Gli anni 10
30 Settembre Set 2019 0600 30 settembre 2019

I 30 album più belli degli ultimi 10 anni

Il suono del pop è rimasto agganciato alle lancette dell’orologio, sfornando, storicizzando, a volte lasciando senza fiato. La sua storia, allungandosi, disegna traiettorie, florilegi, connessioni, ricorrenze. E alcune rivoluzioni

Beyoncè

Fine decennio sullo sfondo. Mica c’è da lamentarsi della musica in circolo. Anzi. Le premesse promettevano stanchezza, ripetizione, nostalgie. Invece il suono del pop è rimasto agganciato alle lancette dell’orologio, sfornando, storicizzando, a volte lasciando senza fiato. La sua storia, allungandosi, disegna traiettorie, florilegi, connessioni, ricorrenze. E alcune rivoluzioni. Ovunque, anche da noi. Pesco i 30 titoli della collezione che raccontano i miei Anni Dieci. Fate altrettanto. Possiamo confrontarli e scambiarli. Come con le figurine.

30.Ricky Eat Acid “Three Love Song” (2014)

La musica casalinga, nella sua versione migliore. Quella che si fa per sé stessi e può capitare piaccia a qualcun’altro. Sam Ray vive nel Maryland suburbano, fruga l’elettronica, corteggia la psichedelia, tiene conto del chill-out, ma poi si abbandona alle armonie, inseguendo ipnotici carillon.

29.Francesco De Gregori “Amore e Furto” (2015)

Il miglior album di Bob Dylan del decennio lo registra il maestro Francesco De Gregori, assecondando il dettato della riappropriazione dolce, di cui lo stesso Dylan si è fatto ambasciatore. Un disco di colto feticismo. Non so quanti autori abbiano avuto la fortuna d’essere tradotti e rifatti con tale acume e una simile grazia.

28.Bon Iver ‘i,i” (2019)

Il recentissimo album del distacco di Justin Vernon dal pop, per calarsi in una dimensione di “musica d’arte” a tutto tondo, giocando, sperimentando asceticamente, in fondo celebrando se stesso e il suo percorso creativo formidabile, cominciato nella famosa casetta di legno di “For Emma, forever ago”, ormai 12 anni fa.

27.Blood Orange “Freetown Sound” (2016)

Devonté Hynes è personaggio vagabondo e irrequieto. A Londra era Test Icicles, attraversato l'oceano si è reincarnato nella figura post-folk di Lightspeed Champion per poi completarsi come Blood Orange. E in queste vesti è diventato un prodigioso palombaro della black culture in musica, nella sua complessità e nelle sue stratificazioni.

26.Fleet Foxes “Helplessness Blues” (2011)

Le ultime vestigia delle American bands. West Coast, spazi enormi, voci infinite. La Seattle postgrunge di Robin Pecknold e Josh Tillman, morbida, luminosa, sotto cieli nuvolosi, stracarichi di armonie. Echi di Brian Wilson, CSN&Y e Silicon Valley, d’una civiltà placata e di una musica che non smette di specchiarsi in se stessa.

25.BJ the Chicago Kid “In My Mind” (2016): Il rapper Bryan James Sledge entra a far parte del grande gioco della musica afroamericana del presente, con un album che è un classico istantaneo nel vero senso della parola

25.BJ the Chicago Kid “In My Mind” (2016)

Il rapper Bryan James Sledge entra a far parte del grande gioco della musica afroamericana del presente, con un album che è un classico istantaneo nel vero senso della parola, ovvero attingendo a piene mani alla soul music della “Second City” e facendola rivivere col suo soffice flow, che per la timbrica qualcuno ha paragonato a Smokey Robinson.

24.Vampire Weekend “Contra” (2010)

Il disco più genialmente cervellotico di questa band di nerd newyorkesi, che si divertono ad applicare dimostrazioni filosofiche o elaborazioni matematiche allo sviluppo delle proprie canzoni. Ultimi eredi d’una discendenza che ha mantenuto in equilibrio l’apprendimento culturale e lo svolgimento di una passione, iscrivendo il tutto alla voce di una gioventù educata.

23.Father John Misty “I love you, Honeybear” (2015)

Entra il sublime hipster, qui non più Josh Tillman come al numero 26, ma col suo nome d’arte un po’ alla Robert Mitchum. La sua voce è miele, la scrittura preziosissima, gli svolgimenti ricchi, strutturati, originali. Testi giustamente ambiziosi, ma poi anche una scapigliatura piaciona che ha fatto facilmente sua una scena postrock a corto di protagonisti.

22.Ariana Grande “My Everything” (2014)

il migliore disco del decennio di “pure pop for pure people”, da un ex-starlette di Nickelodeon, nuova icona della canzonetta bianca Usa, assistita da un impressionante elenco di produttori e ospiti. Il risultato è un capolavoro chimico, che non prenderebbe vita se Ariana non avesse il genio della predestinata, capace perfino di riemergere dopo la tragedia della notte di Manchester.

21.Calcutta “Mainstream” (2015)

A inizio decennio è subentrata l’ansia musicale della generazione-rock: oddio, I nostri cantautori si sono fatti vecchi! Il ricambio non funziona! La musica è finita! Troppo tempo c’è voluto per dare fiducia al nuovo che intanto avanzava, con lo stile suo, il suo linguaggio, i suoi turbamenti. Calcutta, e annesso lo-brow, sono stati i primi a fare breccia e a stabilire le nuove regole del gioco.

20.Solange “A Seat at the Table” (2016)

Il folgorante esordio della sorellina di Beyoncé Knowles, con un album che piuttosto che imbarcarsi nella raffinata declinazione intellettuale della black music perseguita da Bey, sceglie l’idea di rivitalizzare, energizzare i percorsi classici. Quindi gospel che si fonde con l’hip hop, neo-soul e citazioni di Nina Simone e Minnie Riperton: una sorpresa e un capolavoro di equilibri.

19.Sfera Ebbasta “Rockstar” (2018) E’ come se Sfera si generasse d’un tratto spontaneamente dalle feritoie dell’ultimo tessuto metropolitano d’Italia, per descrivere come la musica si è plasmata a somiglianza di un mondo giovanile del tutto cambiato

19.Sfera Ebbasta “Rockstar” (2018)

Ecco come vanno oggi le cose in città. E’ come se Sfera si generasse d’un tratto spontaneamente dalle feritoie dell’ultimo tessuto metropolitano d’Italia, per descrivere come la musica si è plasmata a somiglianza di un mondo giovanile del tutto cambiato, anche se in tanti fingono di no. “Rockstar” è il disco italiano che ha più senso di ogni altro e Sfera è un inconsapevole profeta.

18.FK Twigs “LP1” (2014)

Che succede intanto nel Regno Unito, sorgente di gran parte delle cose adorate per mezzo secolo? Sempre meno, soprattutto se si tralasciano i prodotti derivativi. Categoria a cui si sottrae magnificamente Tahliah Barnett, alia FKA Twigs, capace di muoversi tra i sensuali ricami elettronici di una danza rarefatta, che trovano compimento nello splendore dei suoi videoclip.

17.Carl Brave & Franco 126 “Polaroid 2.0” (2018)

L’album che più di ogni altro interpreta la romanticissima vicenda del rap romano, arriva dalla strana lega tra due outsider di una posse, la 126, meno celebrata delle altre, nella città del Rome Zoo e del Truceklan. Carlo e Franco sono i soliti ignoti dell’hip hop italiano, cantano una normalità sfigata e dolcissima, diventano compagni di merende di chi ama il lato più umano di questo suono.

16.Sun Kil Moon “Benji” (2014)

La cosa più completa e compiuta tra le tante prodotte da Mark Kozalek, il Sam Shepard dell’ultima musica indipendente americana, songwriter letterario, voce che discende da Johnny Cash e Leonard Cohen, un patrimonio culturale che traduce in musica la migliore letteratura di Richard Ford o le pellicole di Terrence Malick.

15.Tyler the Creator “Flower Boy” (2017)

Tyler è lo zietto della cosa più spassosa prodotta nel nuovo millennio dall’hip hop americano: la Odd Future, posse interrazziale, dai connotati sociali e sessuali che sfuggono agli stereotipi. Tyler si è occupato di svezzare gli altri membri della compagnia, come Earl Sweatshirt e The Internet. Poi ha finalmente prodotto il suo capolavoro, prevedibilmente minimale, ma intensissimo.

14.My Morning Jacket “The Waterfall” (2015)

Altra escursione verso l’ovest del pop psichedelico americano, con l’album-capolavoro della band di Louisville, guidata dalla liricissima voce di Jim James. Spaziali dilatazioni, atmosfere avvolgenti, il migliore misticismo che possa grondare da una raccolta di canzoni elettriche, compattamente impegnate nell’evocazione del Grande Paese.

13.Bon Iver “Bob Iver Bon Iver” (2011)

VIsta la regola tiranna che lascia fuori da questa graduatoria il già citato “For Emma”, ecco il disco che presenta al grande pubblico il progetto di uno dei supremi visionari della musica Americana del decennio, che qui inizia l’opera di bizzarra contaminazione che segnerà il percorso di Justin Vernon negli anni a venire.

12.Anderson .Paak “Malibu (2016)

Mentre la California conosce il momento d’oro nella contemporary black music, con le trionfali discografie di Lamar e Ocean, spunta dal nulla questo delizioso album di un rapper che ha fatto tanta gavetta. Con sullo sfondo la silhouette di Dr. Dre, Anderson .Paak crea un’opera fluida, pastosa, jazzata, coerente nel saltare con leggiadria da un genere all’altro.

11.D’Angelo “Black Messiah” (2014)

Lavoro ambizioso, potente, monumentale nel resettare l’asticella della black music attraverso un patchwork di generi e di suoni complementari e adattabili tra loro. Un album dall’architettura così complessa da ricordare le opere “programmatiche” di Prince e addirittura in eccesso quantitativo di idee, per quanto la sua qualità non si abbassi mai.

10.Beyonce “Lemonade” (2016): Celebrazione di un culto della personalità che racchiude la ambizioni artistiche di Beyoncé, il tutto supportato dai mezzi spropositati di cui lei dispone oggi.

10.Beyonce “Lemonade” (2016)

Disco, film, concept filosofico, celebrazione di un culto della personalità che racchiude la ambizioni artistiche di Beyoncé, il tutto supportato dai mezzi spropositati di cui lei dispone oggi. E poi universalismo musicale, collaborazioni straordinarie, e il grande appello alla consapevolezza per le donne del presente. Un manifesto più che un album, comunque sontuoso.

9.Rufus Wainwright “Out of the Game” (2012)

Rufus è il grande outsider della musica americana del decennio, che traversa facendo un viaggio tutto suo, contemplando il firmamento musicale del 900, con le stravaganti incursioni nella lirica, il nella rivista, tra i grandi crooner. In questo caso si mantiene sul crinale del pop d’autore, con una classe e una leggerezza della quale si è quasi del tutto perso il segno.

8.Kendrick Lamar “Pimp A Butterfly” (2015)

L’opera con cui la mastermind del decennio prende in pugno tutti i fili narrativi ed espressivi della black music, per annodarli in un unico progetto che ha la possanza e la visionarietà dei lavori destinati a fare storia, a segnare il cammino e a diventare grandi veicoli d’ispirazione.

7.Grizzly Bear “Shields” (2012)

Ecco il celebrato suono di Brooklyn, che ha scaldato I cuori e riempito le cronache del millennio. “Shields” è un prodotto esemplare di quella scena. Barocco e autocompiacente, è un piacere per le orecchie e un trionfo di melodie e di inattese soluzioni. Daniel Rossen e Ed Droste sono una delle più sofisticate coppie d’autori della canzone Usa contemporanea.

6.I Cani “Aurora(2016)

Niccolò Contessa è la migliore rappresentazione del musicista italiano per questi anni. Ha la puntigliosità tecnica, l’ipersensibilità indispensabile, l’ironia e la maestria del tocco. E poi ha le nostre città e la nostra gioventù da raccontare, in modo geniale, come sa fare lui. “Aurora” è il prodotto della maturità di questa fantastico artista.

5.Childish Gambino “Awaken My Love!” (2016)

Donald Glover ha dovuto superare lo scetticismo di chi non ammetteva che un autore e attore tv, apprezzato per l’acutezza del suo spirito d’osservazione, potesse essere anche un musicista importante, capace di giocare un ruolo nella ridefinizione della musica afroamericana. La serie “Atlanta” e questo prodigioso album hanno messo tutti a tacere.

4. Frank Ocean “Blonde” (2016)

Un album fantasma, annunciato cento volte e sempre negato, inciso, poi ri-inciso, rifatto, cancellato, ripensato - perché come fare a dare un seguito degno a “Channel Orange”? Quando finalmente è uscito, “Blonde” ha messo a tacere gli scettici e ha esposto lo splendore degli sviluppi musicali che al culmine del suo sforzo Ocean ha saputo escogitare.

3.Sufjan Stevens “Carrie & Lowell” (2015)

Sufjan non è mai voluto andare oltre quella dimensione di esclusività in cui ha mantenuto la sua produzione, a dispetto del proprio genio. Con questo album ha stretto il focus della visione al suo dramma personale. Il risultato è un capolavoro musicale e letterario, che trova nella dimensione minima la stessa grandezza che Stevens aveva sfiorato raccontando la sua storia degli States.

2.Kendrick Lamar “Good kid, m.A.A.d city” (2012)

Il disco-base del decennio, quello che ha aperto un solco, segnato la strada, resuscitato un suono che stava sprofondando nel compiacimento, iniettando in esso tutti gli altri suoni d’America e una descrizione di cui non solo una razza, ma un popolo continua ad aver bisogno. Il ghetto e il paradiso, la lotta e il successo. L’album che ha fatto vedere la speranza.

1.Frank Ocean “Channel Orange” (2012)

Se quello di Lamar è il disco più importante del decennio, quello di Frank è il più bello e basta, quello che contiene il filo purissimo d’ispirazione, una densità di significati e la dimostrazione di un senso estetico, di un’eleganza, di una ricercatezza e di un’originalità che nessun altro musicista, bianco, nero, verde o giallo, ha mostrato nel decennio . Il segno della meraviglia.

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