Crisi istituzionale
25 Settembre Set 2019 0600 25 settembre 2019

Nonostante Boris Johnson, l’Inghilterra non è un paese per sovranisti

La corte suprema del Regno Unito ha stabilito che è illegale la sospensione prolungata del Parlamento voluta dal premier. Il suo metodo per assicurarsi la Brexit non sta funzionando

Boris Johnson_Linkiesta
DANIEL LEAL-OLIVAS / AFP / POOL

Un’altra batosta, l’ennesima da quando è diventato premier. In appena due mesi Boris Johnson ha perso la maggioranza in Parlamento, ha causato la scissione di 23 deputati ribelli, ha perso sei votazioni su sei alla Camera dei Comuni (un record), ha perso un seggio storicamente conservatore dopo che il suo candidato è stato sconfitto da una rivale pro-Ue in un'elezione suppletiva. E ieri la Corte Suprema britannica, all'unanimità, ha giudicato illegale la decisione di Johnson di sospendere per cinque settimane il Parlamento inglese. Democrazia parlamentare cinque, BoJo zero.

Per tre anni il premier aveva criticato Theresa May per non aver realizzato la Brexit e di esser rimasta impantanata nelle sabbie mobili del Parlamento, fatti di veti e contro veti. Johnson aveva assicurato che il problema non era di merito, ma di metodo. E il metodo sovranista fatto di minacce, rilanci da piazzista, strappi e chicken game con l’Unione europea avrebbe risolto tutti i problemi. Per ora, li ha solo creati. Da ieri tutti i leader delle opposizioni chiedono le dimissioni del premier: dai laburisti ai LibDem, dai nazionalisti gallesi e scozzesi. Alcuni lo accusano di aver fuorviato la regina Elisabetta, facendole firmare la sospensione del Parlamento, non illegale in sé, ma nella sua durata. Mancano 36 giorni all’uscita del Regno Unito dall’Ue e il provvedimento votato qualche settimana fa dal Parlamento, il Benn Act, obbliga Johnson a posticipare la Brexit se non troverà un accordo entro il 19 ottobre o infrangerà la legge. Tutte le armi usate da Boris sono spuntate. Anche lui è affondato nelle maglie dello stato di diritto come Theresa May. Il Regno Unito non è un Paese per sovranisti.

Johnson ha solo un modo per realizzare la Brexit il 31 ottobre: non rispettare la legge

Oggi il Parlamento si riunirà per decidere cosa fare. Forse ci sarà una sospensione della Camera dei Comuni, ma sarà breve perché la Corte Suprema ha stabilito che deve avere un tempo ragionevole. Johnson ha solo un modo per realizzare la Brexit il 31 ottobre: non rispettare la legge. Ed è quello che ha intenzione di fare, almeno stando all'intervista concessa a SkyNews dove ha ribadito che il Regno Unito uscirà con o senza accordo. L’unica arma che ha a disposizione il premier è quella di passare come il martire che ha realizzato la Brexit a costo della sua carriera politica. Una narrazione costruita su misura dal suo consigliere Dominic Cummings, la mente, si fa per dire, dietro la decisione di sospendere il Parlamento per cinque settimane. Poi, aprire una procedura d'impeachment post Brexit contro Boris non avrebbe granché senso. Il danno sarebbe già stato fatto e Johnson potrebbe guidare il partito conservatore a nuove elezioni mostrandosi come il leader del popolo che ha sconfitto l’establishment pro Ue. La speranza del premier è di essere percepito come colui che ha liberato il Paese da 3 anni discussioni infinite. E per farlo è disposto a sporcare ancora una volta la sua fedina politica, già macchiata di gaffe, bugie e autogol. Una in più non sposterà di un centimetro l'opinione che hanno gli inglesi su di lui.

Ora si tratterà solo di passare 'a nuttata. Nei prossimi 36 giorni Johnson si comporterà come il giapponese Hiroo Onoda, che 30 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale si nascondeva ancora nella giungla dell’isola filippina di Lubang, convinto che si combattesse ancora. In teoria, le opposizioni avrebbero un match point per far terminare l’esperienza sovranista, sfiduciando Boris e nominando un suo successore. In base al regolamento del Parlamento l’unico che può chiedere la sfiducia è il leader dell’opposizione: Jeremy Corbyn. Ma il capo dei laburisti ha già dichiarato ieri che lo farà solo quando sarà «tolto dal tavolo» il rischio di un’uscita senza accordo. Anche se non si capisce cosa bisogna togliere dal tavolo visto che già il Benn Act impone a Johnson di evitare lo scenario del no deal.

Il vero motivo è che non ci sono i numeri per trovare il sostituto di Boris, perché le opposizioni sono divise sul nome del suo possibile successore. I laburisti vorrebbero fosse Corbyn, mentre i Libdem e i 21 conservatori ribelli sarebbero disposti a votare un candidato meno divisivo. E anche se trovassero il nome dovrebbero farlo entro poche ore perché devono almeno passare due settimane prima di eleggere il successore. Johnson rimarrebbe in carica fino allo scioglimento del Parlamento. Ma così il Regno Unito si troverebbe in campagna elettorale negli stessi giorni della scadenza. Per questo tutti sono a favore dello stallo parlamentare, aspettando che Johnson faccia l’ennesimo passo falso. La speranza dei suoi oppositori è che la lotta rimanga nel campo della democrazia parlamentare, lì il suo metodo sovranista, non ha mai funzionato.

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