Gig Economy
30 Settembre Set 2019 0900 30 settembre 2019

La nuova corrente dei “rider ribelli” che piace alle aziende

Comincia una settimana calda per i fattorini delle consegne a domicilio. Al via le audizioni al Senato sul decreto “salva imprese”. Convocati anche i “rider ribelli” firmatari della lettera contro il decreto, appoggiati dalle stesse aziende big del settore

Rider Linkiesta
(GERARD JULIEN / AFP)

L’appuntamento è sotto il ministero del Lavoro. Con maglietta, zaino o giacca della propria piattaforma delle consegne a domicilio. In modo da essere riconoscibili. Obiettivo: chiedere che il decreto “salva imprese”, che contiene anche nuove regole su paga e assicurazioni per i rider, venga modificato. Comincia così una nuova settimana calda per i fattorini delle app del food delivery, proprio mentre il decreto (approvato dai gialloverdi nell’ultimo cdm precrisi) comincia l’iter di conversione in legge al Senato. E per la prima volta, dopo anni di proteste e scioperi, a chiederlo è una nuova corrente “ribelle” dei fattorini in bici, che si dice soddisfatta del proprio lavoro e dei propri guadagni, appoggiata non a caso dalle stesse aziende del settore, da Deliveroo a Glovo. Una nuova fazione, nella vasta rappresentanza dei rider, che già è stata convocata nelle commissioni di Palazzo Madama per le audizioni sul decreto.

La “scissione” ha spaccato lo stesso mondo dei rider. E pure i sindacati ora sono sospettosi. Tutto è partito da una lettera indirizzata al governo e firmata da oltre 500 fattorini da tutta Italia contrari al decreto. Tra i punti critici, nonostante l’inserimento della obbligatorietà della paga minima oraria, che dovrebbe favorirli, ci sono «il requisito della prevalenza della paga oraria rispetto al cottimo, che rischia di farci guadagnare di meno», dicono, e «l’assicurazione Inail obbligatoria, che sarebbe un costo eccessivo per le aziende e potrebbe spingerle ad abbandonare l’Italia». La logica è questa: «Se viene introdotto un minimo, che deve essere prevalente, ci viene tolta la possibilità di fare più soldi con il cottimo», cioè con i pagamenti per consegna, che possono fruttare anche 25-30 euro nelle ore di picco. Ad oggi Deliveroo ha una paga minima oraria di 7,50 euro. Glovo non la prevede e continua a restare contraria.

Dalle organizzazioni autonome dei rider milanesi, che avevano partecipato al tavolo delle trattative del Mise organizzato da Luigi Di Maio, poi finito nel nulla, intanto scalpitano. Anche perché la lettera indirizzata al governo è stata scritta e fatta girare tra i rider di comune accordo con Glovo, come ammettono dalla stessa società catalana. Ad agosto, Glovo ha riunito alcuni fattorini nella sua sede milanese, nel corso dei consueti focus group, spiegando cosa – dal punto di vista dell’azienda – non andasse bene nel decreto e come si stessero già muovendo in Parlamento. Gli stessi fattorini, davanti alla prospettiva di guadagni più bassi, hanno chiesto aiuto ai rappresentanti della piattaforma per stilare la petizione e soprattutto per farla girare tra i colleghi. Cosa che, senza una sede di lavoro comune, altrimenti sarebbe stata impossibile. «Non ci siamo messi d’accordo con Glovo», precisano i rider. «L’azienda ci ha dato una mano».

La lettera indirizzata al governo è stata scritta e fatta girare tra i rider di comune accordo con Glovo

Tra agosto e settembre, nel corso di due riunioni tra i rider e i rappresentanti dell’azienda a Milano, i contenuti della lettera sono stati discussi. E così è nata la petizione su Typeform, che alcuni manager di Glovo, come raccontano, hanno pure promosso tra i fattorini con gli zaini gialli. All’inizio, era nata anche l’idea di tradurla in altre lingue per renderla accessibile anche ai numerosi immigrati che riempiono le fila dei rider. E persino di inserirla nella newsletter aziendale. Ma poi non se n’è fatto più niente.

Un “aiutino” dalle aziende è arrivato anche per far approdare dritte in Parlamento le rivendicazioni dei “rider ribelli” (seguiti anche da un rappresentante legale) contro il decreto. Il 25 settembre tre fattorini milanesi dei 500 firmatari, che ora sarebbero saliti a 700 (stando alle informazioni che arrivano dai promotori), sono stati invitati subito a Palazzo Madama per discutere i punti critici del testo con alcuni componenti delle commissioni Industria e Lavoro, che questa settimana cominceranno le audizioni. I tre rider in Senato hanno già incontrato Walter Rizzetto di Fratelli d’Italia e il grillino Gianluigi Paragone. Che ha promesso ai ciclofattorini di fissare pure un incontro con la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo. Qualche telefonata ai fattorini è arrivata anche dai senatori del Pd. E nonostante non si siano costituiti ancora in una organizzazione, sono stati già convocati per il primo ottobre in audizione nelle commissioni congiunte Lavoro e Industria del Senato. Nello stesso giorno di convocazione delle rappresentanze autonome dei rider e dei sindacati di categoria.

Assodelivery, l’associazione che riunisce le cinque società big in Italia proprietarie delle piattaforme, ha espresso le stesse perplessità dei suoi rider. «Occorre superare alcune restrizioni previste nel decreto che danneggiano lavoratori e imprese», ha dichiarato Matteo Sarzana, a capo di Deliveroo Italia e presidente di Assodelivery. I punti critici, anche per le piattaforme, sono quelli: la paga minima oraria prevalente rispetto al cottimo e l’Inail obbligatoria. Una posizione comune tra rider e aziende del tutto nuova dopo anni di scontri, che ha fatto storcere il naso nella rappresentanza sindacale, autonoma e non, nata in questi anni attorno alle rivendicazioni di maggiori tutele per i rider. Soprattutto a Milano, da dove la lettera è partita per poi essere estesa tra i fattorini di Roma, Torino e Firenze.

Il 25 settembre tre fattorini milanesi dei 500 firmatari sono stati invitati subito a Palazzo Madama. E una delegazione è già stata convocata in Commissione al Senato

Quella che viene fuori è una sorta di “terza corrente”, oltre alle organizzazioni autonome e ai sindacati, in rappresentanza di quella fascia di rider che si dice «soddisfatta» del proprio lavoro e dei guadagni. Una manna dal cielo per le aziende, che solo poco più di un anno fa, erano state “minacciate” da Luigi Di Maio, appena arrivato al ministero del Lavoro, di dover assumere obbligatoriamente i fattorini con contratti di lavoro subordinati. Con i sindacati che continuano tuttoggi a chiedere di agganciare i rider alle tutele del contratto nazionale.

Il “gruppo dei 500”, nella stessa petizione, ha sostenuto di non sentirsi rappresentato dalle organizzazioni autonome che finora sono state ascoltate in Parlamento. Ma anche Cgil, Cisl e Uil, che in questi anni (seppure in ritardo) hanno agganciato le istanze dei rider, sono rimasti a guardare. Quando i fattorini hanno proposto alle aziende di coinvolgere le parti sociali per migliorare il testo del decreto salva imprese, dalle piattaforme, da sempre “allergiche” ai sindacati, è arrivato il niet.

La “terza via” dei fattorini, però, si difende. «Lasciateci lavorare e guadagnare», dicono i firmatari. «La lettera è partita da noi, non siamo i ruffiani di Assodelivery, né pensiamo solo al guadagno. Tra di noi, non ci sono solo quelli che lavorano 50 ore a settimana. Ci sono anche studenti, anziani, pensionati e persino chi ha perso il lavoro e con le piattaforme ha trovato l’unica possibilità per campare».

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