emergenza clima
11 Ottobre Ott 2019 0600 11 ottobre 2019

Visioni dal futuro: quando le nostre città saranno sommerse dal mare

Nel suo ultimo libro, il giornalista Gerardo Greco racconta i passi del climate-gate, il grande scandalo di un disastro annunciato e di un rapporto tenuto segreto, insieme alla lotta per la verità sul futuro del pianeta attraverso storie e protagonisti

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HECTOR RETAMAL / AFP

Noè ha seicento anni quando viene il diluvio, le acque sulla Terra. Genesi 7,6

David Liebermann ha ottantatré anni quando sale per l’ultima volta su una barca. Discendente di una famiglia di esuli siberiani, guarda con sospetto tutto quello che si muove sull’acqua.

È in piedi, immobile come un capitano sulla tolda di una nave perduta nella bufera. Grazie a Dio, però, non si prevede alcuna tempesta oggi. Dopo un quarto d’ora di navigazione c’è solo caldo e umidità: 40 gradi, in questo 11 settembre 2101. Il tempo giusto per gli uragani. Ma per ora l’aria, sull’Atlantico centrale, in questo scorcio di nuovo secolo, non si muove proprio. Imbarca qualche altro turista, anziano come lui. E poi una famiglia, bambini che si sporgono a cercare delfini, o squali.

Gli altoparlanti del battello trasmettono una vecchia canzone. We’re gonna rock around the clock tonight... Rock Around the Clock, Bill Haley and His Comets.

David ripete, come ogni volta, le stesse parole: «L’inizio del rock, signore e signori». L’inizio di tutto. Eseguita per la prima volta nel weekend del Memorial Day del 1954, in un albergo di Wildwood, New Jersey, al 3400 di Atlantic Avenue. Esattamente là: tre metri più giù. La barca ha una parte del fondo di vetro. Nei giorni di mare limpido, come questo, senza correnti, si vede bene. Sotto ci sono i tetti dei vecchi motel déco.

«Monumento nazionale, gentili passeggeri, dei tempi in cui a Wildwood, New Jersey, arrivavano 250mila vacanzieri a stagione. Se guardate con attenzione si scorgono ancora le scritte degli alberghi. Una volta erano fatte di neon, come a Las Vegas negli anni Cinquanta.» David ricorda tutto. Gli alberghi art déco, dove suonavano al sabato. Il Boardwalk, il pontile sulla spiaggia, dove avevano camminato generazioni. I parchi di divertimento sull’oceano con le ruote panoramiche che giravano da sole quando i venti atlantici soffiavano troppo forte.

Era cresciuto là, nella sua casa di famiglia. L’aveva ricostruita almeno tre volte, nei lunghi decenni delle tempeste, fino a che era stato possibile. Ogni volta l’acqua e i venti gliela demolivano. Poi l’aveva chiusa e si era portato via tutto quello che poteva. Si era spostato cinquanta chilometri a ovest. All’asciutto. Con lui erano venuti via dalle coste i cinquemila abitanti di Wildwood, milioni di americani, nel resto del Paese, centinaia di milioni di uomini, donne e bambini nel resto del mondo.

Era successo già da tempo. Era successo molto prima di quanto si prevedesse. Forse perché nessuno voleva crederci. Era troppo fantasioso: il mare che monta, neanche fosse il gioco del nuovo diluvio universale. Avevano costruito fino all’ultimo. Condomini. Strade. Uffici pubblici. Aeroporti. Lì, come a Miami, ad Atlantic City, a New Orleans, o ancora più lontano: Alessandria d’Egitto, Shanghai, Rio de Janeiro, Venezia. Città che non erano più come le aveva viste da ragazzino David, con i suoi genitori. Divorate dal mare, come fossero preda degli squali che si aggiravano, adesso, tra i tetti dei motel di Wildwood, New Jersey.

L’innalzamento delle acque era cominciato verso la metà del secolo precedente. Più due centimetri. Poi più tre. Mentre David diventava adulto, l’acqua saliva. Nessuno lo aveva capito che era così veloce il mare quando si riscalda troppo. Come un bambino: prima che i genitori se ne accorgano è già grande. La sua vitamina era la CO2. Mai vista tanta in giro negli ultimi due milioni di anni. Certo ci avevano provato, c’erano stati accordi per fermarla. Ma non ce l’avevano fatta.

La ruota panoramica era ancora lì. Una delle attrazioni di quelle crociere archeologiche. Spuntava dalla superficie dell’acqua per almeno venti metri. Lo scheletro arrugginito aveva resistito alle tempeste, agli uragani. Resisteva da mezzo secolo. Aveva visto tutto, mentre girava negli anni.

Quando David era nato, nel 2018, l’anidride carbonica era a 400 parti per milione. Era arrivata a 1000 quando David si era sposato. Allora l’acqua aveva cominciato a salire per davvero. In fondo era prevedibile. I suoi genitori non facevano che ripeterlo: aumenta la CO2, si riscalda la temperatura. Bastano 3 gradi e il ghiaccio dell’Artico si scioglie, il livello del mare sale.

La barca passa di fronte ai condomini giganteschi rimasti là, ancorati, su tutta la costa. Fino ai giganti di Miami che affiorano ancora, dopo decenni, come fossero dorsi di balena. Smantellati solo in parte, lasciati a ricordo, a monito eterno. O quasi.

E poi, finalmente, passano sopra casa sua. È sempre lì, dov’era, sotto il mare. La casa costruita dal suo bisnonno, che si chiamava come lui. Adesso gli altoparlanti a bordo non gracchiano più Rock around the Clock. Si sente solo lo sciabordio. Tutti si sono distratti a guardare la ruota. Come gli abitanti della Terra negli ultimi cento anni: si sono distratti, tutti. Non hanno capito che il pianeta, come se fosse una maledizione, tende ad amplificare i cambiamenti in negativo. Una sorta di conato.

Fa caldo in questo 11 settembre del 2101. Il caldo fa evaporare l’acqua, che salendo muove i venti e li fa tornare giù, verso la barca del giro turistico Boardwalk «sali a bordo della nostra storia». È adesso che David comincia a sentire il vento. Lo sente fischiare all’improvviso, come fischia un disco da hockey lanciato sul ghiaccio. Il vento a Wildwood, quando c’è, arriva senza grandi annunci, giù dritto dai cieli dell’Atlantico.

Si guarda indietro, David, per capire quanto è lontana la costa. Il confine che ogni anno viene perduto di un po’. E la terra non si vede. Niente: cancellata dall’orizzonte. Il fischio aumenta, ma sembra sentirlo solo lui.

I bambini si accalcano sul pavimento di vetro per vedere scorrere i viali della città, sotto dieci metri d’acqua. Con i lampioni, le macchine, i negozi, gli squali. Ma il fischio del vento continua e il mare comincia a rispondere. Si increspa velocemente. Un’onda, due, tre. Possibile che le previsioni non avessero detto nulla? La barca balla, e i bambini smettono di giocare. Urlano adesso, aggrappati ai genitori che li tengono forte. Eppure David sta ancora lì, dritto come un lampione. Assorto. Alla sua ultima traversata, guarda la ruota panoramica che spunta e che, ora, comincia a girare, mossa dal vento.

Noah Liebermann si sveglia madido, sotto il neon della sua postazione. Sente l’aria fredda che entra da una finestra spalancata, la superficie liscia della scrivania sotto la sua guancia. Realizza di essersi addormentato in ufficio, all’Università di Norwich, Anglia Orientale. Intorno a lui scrivanie vuote e computer spenti. Solo il suo monitor, acceso, fa scorrere le immagini del salvaschermo, pesci variopinti e ambienti marini.

Noah si sgranchisce il collo e, con un senso di urgenza, si mette alla tastiera e riprende il lavoro.

da Guerra Calda, di Gerardo Greco, Solferino libri (2019)

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