Vertice La Valletta
24 Settembre Set 2019 0600 24 settembre 2019

Mini-accordo sui migranti, nonostante i proclami per l’Italia non cambia (quasi) niente

Raggiunta l’intesa su un documento in quattro punti tra Italia, Francia, Germania e Malta. Il primo scoglio sarà però il vertice dei ministri dell’Interno Ue del prossimo 8 ottobre. Senza la riforma del regolamento di Dublino, la soluzione non può essere una mini-intesa senza Grecia e Spagna

Lamorgese Valletta Linkiesta
(Matthew Mirabelli / AFP)

L’intesa sulla distribuzione migranti in Europa c’è. Ma al momento è solo una mini-intesa su un documento in quattro punti: “rotazione volontaria” dei porti di sbarco; ripartizione obbligatoria tra i Paesi; tempi rapidi dei ricollocamenti; redistribuzione di tutti i richiedenti asilo, e non solo di quelli che hanno ottenuto lo status di rifugiato. «L’Italia non è più sola», ha detto subito la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese in conclusione del mini-summit de La Valletta.

Ma l’accordo che viene fuori dal vertice ristrettissimo è stato sottoscritto dai soli quattro Paesi partecipanti, Italia, Malta Francia e Germania. E lo scoglio più duro arriverà tra due settimane, quando il documento dovrà essere sottoposto e discusso nel Consiglio Affari interni che si terrà a Lussemburgo l’8 ottobre. È in quell’occasione che si misureranno le volontà e gli equilibri politici, per capire se si tratta davvero della volta buona o dell’ennesimo documento europeo sui migranti destinato a diventare carta straccia.

Il fatto che Paesi forti come Germania e Francia, che finora hanno fatto melina, abbiano mostrato la volontà politica di trovare una soluzione strutturale sicuramente è un passo avanti, dicono molti osservatori. L’accordo, però riguarda solo la rotta del Mediterraneo centrale. All’appello, per giunta, mancano gli altri Paesi chiave di sbarco come Spagna e Grecia. Sulle coste spagnole da inizio anno sono arrivati oltre 19.700 migranti, su quelle greche quasi 42mila. E gli sbarchi sulle isole continuano ad aumentare di ora in ora.

Il fatto che Paesi forti come Germania e Francia, che finora hanno fatto melina, abbiano mostrato la volontà politica di trovare una soluzione strutturale sicuramente è un passo avanti

Dei quattro punti chiave del documento, ci sono punti di forza e punti di debolezza. La “rotazione volontaria” dei porti di sbarco rientra tra i secondi: sull’immigrazione tutto ciò che è volontario non ha mai funzionato. E il fatto che la distribuzione obbligatoria riguardi solo i migranti che arrivano con le navi delle ong significa che l’accordo interessa non più del 6-8% del totale degli sbarchi sulle coste italiane. Creando di fatto una distinzione tra richiedenti di serie A e di serie B. Un grande passo avanti invece, secondo molti, è che la distribuzione obbligatoria prevista valga per tutti i richiedenti asilo e non solo per i rifugiati. Per cui saranno gli Stati di ricollocamento a occuparsi delle domande, e anche degli eventuali rimpatri.

Ma un mini-accordo a quattro non basterà a cambiare magicamente le posizioni dei Paesi di Visegrad capeggiati da Viktor Orban, che finora si sono opposti con forza ai ricollocamenti obligarori dei migranti sbarcati sulle coste italiane, greche o maltesi. «Può essere una soluzione temporanea che ci permetterà di non vedere più l’orrore delle persone lasciate in mezzo al mare, ma la soluzione definitiva resta solo una: il superamento del regolamento di Dublino nella direzione indicata dal Parlamento europeo due anni fa», commenta Elly Schlein, ex eurodeputata di Possibile che alla stesura della riforma aveva partecipato come relatrice. «Se continuerà a valere la regola del primo Paese d’approdo, i migranti potranno essere rispediti in Italia. E questa regola non la superi con un mini-accordo d’emergenza».

Può essere una soluzione temporanea che ci permetterà di non vedere più l’orrore delle persone lasciate in mezzo al mare, ma la soluzione definitiva resta solo una: il superamento del regolamento di Dublino

Elly Schlein

Lo stesso commissario uscente sulle migrazioni Dimitris Avramopoulos, che pure si è detto soddisfatto dell’intesa, ha messo le mani avanti: «Rimango convinto che una soluzione strutturale e permanente, integrata nel sistema europeo comune di asilo, rimanga necessaria ed è l’unica soluzione praticabile a medio termine», spiega. Né, per giunta, si potranno imporre delle sanzioni – con la mancata distribuzione dei fondi comunitari come prospettato da più parti – agli Stati che non accetteranno i migranti, almeno finché continuerà a restare in vigore il Regolamento di Dublino.

Il mini-accordo della Valletta però fa ben sperare in tanti. Se Angela Merkel ed Emmanuel Macron, che nel Consiglio europeo hanno peso politico, faranno finalmente moral suasion su quegli Stati come Svezia, Danimarca e Olanda, che finora non hanno proprio applaudito all’idea di accogliere i migranti, si potrà raggiungere la maggioranza qualificata in Consiglio. Quella che servirebbe per far passare la riforma del regolamento di Dublino, votata dai due terzi dell’Europarlamento e ormai ferma da due anni nei cassetti di Bruxelles. Mettendo quindi in minoranza, una volta per tutte, il blocco di Visegrad appoggiato dall’Austria. Lo stesso gruppetto di Paesi anti-migranti che Matteo Salvini nel primo governo Conte aveva invece scelto come suo alleato.

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