Metafore politiche
2 Ottobre Ott 2019 0600 02 ottobre 2019

Italia Viva è una startup, ma qual è la sua killer app?

Macaluso ha ragione a dire che l’uscita di Renzi dal Pd non ha motivazioni ideologiche, ma le scissioni sono operazioni politiche del Novecento

Matteo Renzi_Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

Da par suo, e a modo suo, Emanuele Macaluso a Orvieto è definitivo. Con i suoi 95 anni e l’energia alimentata dall'eloquio logico, coerente, appassionato, e con l’effetto non secondario di fargli scomparire via via qualche decina d’anni dal viso, tutto gli appare chiaro. Ricorda la drammatica scissione di Livorno del 1921, da cui, per seguire la scia della rivoluzione bolscevica, nasce il partito Comunista, staccandosi da quello Socialista; poi la scissione del 1947, quando Saragat, non volendo i Socialisti alleati dei Comunisti, si scinde per formare il partito Socialdemocratico; e a sua volta quella del 1964, quando la parte dei Socialisti contraria all’accordo con la Democrazia Cristiana, esce dal partito per formarne un altro. Ne ha concluso, Macaluso, che forti motivazioni storiche e ideologiche hanno sempre motivato le scissioni a sinistra, non così per Renzi.

Scissione, partito, ideologia sono parole del Novecento. È il secolo in cui non solo sono nati i partiti politici di massa come noi li conosciamo, ma anche il secolo dominato, nel bene e nel male, dalle ideologie come proiezioni di concezioni del mondo in competizione tra loro. Siamo figli, tutti, dei fatti, delle parole, e delle filosofie che in quel secolo si sono combattute.

Se siamo d’accordo con Wittgenstein, che il linguaggio è il creatore della realtà, o almeno di quella che ci fa dare un senso alle cose, il mondo di Macaluso è decisamente il grande mondo del Novecento. Possiamo intendere l’iniziativa di Renzi come una “scissione”, cioè impiegare le stesse parole che sono usate quando le divisioni dei partiti erano esclusivamente ideologiche?

Usiamo allora altri artifici retorici, cioè un lessico nuovo, per capire questa iniziativa politica. Non per contrapporre il “vecchio” al “nuovo”, che sarebbe banale, oltre che del tutto insensato, ma per assumere una prospettiva più contemporanea. Guardiamo a Italia Viva come si guarda a una startup. Paragone inappropriato? Senz’altro sì, in senso letterale, ma il lessico e la natura delle startup ci dicono molto della logica che ordina i nostri tempi. Per capire le sue probabilità di successo non con il linguaggio di ieri, ma con quello di oggi; non con le incertezze di ieri, ma con le incertezze di oggi.

Guardiamo a Italia Viva come si guarda a una startup: il lessico e la natura delle startup ci dicono molto della logica che ordina i nostri tempi

Una startup, tanto per cominciare, ha un suo “fondatore”. Non c’è termine più usato (e abusato) nella retorica sulle startup di quello del fondatore. E in questo caso il fondatore, cioè il capo riconosciuto, c’è senz’altro. Una startup è basata sulla tecnologia, cioè su una tecnologia innovativa. Non esistono startup di successo senza una tecnologia distintiva rispetto alle altre. Nel caso della politica qual è il suo corrispondente? L’organizzazione. Vedremo come e quanto Italia Viva sarà innovativa sul piano dell’organizzazione. I comitati civici su cui è strutturata non hanno ancora sviluppato una loro natura distintiva, anzi in generale la nozione di “civismo” è usurata da un mondo in cui ognuno piuttosto tende ad affermare il proprio privato come fonte di diritto mentre il discorso pubblico da “cittadini” è declinante, come anche l’idea stessa di interesse generale. Fenomeno accentuato, se non creato, da Facebook, che da solo ha (quasi) disgregato ogni altra forma di condivisione delle proprie emozioni e visioni politiche.

Sul piano finanziario, che in politica possiamo tradurre come il piano del potere, le startup sono scalabili, anzi spesso quello della scalabilità è il filo delicato in cui si gioca il mantenimento del potere dei creatori e il necessario ampliamento del capitale. Detto con le parole della politica, da un lato Italia Viva dovrà, per avere successo, allargare il suo capitale sociale (cioè aderenti, fan, dirigenti, in una parola avere nuovi stakeholder) e dall’altro mantenere il controllo. Equilibrio non facile. Vedremo.

Il tempo per le startup è fondamentale. Non si fa un’impresa e “poi si vedrà”, perché i tempi delle startup sono stringenti: assicurato che non è disponibile più di un anno per entrare sul mercato (per la politica, è il presentarsi alle elezioni), il successo deve arrivare entro tre anni. Nel mondo delle startup questi sono i tempi. I tempi di Italia Viva, salvo imprevisti, sono compatibili.

Un altro termine retorico dominante nel mondo delle startup è la ricerca della “killer application”, il Santo Graal della tecnologia. La domanda cruciale, nel caso delle startup, è proprio questa: possiede qualcosa che è capace di stravolgere il mercato e spodestare i concorrenti? Anzi, il concetto è ancora più ambizioso, perché non si tratta solo e soprattutto di conquistare quote di mercato, ma di farlo spostando il mercato più avanti. Le startup non nascono come concorrenti aggiuntivi su un mercato dato: questo lo fanno le aziende tradizionali. Le startup tendono a cambiare il mercato e provocano il cambiamento: il loro successo sarà una quota importante su un mercato nuovo. Apple sul mercato dei telefoni non ha presentato solo un nuovo modello, ma integrandolo con il mondo dei computer, ha spostato il mercato dei telefoni su un’altra dimensione, dove i vari Nokia, Ericsson, Blackberry non potevano arrivare.

Qual è oggi quella proposta politica (fatta di idee, biografie, visione) che è insieme offerta politica (cioè proposizione al Paese) e al tempo stesso rispecchiamento di un sentire sociale diffuso su un terreno nuovo?

Nel caso della politica, e di Italia Viva, qual è la “killer application”, o meglio, quali sono gli elementi che indicano che sposterà il “mercato” della politica, cioè quell’insieme complesso di comportamenti politici, modalità di comunicazione, obiettivi collettivi, “lettura” della pancia e della mente del Paese molto distintivi rispetto all’attuale offerta politica? Troppo presto per rispondere, anche perché provoca una domanda ulteriore, connessa ma distinta, da quella precedente.

La domanda più appropriata è questa: qual è oggi quella proposta politica (fatta di idee, biografie, visione) che è insieme offerta politica (cioè proposizione al Paese) e al tempo stesso rispecchiamento di un sentire sociale diffuso su un terreno nuovo? Come si riesce a riaccendere lo sviluppo, che non è solo fare incentivi e disincentivi con una legge, ma è movimento insieme di élite e di popolo? Come si riesce a selezionare una classe dirigente all’altezza della complessità del mondo, uscendo dall’inutile polemica sul titolo di studio, che consideri anche il carattere e il valore complessivo di una persona? Come avere un welfare che agisca all’inizio della vita di ciascuno, garantendo, per quanto possibile, posizioni eque di partenza, e non si occupi solamente (quando va bene) di chi arriva sconfitto all’arrivo? Come si riesce a modernizzare il Paese allargando la schiera dei modernizzatori, cioè coinvolgendo non solo gli “skilled”, ma anche coloro che hanno meno competenze, ma che vogliono crescere, com’è avvenuto in Italia per trent’anni o più? Come si rende il paese più dinamico non solo con le infrastrutture, ma anche con la mobilità sociale, in cui si possa raggiungere un solido benessere anche senza avere ereditato un patrimonio familiare?

Sono domande non solo sul “come” di una forza politica, di qualunque forza politica naturalmente, ma sul “perché”, sulle ragioni di fondo che riescano a mettere magicamente, nei casi migliori, in congiunzione astrale offerta e domanda politica, vale a dire una specifica élite con una parte consistente del popolo.

L’impressione è che la “killer application” è fatta di una nuova “tecnologia” che metta insieme le persone sul piano politico, chiunque sappia costruirlo. E su questo anche Macaluso sarà d’accordo.

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