I salvati e i sommersi
7 Ottobre Ott 2019 0601 07 ottobre 2019

Volete leggere di religione? Dimenticate la Bibbia, ecco i tre libri da non perdere

Ci sono romanzi dietro cui si nascondono geni complessi: da Guido Morselli a Anthony Burgess ecco alcuni libri dimenticati, ma non meno potenti per prosa e trama

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Photo by Alice Hampson on Unsplash

I salvati. Guido Morselli è il santino di questa rubrica. Nato nel 1912, ha dedicato la vita a scrivere romanzi decisivi che nessun kapò dell’editoria di allora – da Calvino a Sereni passando per zar e valvassini – capì. Allora, il 31 luglio del 1973, presa d’impeto La ragazza dall’occhio nero, la sua Browning 7.65, si uccise. Come si sa, lo scrittore suicida – con gilet agiografico – vende: dall’anno dopo, il 1974, Adelphi cominciò, con Roma senza papa, a pubblicare le opere di Morselli.

Fu un successo clamoroso: uno degli scrittori italiani più innovativi, potenti e intelligenti di sempre è totalmente postumo (se non è una parabola questa…). Dalla tesoreria degli inediti morselliani, è appena sbocciata una piccola perla. Il racconto Il grande incontro, scritto probabilmente tra il 1955 e il 1956, pubblicato dalle edizioni d’arte De Piante (con copertina ad hoc di Barbara Nahmad, artista milanese che ha esposto ovunque, da Londra e Berlino, Atene, Tel Aviv), inscena il viaggio vaticano di Iosif Stalin – baffuto inconfondibile, eletto “Signor Maresciallo” – a fare un demoniaco patto con “il Personaggio in bianco” (ergo: Pio XII).

Il “montanaro del Cremlino” – così il memorabile epiteto di Osip Mandel’stam – vuole cementare una alleanza catto-sovietica (“I nostri due governi, in realtà, si assomigliano”), trasportando il papa a Mosca. D’altronde, tra i colonnati di San Pietro, alligna già la copia papale russa, “Dimitri Ivànovic, ex-gesuita e Vostro sosia perfetto”, pronto a balzare sul trono cattolico come una sorta di antipapa. Ce ne sarebbe per erigere un romanzo, ci fosse la grave visionarietà di Philip K. Dick o il genio poligrafico di Anthony Burgess (vedi sotto).

Per fortuna, Morselli ha prosa nordica, che non vaga per teosofie o scandagli narrativi. Il racconto, perfetto – di per sé è un romanzo la sua scoperta e lo stigma esegetico: vi lascio per questo alla lettura della Postfazione di Linda Terziroli, morselliana suprema, che per Castelvecchi ha da poco pubblicato la prima “biografia di Guido Morselli”, Un pacchetto di Gauloises, 2019 –, ha il suo carisma in queste parole del papa, che ci collocano tra lame d’abisso: “Nel travaglio, nel dolore dei suoi membri la Chiesa si afferma e prospera. Le lacrime, il sangue incolpevole, la esaltano. Il desiderare la pace è proprio delle potenze terrene: Voi stesso ne avete bisogno e ce la chiedete. Predicate la lotta ma ne avete paura. Mentre la Chiesa, non la teme, la sollecita, la cerca, la vuole!”. Come a dire che il cristianesimo è lotta e il buon cristiano, in ogni era, è sempre martire. Morselli ha capito che la scrittura, quando è grande, è scoscesa profezia. L’incomprensione, allora, è stimmate perfino ovvia.

Guido Morselli, Il grande incontro, De Piante Editore, 2019, pp. 34, euro 30,00

Ci sono libri sommersi, rimasti nell'angolo, un esempio è il romanzo Il papa di Giorgio Saviane, autore solido, problematico, del tutto dimenticato che narra di un Don Claudio corroso da inquietudini pronto a salire al soglio di Pietro

I sommersi. Da noi il genere romanzo “papale” non funziona – probabilmente perché siamo un Paese di estetici bigotti, ci viene l’artrite al cospetto di romanzi articolati, architettati con genio. Esempio. Nel 1963 Giorgio Saviane, autore solido, problematico, del tutto dimenticato – eppure, da Eutanasia di un amore, nel 1978, Enrico Maria Salerno trasse un film con Ornella Muti, Monica Guerritore e Tony Musante – pubblica Il papa. Il romanzo è bello, intrigante – si parla di un don Claudio corroso da inquietudini che ascende al soglio di Pietro: pare il preludio del ciclo di Sorrentino, The New Pope a tratti indimenticabile (“Ho paura di non credere, di credere troppo. Ho paura di essere un uomo piccolo per un piccolo”). Fu selezionato alla prima edizione del Campiello, nel 1963 – poi vinta da La tregua di Primo Levi – e tradotto in Inghilterra e in Spagna. Guaraldi lo ripresentò cinque anni fa, prima di rientrare tra le paludi dell’oblio. Poi c’è quell’altro. Premessa: leggere le ‘quarte’ dei libri è un esercizio istruttivo. Compiuto dopo aver fatto invecchiare il libro qualche decennio, ha effetti devastanti. Non si capisce se il vino sia diventato aceto o se ci abbiano rifilato una sola di scarpa per cotoletta. “In questo romanzo, la cui lavorazione l’ha impegnato per ben dieci anni, Burgess ha superato se stesso, dandoci un libro così ricco di eventi e personaggi memorabili da non aver l’eguale nel panorama dell’odierna letteratura inglese”.

Anno di grazia 1983, Rizzoli pubblica quella che è effettivamente l’opera più complessa di Burgess, Gli strumenti delle tenebre. Mai più vista in giro. Neppure il centenario dalla nascita l’ha fatta risorgere: per tutti Burgess è Arancia meccanica – meglio il film di Kubrick del libro di Anthony, comunque – e stop. Semplificazione tremenda e ingiusta, per uno scrittore poligrafo – 33 romanzi, tra cui: una riscrittura di 1984 di Orwell, diventato 1985; una biografia di Gesù di Nazareth, sulla scia del film scritto per Franco Zeffirelli; un bellissimo libro su John Keats, Abba Abba, e un altro, altrettanto bello, sulla vita di Christopher Marlowe, Un cadavere a Deptford – che fu anche compositore musicale. Ne Gli strumenti delle tenebre, libro che, parola dell’autore, “inizia verso il 1917 e termina nel 1971, racchiudendo quindi un’epoca in cui, pare evidente, il male si è manifestato nelle questioni umane in modo più spettacolare di quanto abbia mai fatto prima nella storia mondiale”, Burgess mette in scena il cinico Kenneth Marchal Toomey, pingue ottantenne, interrotto mentre si fa un ragazzino dall’Arcivescovo, incaricato di redigere l’agiografia del prossimo Papa. Nel romanzo, tradotto in italiano da Liana Macellari in Burgess, la moglie di Anthony, balugina fugacemente il Duce che “con cipiglio” firma i Patti Lateranensi e Roma, ora e sempre “la fogna della storia, una fogna a cielo aperto”. Incapace di accettare il progresso dell’idiozia (“disprezzo tutto ciò che è effimero ma imposto come qualcosa che ha un valore ultimo. I Beatles, ad esempio”), Burgess sapeva che “in quanto romanziere, appartengo al rango dei pericolosi”. Gliel’hanno fatta pagare.

Giorgio Saviane, Il papa, Rizzoli, 1963

Anthony Burgess, Gli strumenti delle tenebre, Rizzoli, 1983

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