4 Ottobre Ott 2019 0601 04 ottobre 2019

Il segreto per salvare il pianeta è più crescita e più globalizzazione

Aumentare il Pil non fa male al clima. Ciò che serve è esportare le buone pratiche sulla produttività nei Paesi in crescita: solo così si può preservare l’ambiente

Firdays_linkiesta
NOAH SEELAM / AFP

«L'ambientalismo senza lotta al capitalismo si chiama giardinaggio». Questa versione della famosa frase di Chico Mendes è stata una dei protagonisti, assieme a simpatici meme e giochi di parole, del Fridays for Future per l’ambiente.

Nessuna meraviglia. Soprattutto in Italia l’ambientalismo ha sempre incrociato le proprie strade con l’anticapitalismo, con il movimentismo a favore di modelli di sviluppo alternativi, con tutta quella galassia che va dal mondo no Tav e simili agli autonomi, a parte dei centri sociali, ai fautori della decrescita felice, all’intellighenzia che si batte contro la globalizzazione, o contro per esempio l’utilizzo del PIL per misurare la crescita o lo sviluppo economico. Il problema è che la realtà ci dice che invece sono i Paesi più avanzati, o meglio quelli con maggiore PIL pro-capite, i responsabili delle minori emissioni per ogni euro di valore aggiunto. La scienza ci dice che la responsabilità del riscaldamento globale risiede soprattutto, per il 63%, nelle emissioni di CO2. Vi sono poi anche quelle di ossidi di azoto, che incidono per il 6%, e di metano, per il 19%. Questi ultimi gas anzi pare inglobino più calore della stessa Co2. Gli ossidi di azoto, zolfo, ammoniaca, ecc, poi sono tra le componenti principali del Pm10, protagonista dei nostri inverni e non solo, responsabili secondo gli scienziati di migliaia di morti ogni anno.

È vero, gli stessi scienziati ci dicono che una parte molto grande delle emissioni, soprattutto di CO2 viene dai riscaldamenti di appartamenti e uffici e dagli allevamenti intensivi.Tuttavia, è improbabile che chi collega riscaldamento globale e capitalismo pensi ai termosifoni come simbolo di quest’ultimo. È l’attività industriale, specie quella delle multinazionali, l’obiettivo. Eppure, proprio analizzando i grammi di emissione per euro di valore aggiunto prodotto mettono in fondo i Paesi più ricchi in Europa. Con differenze non da poco.Riguardo la CO2 sotto la media UE vi sono Germania, Svezia, Finlandia, Danimarca, Irlanda. E per fortuna anche l’Italia, con 334 grammi per euro. I più inquinanti sono Cipro, e poi Bulgaria, Slovenia, Estonia, Grecia, Polonia, Lituania. Dove si va oltre i 700 grammi per euro, più di tre volte di quanto emettano le industrie tedesche, sempre per euro prodotto. Un panorama non molto differente è quello che si scorge con l’ossido di azoto, che in Germania viene emesso a ritmi di 2,36 grammi per euro di valore aggiunto, mentre in Lituania di 33,04 e in Slovacchia di 29,16.Per quanto riguarda il metano l’Italia è nel novero dei Paesi più inquinanti, con 7,21 grammi per euro contro una media UE di 4,46, ma dietro a Portogallo (dove si arriva a 65,18), Lettonia, Cipro, Romania, Slovacchia, Spagna. Mentre in Germania si scende a 1,63 grammi per euro, in Svezia a 0,77. Torniamo tra i più virtuosi per quanto riguarda il PM10, assieme a Germania, Irlanda, Danimarca, Repubblica Ceca, e altri, che hanno concentrazioni per euro di valore aggiunto inferiori alla media. E a maggior ragione decine di volte inferiori a quelle di Slovacchia, Portogallo, Lettonia, Estonia.

Certamente molto dipende dal tipo di industria. E sicuramente c’entra il fatto che alcune delocalizzazioni abbiano portato produzioni più inquinanti a Est. Tuttavia, l’esempio tedesco, e in parte italiano, ovvero delle due industrie manifatturiere maggiori, del resto molto diversificate, mostra come i Paesi con reddito maggiore e maggiore sviluppo industriale siano anche quelli che riescono a produrre valore con minore emissione di gas e sostanze nocive. Per l’Italia ci sono buone notizie anche se si guarda alle variazioni delle emissioni nel tempo.

Tra 2008 e 2017 quelle di CO2 per euro sono scese del 38,8%. Più della media europea, più di quanto accaduto in Germania. Tra l’altro i cali maggiori si sono verificati nei Paesi dell’Est più inquinanti, come Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca, e in Irlanda. È un segno che proprio laddove le emissioni sono più grandi, là si stanno riducendo di più. È una coincidenza che siano anche i Paesi che in questi anni sono economicamente cresciuti di più?

Non è forse un caso che invece l’unica che ha al contrario aumentato in nove anni le emissioni di CO2 per euro prodotto sia la Grecia. L’Italia appare una felice eccezione, bassa crescita, basse emissioni, eppure sono in calo più che altrove. Un trend simile a quello della CO2 si nota nel PM10 e nel metano, in cui però l’Italia fa peggio della media.

La relazione non è perfetta, anzi, ma si intravede anche un rapporto tra produttività del lavoro ed emissioni di CO2 nell’industria. Laddove è maggiore tendenzialmente queste ultime sono minori, sempre misurate per euro di valore aggiunto.

Forse la ricetta per fermare il riscaldamento climatico non è fermare la crescita e la globalizzazione, ma incrementarle, contagiare con le migliori pratiche sulla produttività adottate nell’Europa centrale e settentrionale anche gli altri Paesi che sono ancora indietro. Sono le economie più efficienti, quelle con margini e profitti più alti, le più capitaliste, insomma, quelle che non solo hanno potuto adottare soluzioni ecologiche nelle proprie industrie senza temere cali di produzione, ma soprattutto che le hanno inventate, grazie alle risorse liberatesi per la ricerca sempre grazie agli alti surplus. La consapevolezza di ciò fatica a farsi strada tra i più giovani perché non vi è neanche tra le élite nel nostro Paese, allergiche per formazione a un certo tipo di cultura, ma forse è giunto il momento di mettere da parte i cattivi maestri anche in economia.

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