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4 Ottobre Ott 2019 0600 04 ottobre 2019

L'italiana della Nasa invita le donne a prendersi il mondo della scienza

Ingegnere elettrico, Cinzia Zuffada lavora da 28 anni al Jet Propulsion Laboratory della Agenzia spaziale americana. Si occupa dello studio dei mutamenti della Terra e condivide le preoccupazioni per il cambiamento climatico

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immagine scattata da Linkiesta

Tutto comincia con una borsa di studio in California, presso il California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena. Era una delle prime, del resto: quella di Cinzia Zuffada, ora Associate Chief Scientist al Jet Propulsion Laboratory della Nasa (e insignita a Pavia del Premio Ghislieri 2019) è una storia pionieristica e di avanscoperta, sia scientifica che personale. «All’epoca – sono gli inizi degli anni ’80, non esistevano contatti con gli ambienti americani». Lei ne trova uno. «Il mio primo obiettivo», aggiunge, «l’idea era di insegnare nell’università in cui avevo studiato», cioè a Pavia, vivendo e formandosi nel prestigioso Collegio Ghislieri. E ci riesce anche. Ma l’esperienza al Caltech la convince a cambiare strada. «Erano cambiati i miei orizzonti professionali, e il mio senso delle opportunità. Oltre al fatto che – fa notare – la situazione italiana era, già allora, molto rigida». E così «ho fatto la mia scelta e sono andata negli Usa». Un salto drastico, visto che «in quel momento non era possibile lavorare su due sponde: non c’erano contatti con l'ambiente americano nella ricerca, né nel mio settore né in altri. Era una cosa che mancava». Era una chiusura netta con il mondo italiano.

E adesso cosa fa?
Lavoro alla Nasa da 28 anni, per la precisione al Jet Propulsion Laboratory (JPL). Ho fatto dieci anni come ricercatrice, ora mi occupo del management, gestendo i fondi per i programmi di ricerca. Prima in una sezione soltanto, nell’ambito della divisione Scienze, ora nell’ufficio del Chief Scientist. È importante gestire bene i fondi per mantenere competitivo il laboratorio. Una fetta di questi vengono assegnati sulla base delle proposte che i ricercatori sottopongono al mio ufficio.

Quante persone sotto toccate dalla sua attività?
È una comunità di ricerca di mille persone, su un organico di seimila impiegati. Quattromila di questi sono ingegneri, scienziati, tecnologi. I ricercatori sono quelli che, di mestiere, scrivono le proposte per cui chiediamo i finanziamenti. Gli altri si occupano di sviluppare i progetti. Sono due mondi diversi.

E che progetti ha curato?
In generale, abbiamo due programmi di ricerca. Uno è grassroot, l’altro invece è collaborativo con le università. Con questo finanziamo dei piccoli progetti che però permettono di catalizzare collaborazioni più ampie. Uno dei più importanti è stato quello del CubeSat, satelliti miniaturizzati di piccolissime dimensioni che permettono di effettuare ricerche scientifiche nello spazio con costi molto bassi.

Una rivoluzione, per un laboratorio come il JPL, abituato alle grandi e complicatissime missioni spaziali – un esempio tra tanti: l’invio della Sonda Galileo, che ha raggiunto Giove.
Esatto. Però quello dei piccoli satelliti era un aspetto che mancava. E una decina di anni fa abbiamo avviato un programma di collaborazione con il mondo accademico: le università sono più adatte, rispetto a noi, per costruire questi tipi di sistema in modo competitivo, cioè a basso costo. Noi però abbiamo aggiunto la nostra conoscenza sulla strumentazione scientifica miniaturizzata (che le università non hanno) e alcuni servizi, come gli strumenti radio per le telecomunicazioni.

Avete insomma creato un sistema di reti tra centri di conoscenza scientifica.
Per i CubeSat esistevano anche spinte di tipo militare. Ma l’università ha orientamenti diversi, di tipo appunto scientifico. Cercano di acquisire dati che possono essere utilizzati nella ricerca.

È in atto una riduzione delle acque superficiali della Terra per una serie di motivi. Molti sono riconducibili all’azione dell’essere umano, e tra questi il principale è la costruzione di città. Poi c’è il riscaldamento globale

Però – e anche questo può stupire – vi occupate anche di ambiente.
Sì. Un altro grande successo del Programma di ricerca interno è stato lo sviluppo di un modello, ormai accettato da tutti gli esperti e apprezzatissimo, che consente la descrizione del comportamento dei ghiacciai su scale molto grandi. Con questo strumento siamo in grado di mappare tutti i processi rilevanti nella criosfera. La cosa interessante è che nasce come modello ingegneristico, cioè basato sulla meccanica dei fluidi e impiegato per analizzare strutture che si deformano. Ma attraverso un processo di rielaborazione – la nostra comunità è sempre in fermento, ricca di idee e iniziative – è diventato, conservando gli stessi mattoni originali, il più avanzato di tutti.

Anche il suo settore di ricerca personale riguarda l’ambiente.
Sì. La giusta applicazione è: misurare la topografia della superficie dei mari e la distribuzione dell’acqua superficiale sulla Terra. In altre parole, ci occupiamo della mappatura delle paludi (e con “palude” intendo, in senso tecnico, un ecosistema dove è presente acqua di superficie). I dati che acquisiamo ci permettono di cogliere la dimensione dei cambiamenti che accadono sulla Terra.

E cosa può vedere?
Che le paludi stanno cambiando: è in atto una riduzione che avviene in modo molto veloce, per una serie di motivi. Molti sono riconducibili all’azione dell’essere umano, e tra questi il principale è la costruzione della rete urbana, con cui sono stati distrutti numerosi ecosistemi naturali. Altri motivi sono dovuti al riscaldamento globale.

Lei condivide l’allarme sul clima degli ultimi mesi?
Condivido i dati che sono stati presentati, ormai da tanto tempo e in modo molto organico dai gruppi della IPCC – in cui fanno parte anche studiosi della NASA. Con questi si ha il quadro generale e globale e, se vogliamo, quantificato di quello che sta succedendo. Per cui condivido pienamente.

Come giudica il sistema formativo scientifico italiano?
Sulla formazione si può dire che sia buono. Da almeno dieci anni, in modo molto proattivo, cerco di sviluppare progetti tra JPL e le università italiane. Ho avuto modo di conoscere e osservare diversi giovani italiani e di apprezzare la loro preparazione. Che è, però, più teorica e accademica. Attenzione: io non lavoro in una univeristà, ma in un centro che si occupa di realizzare progetti, cioè un’area più simile all’industria.

Quindi troppa teoria.
Manca a mio avviso la capacità di assorbire i giovani nel lavoro. Tantissimi laureati, pur con un buon bagaglio di conoscenze, vanno a lavorare in posti dove questo stesso bagaglio non viene messo a frutto. O viene accantonato o viene impiegato in modo povero. È un sistema molto rigido, burocratico che ha un grande limite: non insegna a desiderare di lavorare in modo innovativo.

Si spieghi meglio.
Le racconterò un aneddoto su un episodio che mi è capitato giusto ieri. Io, quando sono in Italia viaggio con i mezzi pubblici. Dovevo allora prendere una corriera da Milano diretta a Broni (provincia di Pavia). Ho preso il biglietto, sono andata verso la fermata ma non c’era nessuno che sapesse spiegarmi da dove partisse la corriera. Il mio telefono non riusciva a indicarmi né la linea né il nome della fermata. Allora mi sono rivolta al customer care, che mi ha detto. “Guardi noi non abbiamo gli elenchi delle fermate”. “Ma voi siete quelli che hanno il compito di aiutare i clienti. Mi può aiutare a trovare la fermata?” “Non possiamo. Deve chiedere lei in giro”. Questa situazione, apporssimativa e arretrata, è più generalizzata di quanto si creda. E per questo che ritengo la mia storia con la corriera simbolica.

Lei, in vari modi, si impegna anche a favore delle pari opportunità nel mondo scientifico per le donne. Rispetto a quando studiava lei, sono migliorare le cose?
Non tanto. I numeri della presenza femminile nelle materie scientifiche non sono cambiati in modo significativo rispetto alla mia generazione. Ci sono tanti motivi alla base. Alcuni legati, se vogliamo, all'educazione delle bambine, diversa da quella impartita ai maschi. I ruoli che si propongono – e quelli che poi si va a finire ad assumere – non sostengono abbastanza l’idea che una bambina possa interessarsi al mondo scientifico, o che una donna possa fare bene nella scienza. Io mi ricordo che da bambina c'era una grossa differenza nelle aspettative verso le ragazze e i maschi. Uno dei grandi freni, quando si entra in un ambiente così maschile, è anche una forte mancanza di gratificazione.

Ma questo vale solo per l’Italia o anche per gli Stati Uniti?
Devo dire che vale anche per gli Usa.

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