l’estratto
9 Ottobre Ott 2019 0600 09 ottobre 2019

Ecco come la post-verità, le bufale e i no-vax minacciano la democrazia

Nel suo nuovo libro Massimo Adinolfi parla del mondo che non tiene più conto dei dati di fatto. E scova alcune contraddizioni: sbaglia chi sostiene che non esista più il concetto di vero. Ognuno ha il suo, proprio e personale, e lo suffraga con dati e fatti

magritte
da Wikimedia

Se non c’è altro da dire, a proposito della verità e del suo rapporto con la democrazia, se è sufficientemente attendibile il quadro che ho tracciato fin qui nell’essenziale – senza arricchirlo ulteriormente (come pure è possibile), e senza entrare nelle pieghe della sua storia o nei dettagli di una sua possibile articolazione istituzionale –, se è attendibile nel senso che riporta effettivamente la communis opinio su cui poggia il sentimento democratico, com’è possibile allora che le società contemporanee si sentano minacciate da una pioggia di «post-verità» che inquinerebbero il dibattito pubblico, falsando le competizioni elettorali, alterando i meccanismi fondamentali del gioco democratico?

Se le democrazie rinunciano alla verità, in nome della tolleranza e del pluralismo delle opinioni, se è relativistica l’ideologia di sfondo, giusta la proposta di Kelsen, come avviene che debbano oggi preoccuparsi delle «circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica di quanto non sia l’appello alle emozioni e alle convinzioni personali»?

Quelle che ho appena riportato tra virgolette sono le parole con cui l’Oxford Dictionaries, un’autorità nel campo della lingua inglese, ha spiegato il significato del termine “post-truth”, mentre lo proclamava, nel 2016, parola dell’anno, per via della straordinaria impennata registrata dal suo uso, dopo il voto sulla Brexit e la nomination di Donald Trump nella corsa alle presidenziali USA (poi vinte).

Gli editori aggiungevano che la parola aveva fatto la sua prima comparsa nel 1992, in un articolo dedicato allo scandalo Iran-Contras, ma l’autore, Steve Tesich, parlando di un qualche futuro “post-truth world” non aveva ancora inteso, con l’espressione, descrivere un mondo in cui la verità sarebbe divenuta irrilevante, come invece accadrebbe oggi.

Quando siamo posti dinanzi al seguente dilemma: da un lato, condividiamo la convinzione che il processo democratico lascia ciascuno libero di credere qualunque cosa, e prendiamo anzi precauzioni perché nessuna opinione sia imposta in nome della verità; dall’altro, lamentiamo come oggi la verità stessa non sia tenuta in alcuna considerazione. Ci si appella alle emozioni e alle convinzioni personali, dicono preoccupati all’Oxford Dictionaries, come se la verità non fosse già stata democraticamente ridotta a una faccenda di convinzioni personali. La verità è divenuta indifferente, aggiungono impensieriti, come se la modernità politica non fosse stata inaugurata dal motto di Alberico Gentili: Silete theologi in munere alieno! (‘Tacete, teologi, sulle cose su cui non avete competenza, che non vi debbono riguardare’). È chiaro che se la costruzione dello spazio pubblico impone l’attenuazione, fino al silenzio, della passione teologica, dottrinaria, per la verità, non ci si può meravigliare se, dopo secoli, la verità si sia estenuata fino a divenire francamente indifferente.

Ma le cose stanno veramente cosí? Davvero a nessuno importa più nulla della verità? Ed è possibile parlare di verità, senza chiedersi quale verità sia venuta oggi in questione? Non alimentiamo solo una pericolosa confusione, nell’esprimerci in termini cosí generici a proposito della verità? E non arriviamo, comunque, troppo tardi? Altro che attualità! Friedrich Nietzsche aveva presentato la storia della verità come la storia di un lungo errore già nel Crepuscolo degli idoli, la bellezza di 130 anni fa. E nella Genealogia della morale aveva affermato (affermazione nota anche all’edicolante, che da tempo vende i libri di Nietzsche in edizione economica, per pochi euro) che non esistono fatti, ma solo interpretazioni: siamo allora diventati tutti nietzscheani?

Non proprio. Prendiamo infatti l’ormai celebre risposta data da Kellyanne Conway, sondaggista e consigliera del Presidente Trump, al giornalista che la incalzava sul numero delle presenze alla cerimonia di insediamento del neo-Presidente. Il portavoce, Sean Spicer, aveva baldanzosamente sostenuto che c’erano state molte piú persone con Trump di quante ve ne fossero state in occasione dell’elezione di Barack Obama. Ma poi erano spuntate fuori foto aeree che consentivano il raffronto e smentivano ad oculos la tesi del portavoce. Così la Conway aveva pensato bene di trarsi d’impaccio sostenendo che quel che Sean Spicer stava facendo era semplicemente fornire «fatti alternativi». Proprio cosí: alternative facts. Bella forza, la Conway!

Ecco il primo punto che vorrei stabilire: la post-verità, che ci pioverebbe addosso da ogni parte, non segna affatto l’avvento di un’epoca nietzscheana in cui non vi sono piú fatti ma solo interpretazioni, bensí di un’epoca in cui è cambiata la nostra capacità di interpretare, ma soprattutto di far valere i fatti

Ora, però, un fatto alternativo è pur sempre un fatto. Diversamente da Nietzsche, che negava l’esistenza dei fatti, la Conway provava, a quanto pare, a sostenere che di fatti ce ne sono più che non si dica. Più probabilmente la battuta andava presa con una certa ironia, anche se il frutto della sua esagerazione – l’espressione di nuovo conio “alternative facts” – ha avuto subito largo corso. Di sicuro, la Conway avrebbe potuto dichiarare, più sobriamente, che quella che le foto le mettevano dinanzi agli occhi era solo una qualche versione dei fatti, a cui Spicer aveva tutto il diritto di opporre la sua. «È la democrazia, bellezza!», avrebbe infine potuto concludere, con relativistica spigliatezza.

Se invece, nel rintuzzare il giornalista, l’esperta consigliera di Donald Trump non ha rinunciato del tutto all’idea che quelli di Spicer erano fatti tanto quanto quelli che le venivano mostrati con le foto (benché misteriosamente alternativi ad essi), è perché, a ben vedere, la Conway non è stata minimamente scossa dall’aforisma 344 della Gaia scienza, quello in cui Nietzsche mette sotto processo la verità, e scopre che sotto di essa s’acquatta una molto dubbia, molto discutibile volontà di verità. Evidentemente, né la demistificazione nietzscheana della verità, né il gran parlare di post-verità che si fa oggi hanno davvero modificato la nozione ordinaria che noi abbiamo del vero, per cui vero è precisamente ciò che corrisponde ai fatti, a come le cose stanno. Così la consigliera, piuttosto che relativizzare modestamente la verità, preferiva, con un po’ di arroganza in più, dotarsi di una propria scorta di fatti.

Pensiamo al gran dibattito che c’è stato in Italia (e c’è tuttora) sui vaccini. Com’è noto, nel nostro Paese la percentuale della popolazione che è immune dalle malattie per le quali esistono i vaccini è significativamente piú bassa che in altri paesi europei, e al di sotto del livello detto dell’immunità di gregge. Al fine dunque di «assicurare la tutela della salute pubblica e il mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e di copertura vaccinale», il decreto legge del governo Gentiloni ha esteso, nel 2017, l’obbligo delle vaccinazioni per i bambini in età scolare. Ma l’agguerrito movimento “No vax” contesta fieramente i dati scientifici, sostiene che dietro l’obbligo di vaccinazioni ci sono in realtà sordidi interessi (le multinazionali del farmaco), paventa effetti collaterali e, appellandosi alla libertà di cura (che rientra pur’essa nel mazzo dei diritti fondamentali), si oppone all’obbligatorietà delle vaccinazioni.

Ebbene, in ragione di cosa è respinto dai “No vax” il parere pressoché unanime della comunità scientifica in materia di vaccini? Ma in ragione di fatti, perbacco, o – se si vuole – di fatti alternativi: comunque di qualcosa che viene presentato come “fatto” (o aspirante tale). E dunque in ragione di presunti casi di autismo causati dalla somministrazione del vaccino, riportati magari in paper di nessuna attendibilità. Oppure di singole testimonianze, emotivamente connotate, come quella dell’attrice Jenny McCarthy, madre di Evan, un bimbo autistico, che durante il popolarissimo show della popolarissima Oprah Winfrey, nel 2007, opponeva alla medicina ufficiale il suo istinto di genitore e, richiesta di produrre una qualche evidenza scientifica, dichiarava: «La mia scienza si chiama Evan, ora è a casa con me. È lui la mia scienza». Se non è un fatto questo, voleva dire la premurosa mamma.

Il punto che, di nuovo, vorrei sottolineare è che, in tutto questo confuso e imbarazzante dibattito, non c’è stato nessuno che negasse autorità al fatto. Nessuno cioè che contestasse che la verità debba essere stabilita sulla base dei fatti, anche se i fatti che venivano addotti come prove avevano (e hanno per noi) un peso ben diverso, a seconda che fossero ottenuti e presentati con metodo scientifico oppure considerati acclarati in base alle strappalacrime ragioni del cuore. Se poi è la stessa obiettività della scienza che viene contestata, di solito ciò accade non perché si nega che possa esistere qualcosa come “l’oggettività”, ma perché si insinua che le risultanze addotte dagli scienziati sono tutt’altro che oggettive; sono, anzi, deliberatamente distorte, a causa degli ingenti interessi economici e finanziari in gioco (le multinazionali di cui sopra, ça va sans dire). Non già, dunque, perché si ritiene che i fatti non esistono. Ecco allora il primo punto che vorrei stabilire: la post-verità, che ci pioverebbe addosso da ogni parte, non segna affatto l’avvento di un’epoca nietzscheana in cui non vi sono piú fatti ma solo interpretazioni, bensí di un’epoca in cui è cambiata la nostra capacità di interpretare, ma soprattutto di far valere i fatti.

da Hanno tutti ragione? Post-verità, fake news, big data e democrazia, edito da Salerno editrice (2019)

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