Il Partito Zelig
9 Ottobre Ott 2019 0601 09 ottobre 2019

Pd e Cinque stelle si intendono su tutto, su tutto il programma dei Cinque stelle

Tagliati i parlamentari, restano il reddito di cittadinanza, il decreto sicurezza e quota 100: il progetto politico giallorosso ruota intorno all’intesa tra i due partner principali di governo, ma a girare sono soprattutto i Democratici

Dario Franceschini_Linkiesta
Filippo MONTEFORTE / AFP

Dopo avere votato contro per ben tre volte, in difesa della democrazia rappresentativa, della divisione dei poteri e degli equilibri costituzionali, il Pd ha approvato ieri il taglio dei parlamentari voluto dal Movimento 5 stelle. Ma solo dopo avere ottenuto un documento in cui i due partiti si impegnano solennemente, tra le altre cose, a presentare entro dicembre una nuova legge elettorale che risolva il problema in qualche modo. Non meglio specificato.

Quale dovrebbe essere infatti il nuovo sistema elettorale capace di correggere le distorsioni prodotte dalla riforma, e che il Pd fino a ieri aveva denunciato con veemenza, il testo dell’accordo non lo dice, e non lo dice per l’ottima ragione che nessuno dei contraenti ne ha la minima idea. Tutto quello che il documento afferma al riguardo, al punto uno, è quanto segue: «Ci impegniamo a presentare entro il mese di dicembre un progetto di nuova legge elettorale per Camera e Senato al fine di garantire più efficacemente il pluralismo politico e territoriale, la parità di genere e il rigoroso rispetto dei principi della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia elettorale e di tutela delle minoranze linguistiche». Tutto qui. In pratica, una pagina bianca. Sufficiente comunque a far dire al capogruppo alla Camera, Graziano Delrio: «Il nostro no è diventato un sì perché sono state accolte le nostre ragioni». Ragioni ben riassunte, evidentemente, nella pagina bianca di cui sopra.

Del resto, è esattamente questo che Dario Franceschini da anni teorizza e da qualche mese pratica con personale successo. E che lunedì ha spiegato a Otto e mezzo con la consueta linearità. Il problema del precedente esecutivo era la logica del «contratto di governo», un accordo tra avversari che restavano tali e infatti non si presentavano mai al voto insieme in Comuni e Regioni, mentre «noi stiamo cercando di fare una cosa diversa». E cioè un’alleanza che trova un’intesa su tutto, per «vedere se questa esperienza di governo aiuta la nascita di un’alleanza politica, tanto è vero che in Umbria, dieci giorni dopo che è nato il governo, ci siamo presentati uniti alle elezioni». E dopo l’Umbria, va da sé, ci saranno «l’Emilia, la Calabria, la Toscana…». Questo è il punto, il perno attorno a cui ruota l’intero progetto politico. Il problema è che a ruotare è soprattutto il Pd.

Un partito-zelig, capace di contrastare con parole di fuoco, dall’opposizione, ciascuno di quei provvedimenti, e un mese dopo tenerseli tutti, una volta al governo

Il ragionamento merita però di essere analizzato per esteso, a partire dalle parole precise con cui Franceschini lo ha esposto. Dunque, il governo precedente non funzionava perché era «un’alleanza tra avversari che volevano restare avversari», in cui M5s e Lega «si erano appaltati le zone d’influenza: tu fai quello che vuoi sugli immigrati e mi dai il reddito di cittadinanza; tu fai quello che vuoi sui decreti sicurezza e mi dai la riduzione dei parlamentari». Sfere d’influenza. E però – ammoniva Franceschini – non si governa così un paese. Problema brillantemente risolto dal Pd – aggiungo io – che al Movimento 5 stelle ha lasciato sia i decreti sicurezza sia il taglio dei parlamentari, sia il reddito di cittadinanza sia quota cento. Senza aggiungere né togliere una virgola. Una pagina bianca, appunto, su cui i grillini hanno potuto trascrivere in bella copia l’intero programma del precedente governo, con ammirevole coerenza e invidiabile fermezza, di cui è giusto dar loro atto. Più difficile trovare simili doti nel Pd teorizzato – e realizzato – da Franceschini. Un partito-zelig, capace di contrastare con parole di fuoco, dall’opposizione, ciascuno di quei provvedimenti, e un mese dopo tenerseli tutti, una volta al governo: reddito di cittadinanza e quota cento (confermati entrambi nella prossima finanziaria), taglio dei parlamentari e decreti sicurezza (che Conte e Di Maio hanno pubblicamente rivendicato e nessuno ha toccato). E tutto questo al solo scopo di andare al governo. O meglio: per evitare che ci vada la destra, che naturalmente è una destra pericolosa, regressiva, che dal governo stava trasformando l’Italia in una sorta di «Gotham City», come Franceschini ha spiegato nel corso di quella stessa puntata di Otto e mezzo. L’unica cosa che non ha spiegato è quali fossero i concreti provvedimenti con cui la destra avrebbe prodotto questa terribile regressione civile, politica ed economica. Lasciandoci con il tremendo sospetto che l’elenco avrebbe coinciso con il programma del governo attuale: decreti sicurezza e taglio dei parlamentari, reddito di cittadinanza e quota cento.

Un sospetto che è diventato certezza quando, poco prima della conclusione della trasmissione, un servizio di Paolo Pagliaro ha raccontato i risultati dell’inchiesta di Avvenire che ha rivelato come due anni fa, per fermare i flussi migratori, funzionari del governo italiano hanno trattato con un efferato criminale, ricevendo in Italia con tutti gli onori un uomo che già l’Onu aveva indicato come boss mafioso e trafficante di esseri umani, immortalato poco tempo prima in un video mentre picchiava selvaggiamente un gruppo di migranti. Due anni fa, per chi non se lo ricordasse, il governo in carica era il governo del Pd, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi, Marco Minniti agli Interni e Dario Franceschini – proprio come oggi – ai Beni Culturali. Peccato che al termine del servizio, una volta tornati in studio, nessuno abbia azzardato una domanda in merito. Chissà quale Franceschini avrebbe risposto.

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