un oceano di possibilità
20 Settembre Set 2019 0600 20 settembre 2019

Lavoro “liquido”: perché l’economia del mare è il nuovo bacino dell’occupazione (soprattutto al Sud)

Il mare batte la crisi: il rapporto sull’economia marittima mostra come il settore abbia oggi più occupati del 2008

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(Pixabay)

Vi è mai venuta voglia di dire “basta, lascio tutto e vado a fare il pescatore”? La sveglia presto alla mattina, il silenzio della spiaggia, la tranquillità dell’acqua, il piacere dell’abitudine spensierata: a fronte del lavoro in ufficio, del traffico e dello stress, un pensierino, prima o poi, ce l’hanno fatto tutti. Bene, forse non avrete mai la barchetta in mezzo al mare o il bar sulla spiaggia. Ma quel che è certo è che l’ambiente marittimo è un settore in crescita, che offre opportunità lavorative importanti. A confermarlo è il rapporto Italian Maritime Economy del centro studi Srm del gruppo Intesa San Paolo, che ha analizzato lo sviluppo del settore marittimo italiano in ottica non solo occupazionale, ma anche in termini commerciali e geopolitici, posta la crescita del canale di Suez come snodo mondiale e la crescente tensione fra Cina e Stati Uniti nel controllo dei traffici.

L’economia marittima in Italia, infatti, è in forte crescita, a livelli anche superiori a quelli precrisi: +11,3% di posti di lavoro e +12,6% di ricavi rispetto al 2008. Nell’epoca del commercio globale, l’import export via mare per il nostro Paese costituisce un’importante fonte di guadagni. E in realtà potrebbe essere sfruttato anche di più. I comparti cui il report fa riferimento sono tre: la cantieristica, che comprende sia quella navale sia il settore di chi si occupa di manutenzione e riparazione di navi e barche in genere; la logistica, comprendente il magazzinaggio, i servizi collegati al trasporto marittimo, la movimentazione delle merci, gli spedizionieri doganali e i servizi relativi alla distribuzione; infine il settore dei trasporti, intesi sia come di passeggeri che di merci.

Il settore in Italia conta oltre 12mila aziende attive, molto diverse tra loro in termini sia di organico che di organizzazione, a seconda dell’ambito di attività. Si tratta comunque di aziende medio-piccole: in termini occupazionali, secondo il rapporto di Srm, la media è di 21 lavoratori per società. La logistica si classifica come il primo settore con 122mila dipendenti, cui segue la cantieristica con 27mila addetti, e infine i trasporti con 20mila lavoratori al seguito. Il boom dei posti di lavoro si è registrato soprattutto a partire dal 2017: merito anche delle dinamiche di commercio internazionale, in particolare con la crescita del canale di Suez, che ha contribuito a rimettere al centro delle logiche commerciali il tratto di collegamento tra Mediterraneo, Africa e Asia.

L’economia marittima in Italia è in forte crescita, a livelli anche superiori a quelli precrisi: +11,3% di posti di lavoro e +12,6% di ricavi rispetto al 2008

La logistica è il settore che ha visto i maggiori aumenti in termini di profittabilità, con un +19,5% di dipendenti e un +17,3% di ricavi rispetto al 2008. Anche i trasporti sono cresciuti: tra il 2008 e il 2017 si è registrato un aumento del 7,2%. Mentre la cantieristica è in calo, -9,7% nello stesso periodo. Anche il valore degli scambi commerciali dell’Italia è in crescita: nel 2018 il nostro Paese ha registrato movimentazioni per 253,7 miliardi di euro, +6,3% rispetto al 2017. Il via vai delle navi è ghiotto soprattutto per 12 tra le regioni italiane che dipendono direttamente dal sistema mare per la propria economia interna, avendo oltre il 30% del loro import export realizzato sulle rotte marittime. E questo vale a maggior ragione per il Sud, dove si trovano sette di queste regioni. A riconferma dell’importanza cruciale che il Mediterraneo riveste per il Mezzogiorno, non solo in termini turistici.

Cosa si trasporta? La categoria merceologica principale in termini di volumi è quella delle rinfuse liquide, ovvero i carburanti: al di là del fatto che sono in sé un elemento fondante dell’approvvigionamento energetico dei porti, forniscono anche fonte di alti guadagni per le attività portuali. Nel 2018 ne sono state movimentate 184 milioni di tonnellate (soprattutto importate), principalmente per soddisfare la domanda energetica e di raffinazione di prodotti petroliferi. Il traffico liquido si tiene per il 70% all’interno dei primi cinque porti energetici italiani: Trieste, Cagliari, Augusta, Milazzo e Genova.

La Cina è il principale Paese fornitore del nostro: il 17% di tutto l’import via mare (pari a 22,4 miliardi di euro) è suo. Gli USA, invece, sono il principale destinatario del nostro export, con 27,7 miliardi di euro, pari al 23% del totale. Volgendo lo sguardo al commercio a livello internazionale, il canale di Suez (che festeggia 150 anni) si conferma snodo cruciale a livello mondiale: basti pensare che il 9-10% del trasporto internazionale passa da lì. Nel 2018 il canale artificiale più famoso del mondo ha registrato un nuovo record, con 458,8 milioni di tonnellate di merci in transito. Anche le stesse navi che lo attraversano sono sempre più grandi: le loro dimensioni sono aumentate del 12% tra il 2014 e il 2018. Solo nei primi cinque mesi del 2019, attraverso il canale ne sono già transitate 7.600.

La categoria merceologica principale in termini di volumi è quella dei carburanti

Sulla scena mondiale, però, la guerra commerciale tra Cina e Usa rischia di porre un freno allo sviluppo: basti pensare che le esportazioni containerizzate dalla Cina agli USA sono già diminuite dell’8% nel primo trimestre del 2019, e potrebbero ridursi ancora nel corso dei prossimi mesi. E mentre l’Italia rimane leader nel trasporto a corto raggio (Short Sea Shipping) nel Mediterraneo, con 230 milioni di tonnellate di merci trasportate e una quota di mercato del 37,4%, d’altra parte, spiega il report, per rendersi ancora più competitiva deve migliorare l’efficienza della sua catena logistica, posto che una percentuale fra il 70 e l’80% delle aziende esternalizza ancora questa funzione.

Altro discorso, poi, quello relativo alle Zone economiche speciali al Sud (quelle aree geografiche soggette a legislazione economica diversa e destinate a ricevere agevolazioni e facilitazioni fiscali e burocratiche, frutto del Decreto Sud del 2017), le quali potrebbero contribuire ad aumentare il livello di esportazioni del Paese fino al 40%: in un decennio, si potrebbe arrivare ad aumenti nei volumi di export fino a 18 miliardi di euro. Una cifra niente male, considerando quanto bisogno avrebbe il nostro Mezzogiorno di crescere. Posto che, nel commercio nazionale, infatti, pesa già per il 45%, e che le imprese del Mezzogiorno realizzano già il 65% del loro import/export via mare (per un totale di 58 miliardi di euro), i porti del Sud potrebbero svolgere un ruolo ancora più importante nella proiezione internazionale delle filiere. A partire dai settori chiave delle cosiddette “4 A” (agroalimentare, abbigliamento, aerospazio e automotive) e del biofarmaceutico: considerando che queste filiere esportano 21,2 miliardi di prodotti in tutto il mondo, l’opportunità è rilevante, a patto di saperla sfruttare. Anche in ottica occupazionale.

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