3 Ottobre Ott 2019 0600 03 ottobre 2019

La lezione di Martone: non saranno gli “eroi” a difendere i deboli

Il “Sindaco del Rione Sanità” del regista napoletano riprende e ingrandisce la commedia originale di De Filippo. Il protagonista, ringiovanito e potente, mostra tutti i limiti di un potere alternativo che cerca di darsi un’etica

Locandina Martone
da locandina

Ripiana i casi. Risolve le controversie. Decide, in maniera inappellabile, le punizioni e i meriti. Lui è ’o Sindaco, alias Antonio Barracano, cioè l’ autorità induscussa «per gli ignoranti»: vive tra Napoli e la sua tenuta sotto al Vesuvio (comprata a poco, perché «chi mai vorrebbe vivere qui?») proviene da una umile famiglia del rione Sanità. Non è la legge, non si contrappone alla legge (perché quella, dice lui, «è fatta bene: sono gli uomini che si mangiano»), ma emana e gestisce il suo potere personale. Chi non ha «santi in paradiso» va da lui per risolvere questioni, ottenere protezioni, soddisfazioni, consigli. E lui, sentite entrambe le campane («soltanto per i morti ne suona una sola») compone e dispone.

Così il protagonista de Il Sindaco del Rione Sanità, film del 2019 di Mario Martone (vincitore del Leoncino d’Oro a Venezia) tratto dall’omonima commedia di Eduardo De Filippo scritta nel 1960, risolve «i fatti». Prima due amici che si sparano, poi un usuraio che costringe alla fame un padre di famiglia. Infine il «fatto» più spinoso: il figlio umiliato che vuole uccidere il padre, Arturo Santaniello, che lo ha cacciato di casa. ’O Sindaco, colpito dalla rabbia del giovane, rivede se stesso. E decide di aiutarlo cercando una soluzione.

La troverà? A modo suo, sì. Ma è proprio qui – nel finale, come si dirà – che il film si distacca dalla commedia, e che le differenze volute da Martone, poche ma importanti, finiscono per condurre su strade ben lontane rispetto a quelle di De Filippo.

Prima di tutto, il suo Antonio Barracano non è un anziano boss del quartiere immaginato nella versione teatrale, ma il giovane (40 anni) Francesco Di Leva. Un fisico scattante, con movenze decise e potenti. È un tributo alla realtà dei tempi: oggi nella malavita si diventa capi molto presto e spesso non si arriva oltre ai 40 anni. La figura romantica del boss che dispensa saggezza scompare – e Barracano entra in scena, rabbioso e assonato, con il cappuccio di Liberato.

Napoli diventa un luogo simbolico in cui il popolo è plebe e il rispetto è solo un codice

Rimane, di conseguenza, la violenza: mai espressa ma sempre sul punto di esplodere. L’aggressività con cui Barracano/Di Leva accompagna le sue massime («l’astuzia si mangia gli ignoranti», o «i figli si fanno e poi si comprano») è debitrice, tra le tante varianti, di Gomorra: pistole maneggiate con facilità, linguaggio ruvido, dialetto stretto, (napoletano con sottotitoli), colonna sonora dai ritmi duri. Questo potrebbe portare a pensare che anche Barracano, per dirla semplice, sia un camorrista. Si tratta di una ambiguità antica, presa in eredità dal testo originale (e che aveva sollevato polemiche fin dagli anni ’60), con gli effetti che si possono immaginare: estetica del crimine, mitizzazione della figura del più forte, abbraccio di una morale in cui le leggi esistono solo per chi se le può permettere, mentre gli altri, gli «ignoranti», appunto, devono arrangiarsi.

Ma non è così. Barracano vuole essere un eroe giusto, sente la responsabilità del suo ruolo e dispensa una morale molto lontana dal nichilismo feroce della Camorra: «La vita è importante», spiega ai ragazzi che si sono sparati. O «l’uomo è uomo quando capisce che deve fare marcia indietro, e la fa». Senso del limite, non eccesso. Rispetto delle regole, ma anche degli altri. La sua vocazione di giustiziere, di eroe dei poveri, si estrinseca nella diffidenza verso chi «tiene ’a laurea». Eppure accanto a sé tiene il dottore, compagno di sempre e contrasto morale, che vuole fuggire a New York stanco di una vita passata nell’esercizio di un potere «che gira a vuoto».

Ma non solo: la trasposizione cinematografica consente a Martone un passo in più, che lo affranca sia da De Filippo che da Saviano e, appunto, dall’onnipresente cliché criminale. Ed è il modo in cui porta in scena la città: Napoli smette di essere il palcoscenico ideale da cui il testo teatrale meditava sulle virtù e i vizi dell’umanità. Non è nemmeno la versione oleografica, popolare e villana, che si ritrova nei film tratti dai Elena Ferrante. Diventa al contrario un luogo simbolico in cui il popolo è plebe, il rispetto è un codice e, non a caso, l’azione comincia con la sparatoria deficiente tra due amici fuori da un locale. Non a caso, poi, Barracano vive e amministra il suo potere dall’alto, cioè dalla sua tenuta sotto al Vesuvio. E non è nemmeno un caso che la sua fine arrivi quando decide di scendere in città per salvare proprio Santaniello.

Il suo atto finale, allora, si rivela come una sorta di incarnazione in cui, nella città enorme che mostra di ignorarlo, diventa uomo tra gli uomini. Spogliato del suo potere e della sua forza, si rivela solo e inerme. Tenterà la composizione estrema, la risoluzione definitiva dei «casi», pur di lasciare dietro di sé un mondo pacificato, almeno secondo le sue regole e la sua giustizia. Ma la risposta definitiva appartiene alla pioggia, che continuerà a battere sulla città, che di Barracano ha già cominciato a dimenticarsi.

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