Sovranismo tropicale
21 Settembre Set 2019 0600 21 settembre 2019

Fame, machete e sovranismo: la vita agra degli immigrati haitiani

Con un tasso di disoccupazione de 50% perdere il lavoro nella Repubblica Dominicana consiste in una vera e propria disgrazia. I giovani immigrati haitiani, impiegati nelle piantagioni, sono sottoposti a turni massacranti e a una campagna d'odio

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Sul sito di un noto tour operator italiano, la Repubblica Domenicana è descritta come “un sogno magnifico da vivere”. Grazie al suo mare “cristallino”, è da decenni meta privilegiata del turismo di massa: lungo le spiagge “di un bianco abbagliante” si susseguono i resort per famiglie e pensionati, ognuno con il braccialetto al polso d’ordinanza, da esibire al bar per godere dei privilegi del trattamento all-inclusive.

Il turismo, qui, è una questione di Stato: con un giro di affari di 7 miliardi di dollari all’anno incide in modo determinante sul PIL dell’isola, che da qualche anno vive un piccolo ma significativo boom economico. Forte di un tasso di crescita del 7%, la Repubblica Domenicana è la prima economia dei Caraibi, la nona del Sud America, e la capitale Santo Domingo è una metropoli internazionale, dove si fatica a trovare traccia del tradizionale paesaggio caraibico: tra ristorantini di sushi, boutique di alta moda e gallerie d’arte, se non fosse per il clima e un servizio Wi-Fi non sempre impeccabile, sembrerebbe di trovarsi in una capitale mediterranea.

Ma basta addentrarsi all’interno perché il claim “qui si vive di sensazioni e di emozioni” assuma tutto un altro significato rispetto a quello inteso dal tour operator per pubblicizzare la sua struttura più costosa.

Lontano dalle coste, la Repubblica Domenicana è una sterminata distesa di campi dove si coltivano prodotti entrati stabilmente nei menu e nella dieta dei consumatori occidentali: l’ananas che brucia i grassi, l’avocado che fa bene alla pelle, il caffè per darsi la carica in ufficio. E soprattutto la canna da zucchero: le 335 mila tonnellate di zucchero prodotte nel 2017 ne fanno il secondo produttore caraibico dopo Cuba.

L’intero settore venne riformato nel 1999, quando il governo decise di privatizzarlo: nacquero così tre compagnie che si divisero un mercato da centoventi milioni di dollari. Tuttavia, invece che investire nell’ammodernamento di un settore basato ancora, in larghissima parte, sul lavoro manuale, i privati hanno lasciato intatta la catena produttiva e da allora, sull’isola, è come se il tempo scorresse con due velocità diverse: c’è quello velocissimo dei turisti in costume armati di smartphone a bordo piscina, e c’è quello immobile delle piantagioni, dove centinaia di lavoratori armati di machete lavorano nei campi, sotto un sole “magico e infuocato” per dirla ancora come il tour operator, come se il terzo millennio non fosse mai iniziato.

Una volta tagliate a mano, le canne vengono raccolte su dei carri trainati da buoi fino alla ferrovia, dove vengono deposte dentro ai vagoni e spedite nelle raffinerie, per essere trasformate nello zucchero che addolcirà i mojito dei turisti. Si tratta di un sistema basato su condizioni di lavoro che sarebbero state considerate inaccettabili anche nell’Ottocento: è dal 2013 che lo U.S. Department of Labor, l’equivalente del Ministero del Lavoro americano, denuncia lo sfruttamento dei lavoratori delle piantagioni di zucchero domenicane.

Quando va bene, guadagno 2000 pesos al giorno (1 dollaro americano all’ora). Il problema è che la paga dipende dal raccolto, e durante la bassa stagione si guadagna meno, molto meno.

«Quando va bene, guadagno 2000 pesos al giorno (1 dollaro americano all’oradice Ramon, 60 anni di cui 40 passati nelle piantagioni di Higuaral. «Il problema è che la paga dipende dal raccolto, e durante la bassa stagione si guadagna meno, molto meno».

Come la quasi totalità dei suoi colleghi, Ramon viene dalla vicina Haiti, la nazione che occupa l’altra metà dell’isola di Hispaniola, dove approdò Cristoforo Colombo nel 1492. La convivenza tra i due Stati è sempre stata problematica, fin dai tempi in cui a Santo Domingo regnavano gli spagnoli e a Port-Au-Prince i francesi, ma fu a partire dagli anni ’30, durante gli anni del Generalissimo Rafael Trujillo, che si iniziò a parlare apertamente di antihaitianismo: oltre ventimila haitiani, residenti in Repubblica Domenicana, vennero sterminati nell’ottobre 1937, in quello che passò alla storia come il “Parsley Massacre”, il massacro del prezzemolo, così chiamato perché i soldati del regime chiesero ai passanti di pronunciare la parola “prezzemolo”, uccidendo a colpi di machete chiunque tradisse una vaga inflessione francese.

Ottant’anni dopo, in uno scenario mondiale in cui le inquietanti somiglianze con quello del 1930 si moltiplicano, la situazione è ancora delicata: gli haitiani sono accusati dai loro vicini di accettare paghe troppo basse, rovinando l’intero settore.

«Non è il lavoro migliore del mondo ma almeno è un lavoro» si giustifica Ramon, ed è molto difficile dargli torto. Le condizioni generali del popolo haitiano, aggravate dal terremoto del 2016, restano drammatiche: su 9 milioni di abitanti, l’80% vive con meno di un dollaro al giorno, assai meno del dollaro all’ora guadagnato nelle piantagioni.

«Ad Haiti non c’è futuro» dice Samuel, 26 anni, nelle piantagioni da cinque. «Qui, almeno, insieme al lavoro ti danno dell’acqua e un tetto sotto cui dormire».

Non si tratta esattamente di un trattamento all-inclusive: l’acqua è razionata e le case, invece di far pensare ai bungalow dei villaggi turistici, richiamano piuttosto le baracche delle favelas brasiliane, spesso prive di allacciamento elettrico e idraulico.

La giornata lavorativa di quelli come lui comincia nel buio della notte subtropicale, quando un esercito di giovani lavoratori esce di casa con una lanterna in testa e un machete in mano, pronta a mozzare canne fino al pomeriggio inoltrato del giorno successivo.

Tanto più che, vista la sua età, Samuel non ha diritto a riposarsi nemmeno di notte: la produzione non deve fermarsi mai, e allora la giornata lavorativa di quelli come lui comincia nel buio della notte subtropicale, quando un esercito di giovani lavoratori esce di casa con una lanterna in testa e un machete in mano, pronta a mozzare canne fino al pomeriggio inoltrato del giorno successivo.

«Se potessi cambierei lavoro. Ma non ho nessuna alternativa, quindi cosa posso fare, se non andare avanti?».

Un vigilantes della compagnia privata ha notato il nostro arrivo ed è venuto a dare un’occhiata. Si muove a cavallo, e basta sentire il rumore degli zoccoli in lontananza perché i forzati dello zucchero si rimettano all’opera, smettendo all’istante di considerarci. Con un tasso di disoccupazione vicino al 50%, perdere il lavoro sarebbe una disgrazia: molti di questi uomini sono padri di famiglie numerose, che dipendono interamente da loro.

Secondo i dati ufficiali, circa mezzo milione di haitiani vive oggi in Repubblica Domenicana, ma si crede siano di più. Nel 2013, una sentenza della Corte Costituzionale ha stabilito che i figli di immigrati nati in territorio Domenicano non abbiano diritto alla cittadinanza, dando origine al fenomeno dei “senza Stato”: secondo l’Osservatorio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani erano 133 mila le persone fantasma, quelle che da un giorno all’altro sono state private di un documento e della loro stessa nazionalità. Le proteste della comunità internazionale, a cominciare dagli Stati limitrofi, hanno costretto il governo ad ammorbidire la linea ma il problema degli haitiani, accusati di rovinare il mercato del lavoro e pure di corrompere l’identità culturale domenicana, sarà certamente uno dei temi caldi alle elezioni Presidenziali del prossimo anno.

Non è raro, passeggiando in una città come La Romana, leggere sui muri lo slogan “Fuera Haitianos”, fuori gli Haitiani, espressione di un sovranismo ormai senza confini che lascia però inevaso un tema fondamentale. Oltre il 65% dei domenicani lavora nel terzo settore, l’industria del turismo li ha reinventati come camerieri, massaggiatori o istruttori di snorkeling: senza gli haitiani, chi andrebbe nelle piantagioni a lavorare in quelle condizioni?

Il sole, nel frattempo, ha cominciato la discesa. Sono le sei di pomeriggio, Ramon e Samuel ripongono i machete, si mettono in fila per il camioncino che li riporterà nelle loro abitazioni, mentre i turisti dei resort, con un pareo e un paio di ciabatte, sono pronti per l’aperitivo, una cerveza, por favor.

Il cielo si carica di sfumature violacee: i turisti lo usano come sfondo delle loro Instagram story, Samuel e Ramon lo osservano, esausti, assaporando già la tregua della sera.

Il tempo a due velocità dell’isola, per un attimo, si ricompone. In questo stato di sospensione, con il sole a un passo dalle fauci del mare, la Repubblica Domenicana sembra veramente “un sogno magnifico da vivere” per tutti. Anche se solo per pochi istanti.

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