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30 Settembre Set 2019 0600 30 settembre 2019

Quando le macchine lavoreranno al posto degli umani avremo tutti il reddito di cittadinanza?

L’automazione rischia di cannibalizzare il lavoro umano. Uno studio si chiede se i governi potranno essere in grado di fornire ai propri cittadini un reddito di base

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Alla Singularity University si sono posti un interessante problema sul futuro: se la diffusione della tecnologia genererà nelle prossime generazioni una probabile disoccupazione, è possibile pensare come soluzione quello che loro chiamano «reddito universale di base»? Lo studio che hanno condotto parte dal recente passato, ovvero dalla primavera del 2017, quando la provincia canadese dell’Ontario ha annunciato che circa 4mila suoi cittadini hanno ricevuto denaro in base al progetto sul reddito di base garantito, con l’obiettivo non di vincere le prossime elezioni a mani basse ma di esplorare il modo in cui il «reddito base universale» può migliorare sia la vita degli individui interessati sia quella generale della nazione dove costoro vivono.

Non è la prima volta che qualcuno ha donato denaro per studiarne gli effetti (no, non ci riferiamo alla Democrazia Cristiana che in Italia lo ha fatto con successo per decenni, almeno non ci riferiamo soltanto a lei). Difatti, storicamente, molte organizzazioni ed enti governativi hanno svolto esperimenti simili. Ma, soprattutto negli Usa, il tema è riferito al futuro, quando l’automazione tecnologica «cannibalizzerà» il lavoro umano. E lo studio si chiede se i governi potranno essere in grado di fornire ai propri cittadini un reddito di base per garantire non solo il loro benessere ma un sufficiente movimento di Pil per non far crollare il meccanismo sociale ed economico.

Negli anni Settanta un migliaio di residenti di Dauphin, una piccola cittadina rurale del Canada, hanno partecipato a un programma denominato «Mincome», un esperimento triennale tra governo federale e amministrazione provinciale che ha effettuato pagamenti mensili incondizionati alle famiglie a basso reddito. Uno studio del 2011 ha analizzato gli effetti di Mincome, individuando diversi risultati positivi, in particolare sulla salute della popolazione e sul completamento delle scuole superiori. In funzione di ciò, la provincia canadese dell’Ontario nel 2017 ha messo in moto un progetto analogo con i cittadini a basso reddito, che riceveranno quasi 17.000 dollari l’anno, mentre per le coppie il sussidio arriva ai 24mila dollari.

Negli Usa, il tema è riferito al futuro, quando l’automazione tecnologica «cannibalizzerà» il lavoro umano. E lo studio si chiede se i governi potranno essere in grado di fornire ai propri cittadini un reddito di base per garantire non solo il loro benessere ma un sufficiente movimento di Pil

Agli antipodi, in Kenya, si fa qualcosa di analogo con «GiveDirectly», con la conseguente diminuzione dei costi sanitari, diminuzione dell’acquisto di alcol e tabacco, au- menti delle ore lavorate, diminuzione della violenza domestica e miglioramenti nell’educazione infantile. In ogni caso, il principio intrinseco al reddito di base universale, oltre a migliorare la vita individuale dei più deboli (economicamente parlando), è quello di far risparmiare denaro ai governi. Per esempio, nel 2009, 13 londinesi senza fissa dimora hanno ricevuto dal comune 3.000 sterline, in contanti, senza particolari vincoli. Con quali risultati? Un anno dopo, 11 dei 13 destinatari avevano un tetto dove dormire. Era successo che, pragmaticamente, invece di usare il denaro per droga e alcolici, come molti potevano supporre, la maggior parte di loro aveva usato i soldi per sviluppare un «Piano B», per esempio iscrivendosi a corsi di vario titolo e usufruendo di programmi per uscire dalle dipendenze.

E tutt’oggi, anche se in Italia lo sanno in pochi, l’austero governo britannico può concedere fino a 26.000 sterline l’anno per i senza tetto. A quale scopo? Far risparmiare miliardi alle casse statali, sfidando il luogo comune che dare soldi ai poveri equivalga a disincentivarli dal trovare lavoro. Perché? «La povertà», risponde l’economista Joseph Hanlon, «è fondamentalmente una mancanza di denaro, non si tratta di stupidità». E infatti, anche solo guardando la tv e i social, è più facile che ci venga in mente un ricco scemo che un povero stupido!

Il principio fondamentale che ispira queste azioni – legato non tanto ad astruse teorie economiche ma anche solo al buon senso – è che il reddito di base consente agli individui a basso reddito o ai senza tetto di soddisfare i loro bisogni fondamentali, in modo di potersi concentrare su crescita e futuro. Invece di vivere in modalità di sopravvivenza a breve termine, con tutte le energie impegnate a garantirsi il prossimo pasto o un tetto sopra la testa per la notte, le persone senza reddito possono concentrarsi sugli obiettivi a medio-lungo termine.

Su larga scala, il pubblico deve essere dotato dei mezzi per acquistare quello che l’industria produce. Altrimenti salta per aria il meccanismo

Suona bene. Ma come si ottiene tutto ciò, soprattutto su larga scala?

Le risposte sono due. O con le tasse. E questo preoccupa, perché salgono sempre di più, oltre a tradursi in un aumento sui prezzi più elevati dei prodotti quotidiani, danneggiando le finanze delle persone «normali».

O con la ridistribuzione della ricchezza. Che invece contribuirebbe a disincentivare certi lavoratori al top per la relativa tassazione esponenziale. Però, al contrario, il reddito di base, in realtà, può anche far risparmiare soldi governativi e, di conseguenza, consentire il taglio delle tasse in molti modi diversi (salute in primis).

Perciò, in definitiva, l’aumento dell’automazione tecnologica e il suo impatto disgregante sulla forza lavoro, probabilmente renderà necessaria una qualche forma di reddito universale di base. Ciò forse richiederà una revisione degli attuali sistemi economici, ma potrebbe anche essere l’inizio di un futuro migliore per la collettività.

Parliamoci chiaro. Non è mica bontà. Il mondo è governato da bestie feroci, in tutti gli ambiti. È furbizia.

Mi spiego con il pensiero del filosofo Alan Watts. Nel 1960 ha sottolineato per primo che un produttore che licenzia tutti i suoi lavoratori (per sostituirli con la tecnologia) si troverà a vivere in un mondo dove i consumatori – che magari erano i suoi ex dipendenti senza lavoro – non potranno permettersi i suoi prodotti. Su larga scala, il pubblico deve essere dotato dei mezzi per acquistare quello che l’industria produce. Altrimenti salta per aria il meccanismo. Meccanismo che uno come Bill Gates ha capito alla perfezione. E difatti ha già detto che se i robot prendono il posto di un lavoratore, loro o qualcuno per loro deve pagare le relative tasse.

Elon Musk, altro sostenitore del reddito universale di base, è di avviso simile. Con in più l’aspetto psico-sociale non secondario: «Se non c’è bisogno del tuo lavoro, qual è il tuo significato? Ti senti inutile?» dice lui, toccando un punto centrale sul nostro ruolo individuale nella società.

Ecco quindi che l’idea del reddito universale di base va a smuovere tematiche fondamentali come il nostro atteggiamento psicologico nei confronti di denaro, ricchezza, piacere e natura del lavoro. Con un caposaldo umano imprescindibile: ognuno di noi ha diritto a un futuro migliore.

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