giocatori. Ha aggiunto che l’Uruguay aveva prodotto alcuni dei migliori calciatori del mondo, citando per esempio Luis Suárez, attaccante passato prima all’Ajax, quindi al Liverpool e infine al Barcellona. Il club, secondo Caine, funzionava esattamente come qualsiasi altra squadra, ottemperando a tutte le imposte e a ogni altro requisito legale. «Il nostro investimento comprende infrastrutture, know-how manageriale e tecnico, assistenza medica e di altro tipo, nonché la crescita e l’allenamento dei calciatori, e ogni fase della loro compravendita» diceva la sua e-mail.

Secondo il presidente, che si occupava della gestione quotidiana del club, gli investitori stranieri erano attratti dal regime fiscale vigente in Uruguay. Con una tassa sul capital gain praticamente inesistente, era la piattaforma perfetta per operazioni bancarie offshore, tanto da meritarsi il soprannome di «Svizzera del Sud America». Lionel Messi, il quattro volte Pallone d’oro, aveva di recente costituito una società in Uruguay in cui incanalare i proventi dai contratti di sponsorizzazione. Benché l’operazione fosse legittima, si sarebbe trovato in contenzioso con il fisco spagnolo per non aver dichiarato quel gettito nel paese di residenza.

I funzionari della federcalcio uruguayana si mostrarono favorevoli all’acquisizione di Caine, anche se alcuni dei calciatori ingaggiati dal Deportivo Maldonado non giocavano nemmeno un singolo incontro con la maglia del club. Il tesoriere della federazione, Fernando Sobral, affermò che le entrate di Caine erano una manna per il club, di cui elogiava l’efficace gestione.

Mentre i calciatori del Deportivo Maldonado venivano pagati sempre con puntualità, gli altri proprietari di squadre della seconda divisione uruguayana pagavano i loro sistematicamente in ritardo, o non li pagavano affatto. In alcuni casi quei calciatori erano in una situazione che «rasentava l’umiliazione», secondo il capo del sindacato locale. Per provvedere alle famiglie, molti dovevano intraprendere un secondo lavoro. Non usufruivano di un’assicurazione medica e i loro club non avevano un medico o un fisioterapista che li seguisse in caso di infortunio. Per ricevere cure adeguate dovevano recarsi alla sede del sindacato.

«Non vedo alcun problema con i trasferimenti ponte» ci avrebbe detto un funzionario della federazione uruguayana a Zurigo, durante una conversazione notturna avvenuta mentre trangugiava la sua cena sulla terrazza del Renaissance Hotel alla vigilia di una riunione FIFA nel 2015. Era infastidito dal fatto che in Europa alcuni dirigenti calcistici non lo approvassero: «L’abisso finanziario tra Europa e Sud America è spropositato, e questo tipo di operazioni aiuta alcuni nostri club a rimanere a galla».

In Brasile, il trasferimento di giocatori come Willian José attraverso il Deportivo Maldonado non suscitava alcun clamore: la movimentazione di giovani calciatori attraverso i club uruguayani andava avanti dagli anni Ottanta ed era considerata una procedura standard dai giornalisti sportivi che si occupavano di calciomercato. «Non c’è niente di segreto, niente di strano», per dirla con il presidente del club.

Nonostante i lampi di genialità, Willian José faticava a trovare la costanza del cannoniere, anche se continuava a collezionare entrate per il Deportivo Maldonado grazie ai prestiti. Secondo una stima del sito web transfermarkt.com, il club ricevette 2 milioni di dollari dal São Paulo e 3 milioni da altri due club di prima divisione, Grêmio e Santos.

Questi continui trasferimenti da un club all’altro senza che gli venga data l’opportunità di trovare la forma e mostrare le sue potenzialità cominciano a irritare il calciatore. Poi, però, nel gennaio del 2014 sembra arrivare la svolta. Mentre si trova a casa per le vacanze, in canottiera, short e infradito, il suo agente lo contatta da San Paolo per annunciargli che andrà in prestito al Real Madrid – o, per lo meno, alla sua seconda squadra, il Castilla. Un trasferimento che gli consentirebbe di avere a che fare con Cristiano Ronaldo e Gareth Bale.

Ma si rivelerà davvero arduo passare da una vacanza nell’indolente estate brasiliana all’inverno europeo, periodo in cui i calciatori raggiungono il top della forma. L’adattamento a un fuso orario diverso e a una nuova lingua sembra frastornare Willian José. «La prima volta che sono entrato nello spogliatoio mi girava la testa, tanto parlavano veloce gli altri» ammetterà.

Ciò nonostante, dopo aver indossato la casacca bianca del Real Madrid per la prima volta in campo, nel mese di marzo si rende protagonista di una tripletta nella vittoria per 3-2 della squadra B in casa del Recreativo Huelva. Con la prima squadra del Real Madrid in difficoltà in campionato e Cristiano Ronaldo infortunato, l’allenatore Carlo Ancelotti lo promuove in prima squadra, portandolo in panchina contro il Celta Vigo. Con la maglia numero 39, giocherà appena venti minuti in un incontro terminato con una sconfitta per 2-0 e non avrà altre possibilità in tutta la stagione. Il prestito non verrà prolungato.

In una calda serata dell’ottobre del 2014, nei sobborghi di Madrid, Willian viene girato in prestito a un’altra squadra, il Real Zaragoza: il suo quinto prestito in altrettanti anni – uno smacco per la prima punta che, in una partita contro l’Alcorcón, a un certo punto difende il pallone prima di cederlo al compagno Borja «Baston» González, autore di una doppietta nel 3-1 contro i padroni di casa, affermazione che terrà la squadra in corsa per la promozione. Willian e i suoi compagni raggiungono un’estremità dell’angusto campetto per festeggiare con le poche centinaia di tifosi del Zaragoza stipati in un angolo. E, come gli altri, il brasiliano si sfila la maglietta per regalarla a un sostenitore.

Pochi giorni dopo, vestito con una tuta da ginnastica in cotone grigio e un berretto da baseball nero, Willian José se ne sta spaparanzato su una sedia dopo l’allenamento nel centro del Zaragoza, fuori città. Ci racconta di non essere soddisfatto della piega che ha preso la sua carriera. I reiterati prestiti non gli hanno mai dato il tempo di trovare una certa continuità. Pur non avendo mai incontrato Caine, si è lamentato con il suo agente, che gli ha chiesto di pazientare.

Più o meno nello stesso periodo, il Deportivo Maldonado stava puntando la sua attenzione su due astri nascenti in Argentina. Il club con duecento spettatori a partita o giù di lì ingaggia Gerónimo Rulli, portiere dell’Estudiantes de la Plata, per 4 milioni di dollari nel 2014; quindi, nel 2016, ne sborsa addirittura 12 al Boca Juniors per Jonathan Calleri.

A vent’anni, Rulli ha già stabilito il record del club nella squadra di prima divisione con sei partite senza subire una rete. Ci racconta lui stesso del suo viaggio in Uruguay per firmare un contratto con il Deportivo Maldonado benché non avesse intenzione di giocarci una partita: tanto è vero che lo avrebbero immediatamente prestato alla Real Sociedad.

Il portiere, alto quasi un metro e novanta, si sarebbe meritato gli elogi sperticati dell’allenatore scozzese del club basco, David Moyes, per il suo debutto stagionale nella Liga. Moyes era stato scaricato dal Manchester United e stava cercando di ritrovarsi nel Nord della Spagna. Nella partita contro il Real, Rulli avrebbe avuto la meglio persino su Gareth Bale, intercettandone il tiro nell’uno contro uno.

I dirigenti della Real Sociedad si libereranno di Moyes dopo appena dodici mesi, ma, determinati a trattenere il giovane portiere, prolungheranno il prestito per un altro anno, prima di confermarlo a titolo definitivo l’anno dopo ancora. Nell’estate del 2016, proprio mentre la dirigenza della Real Sociedad sta negoziando un pagamento di circa 8 milioni di dollari al Deportivo Maldonado per Rulli, il Manchester City dello sceicco Manșūr bin Zāyed Āl Nahyān s’intromette nella trattativa e, secondo il vicepresidente del club spagnolo Angel Oyarzun, si risolve a ingaggiare il giovane portiere. Ma la situazione finisce per ingarbugliarsi. Per qualche ragione – che un giornale basco suggerirà essere l’incertezza circa la decisione del Regno Unito di abbandonare l’Unione Europea – il Manchester City cambia all’ultimo istante idea sull’accordo. Il club non rilascia alcun commento ufficiale in proposito, ma la Real Sociedad dichiara di aver accettato di prendere immediatamente Rulli in prestito dal City e di ingaggiarlo a titolo definitivo alla fine dell’anno. Il City avrebbe mantenuto il diritto di riscattarlo per le tre estati successive, fino al compimento del ventisettesimo anno di età da parte del portiere.

Sul lembo più meridionale del territorio spagnolo, al largo delle coste dell’Africa, Willian José sta intanto intraprendendo un nuovo inizio tra le file del Las Palmas, nelle isole Canarie. È il suo sesto trasferimento in prestito in sei anni. Il club era stato appena promosso nella Liga e voleva impreziosire la sua campagna acquisti con un cannoniere. Le isole subtropicali sono il punto in cui l’Europa più si avvicina al Brasile e il clima, la gente amichevole e il ritmo della vita a Las Palmas erano più simili a quelli della sua patria di quanto non lo fossero Madrid e Saragozza. «Mi trovo bene qui» era solito ripetere Willian.

Con le sue nove reti, molte delle quali decisive, il brasiliano giramondo contribuisce al rispettabile piazzamento della squadra a metà classifica. Secondo il sito web transfermarkt.com, il suo valore di mercato, prima così indolente, finalmente raddoppia, arrivando a 3 milioni di euro in una sola stagione. Poche settimane dopo, passerà alla Real Sociedad per 6 milioni di euro.

Nella stessa settimana, così riportava The Guardian, Jonathan Barnett raggiunge un accordo con il West Ham per il prestito di Calleri dal Deportivo Maldonado. Lo stesso Caine solo di rado si prende la briga di affrontare un viaggio per assistere alle partite del Deportivo Maldonado nel suo piccolo stadio. Il club rimane in seconda divisione, classificandosi terzo in un paio di occasioni, non abbastanza per guadagnarsi la promozione. Secondo i documenti ufficiali rilasciati dai club europei e le stime di transfermarkt.com, la squadra uruguayana guadagna circa 40 milioni di dollari grazie alla cessione e al prestito di una mezza dozzina di calciatori che non hanno mai giocato una partita nelle sue file. Nel nostro scambio di e-mail, risalente al 2014, Caine ci riferisce di non aver ancora tratto profitti dal suo investimento. All’epoca le transazioni, pur rispettando i regolamenti, avevano già iniziato ad attirare l’attenzione di un funzionario FIFA a Zurigo.

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