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20 Settembre Set 2019 0600 20 settembre 2019

La vera “svolta” sull'immigrazione? Contrasto al lavoro nero e sostegno all'accoglienza nei piccoli centri

Mentre nel programma di governo non c'è il superamento del divieto di sbarco introdotto dalla Legge Sicurezza, la proposta di penalizzazioni economiche ai Paesi che non accolgono rende negoziabile l'obbligo stesso con facili strumentalizzazioni

Migranti_Linkiesta
ANNE CHAON / AFP

Giorni fa si è conclusa la prima crisi in mare, quella che ha coinvolto la Ocean Viking, sotto il governo della “svolta”. La nave ha aspettato alcuni giorni al largo – il tempo necessario per raggiungere un accordo tra alcuni Stati sulla ripartizione dei migranti a bordo - prima di ricevere l’assegnazione di un porto sicuro. Non c’è stato divieto di entrata nelle acque territoriali, previsto dalla legge Sicurezza bis, ma si è arrivati allo stesso risultato delle crisi precedenti. In altri termini, si sono evitate le sceneggiate dell’esecutivo giallo-verde, ma la soluzione è stata comunque condizionata dall’intesa per il ricollocamento, come Di Maio ha tenuto a precisare. Insomma, non proprio una “svolta”.

Del resto, pare non ci sarà una “svolta” neanche riguardo alla norma che attribuisce al ministro dell’Interno il suddetto potere di vietare l’entrata alle imbarcazioni che trasportano stranieri irregolari: nel programma del nuovo governo non è previsto di eliminarlo, poiché si riceveranno soltanto i rilievi del Capo dello Stato (relativi a un’unica norma, in tema di sanzioni). Tale potere potrà pure non essere utilizzato, ma intanto resta disponibile per il prossimo ministro che voglia esercitarlo: e questo è un rischio. Peraltro, il ministro dell’Interno precedente aveva “narrato” – e continua a farlo – che quel potere, fondato su una sorta di presunzione di colpevolezza delle Ong che fanno salvataggi in mare, fosse l’unico argine ai trafficanti. Eppure da anni esiste una normativa ad hoc per contrastare il traffico di migranti, che si basa non su una presunzione, ma su accertamenti concreti nei casi sospetti. Peccato che nessuno menzioni tale normativa nei talk show dove si dibatte di questi temi, spesso ignorando anche i fondamentali: ma è pretendere troppo in quelle sedi.

Forse ci sarà una “svolta” a livello europeo in tema di immigrazione. Nei prossimi giorni, i Paesi Ue discuteranno un accordo in base a cui, «quando una nave chiederà il permesso di sbarco in un porto europeo, quindi Italia o Malta, non dovrà esserci una trattativa per cercare Paesi disponibili all’accoglienza, ma il trasferimento diventerà automatico sulla base delle quote fissate nell’ambito dell’accordo. (…) l’accordo prevederà agevolazioni per chi entra e sanzioni per chi invece decide di rimanere fuori». Sarà vera “svolta”? Si ha motivo per dubitarne, e non solo perché in passato il programma temporaneo e obbligatorio di ricollocamento dei migranti presenti nei Paesi più coinvolti dai flussi migratori, per garantire “un'equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati”, ha proceduto con lentezza e con un forte ridimensionamento dei numeri fissati inizialmente.

Nei prossimi giorni i Paesi dell'Ue discuterranno un accordo che renderà automatico il trasferimento dei migranti sbarcati in un porto europeo, Italia o Malta, sulla base di quote di ricollocamento concordate

Al momento, non è certo se l’automatismo sarà solo per i salvataggi, e non per gli sbarchi autonomi, o se riguarderà anche i cosiddetti migranti economici, oltre che i potenziali aventi diritto a protezione internazionale: ma pare che la Francia abbia già respinto l’idea di ricevere chi giunga da Paesi con cui non ha accordi di rimpatrio. E dall’incontro tra Conte e il Presidente francese non sembra siano emersi elementi utili a fugare i dubbi.Se i migranti economici verranno esclusi, la quota dei ricollocabili sarebbe pari a circa il 15% degli arrivi. Meglio di niente, ma non proprio una “svolta”.

Peraltro, il paletto posto da Macron sui Paesi di provenienza dimostra che egli forse non si fida della possibilità che i rimpatri siano gestiti direttamente dalla Commissione Ue, come sarebbe sancito nell’accordo. Inoltre, pensare di indurre all’adesione mediante penalizzazioni economiche agli Stati che si sottraggono all’obbligo di solidarietà non solo non è una “svolta” - somiglia al meccanismo che “ipotizzava di legare i fondi europei al rispetto dei parametri di deficit e spesa pubblica” - ma presenta un rischio: rende “negoziabile” l’obbligo stesso, riducendo l’accoglienza a una sorta di scambio commerciale più che a un’istanza solidale, con facili strumentalizzazioni.

Come potrebbe il nuovo governo dimostrare davvero una “svolta”? Ad esempio, con una sanatoria per regolarizzare gli immigrati che, non essendo in possesso di un permesso di soggiorno, sono impiegati in nero. Si potrebbe cominciare con i lavoratori domestici – colf, badanti e baby sitter – cioè i più numerosi. Secondo quanto risulta dal rapporto Assindatcolf del dicembre 2018, il lavoro nero nel settore domestico sottrae allo Stato oltre 3 miliardi di euro l'anno. In particolare, su 2 milioni di lavoratori, dei quali oltre il 71,4% sono stranieri (dati Inps), solo 800.000 sono regolari; per il lavoro totalmente in nero, l'evasione Irpef vale 600 milioni; mentre i contributi non versati all’Inps ammontano a 1,8 miliardi.

Anche ammettendo che l’operazione ipotizzata faccia emergere solo la metà dei lavoratori stranieri regolarizzabili, ne deriverebbero notevoli entrate per lo Stato e l’Inps, oltre al contributo una tantum di qualche centinaio di euro che, come per sanatorie precedenti, deve essere corrisposto da ogni persona che fa domanda di emersione (moltiplicato per il numero delle istanze costituirebbe una somma rilevante). Sarebbe una “svolta” di buon senso, ridurrebbe il numero di “clandestini” e, al contempo, gioverebbe all’erario e alle pensioni degli italiani: ma il buon senso non è previsto nell’accordo di governo in tema di immigrazione.

La svolta sarebbe una sanatoria per regolarizzare gli immigrati in nero impiegati nel settore domestico, il ripristino dei servizi ai richiedenti asilo e il superamento dei tagli ai centri di accoglienza

Una “svolta” sarebbe anche ripristinare i servizi per i richiedenti asilo, tagliati dal ministero dell’Interno nel novembre scorso con lo schema di capitolato di gara d’appalto per la gestione dei centri di prima accoglienza. La nuova impostazione fa sì che a tali migranti non possa essere destinato più di quanto necessario alla mera sopravvivenza: vengono ridotti, o addirittura spariscono, servizi alla persona (assistenza, insegnamento della lingua italiana, formazione professionale, mediazione culturale, attività finalizzate all’inclusione sociale, sport ecc.), utili all'integrazione degli stranieri, nonché a evitare che, lasciati a ciondolare, essi entrino nei giri della delinquenza.

Inoltre, i tagli ai finanziamenti per i centri di accoglienza sono sostenibili solo da quelli di maggiori dimensioni, che possono realizzare economie di scala, mentre penalizzano i più piccoli, nonostante questi ultimi diano luogo a un sistema di accoglienza più virtuoso: ciò va in direzione opposta a quanto indicato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza migranti del 2017, la quale aveva esposto le motivazioni del “fallimento oggettivo di un approccio all’accoglienza basato su grandi centri”.

Intanto, la legittimità dei bandi per la prima accoglienza – molte gare nei mesi scorsi sono andate deserte, a causa delle nuove basi d’asta - è oggetto di vaglio da parte di tribunali. Peraltro, è stato calcolato che i tagli ai servizi stiano determinando circa 15 mila disoccupati (potenziali fruitori di reddito di cittadinanza?) tra le persone impiegate nei suddetti centri. Chissà se il governo si orienterà verso una “svolta”, ripristinando i servizi eliminati. Questi sono solo alcuni esempi. I posteri potranno dire se, col nuovo esecutivo, sul tema immigrazione vi sarà una qualche “svolta”. Date le premesse, tuttavia, la sentenza non sembra tanto ardua.

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