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11 Ottobre Ott 2019 0600 11 ottobre 2019

Il monito dei giovani di Hong Kong: il riconoscimento facciale è un pericolo

Le maschere indossate dai manifestanti servono a garantire l’identità che, tramite la sorveglianza digitale, è utilizzata dal governo come un’arma per stritolare la libertà d’espressione

Hong Kong Maschere_Linkiesta
Mohd RASFAN / AFP

Alla fine della scorsa settimana il governo di Hong Kong ha introdotto dure sanzioni per contrastare il dilagare delle manifestazioni di protesta che spesso sfociano in violenti scontri, punendo con multe salate e pene detentive coloro che indossano maschere sul viso nei luoghi pubblici. Subito dopo sui social si è diffuso in maniera virale un video in cui una ragazza utilizza i propri capelli lunghi per crearsi una maschera. Al di là del fatto che il valore pratico di questa sorta di tutorial è pressoché nullo se intendiamo la maschera come strumento di difesa da gas e lacrimogeni, resta comunque forte e potente il suo valore simbolico in un quadro che dalla politica locale si sta allargando sempre più sino a valicare i confini della democrazia e raggiungere quelli più universali dell’etica.

Perché dico questo? Perché se ci pensate, che si tratti dell’ombrello o dei capelli del tutorial o di ogni tipologia, colore e forma della maschera che il singolo sceglie per manifestare la propria protesta, siamo comunque di fronte a un oggetto volutamente e simbolicamente interposto tra l’occhio del governo il proprio spazio personale che poi in forma pratica si traduce nella distruzione dei lampioni intelligenti.

Infatti, da quando la protesta di Hong Kong è iniziata, i manifestanti hanno mirato sistematicamente a neutralizzare ogni tipo di telecamere partendo da quelle fuori dagli edifici governativi, usando già allora mascherine e caschi per coprirsi il viso. Il sospetto, e qui non importa fornire prove se sia più o meno fondato, è che i lampioni non siano stati installati per un mero controllo della qualità dell’aria o altre amenità, quanto perché utili al riconoscimento facciale e di conseguenza utili alla sorveglianza digitale di massa. Per questa ragione chi protesta si copre come meglio può e protegge la propria identità al riparo di un ombrello o di una maschera.

Dunque, sia da un lato sia dall’altro l’identità è un’arma. Dal punto di vista di Pechino la partita si gioca e si vince potendo accedere all’identità di ogni singolo manifestante, dal punto di vista di chi protesta per i propri diritti e per la democrazia, proteggere la propria identità è una condizione altrettanto necessaria per concorrere alla riuscita finale della lotta sociale intrapresa per la libertà.

Dietro le proteste di Hong Kong, durante le quali i manifestanti hanno tentato sistematicamente di neutralizzare le telecamere indossando maschere sul viso nei luoghi pubblici, si cela il pericolo rappresentato dal riconoscimento facciale

Molti osservatori internazionali ed esperti di dinamiche socioculturali, ritengono questo momento storicamente cruciale per il cammino verso la consapevolezza che il riconoscimento facciale rappresenti realmente un pericolo per tutti. E noi, italiani e occidentali in genere, quanto abbiamo capito di questa protesta? Quanto consapevoli siamo che in quella regione del mondo, in quella piccola parte della collettività, unitamente alla lotta politica è appena partita anche una reale, eclatante, contestazione al pensiero tipico della Silicon Valley di poter fare accettare la sorveglianza digitale all’umanità, come un fatto inevitabile, cioè senza doverne prima discutere democraticamente?

Sono fermamente convinto che uno dei quattro driver che ci stanno guidando verso il futuro sia l’etica, e che, se pur lentamente, anche alle nostre latitudini ci stiamo sempre più risvegliando da una visione che per decenni l’ha relegata a un ruolo di concetto troppo aulico per essere scomodato nelle piccole cose della vita. Mai come oggi si materializza tra i beni di base che l’individuo vuole inserire nel proprio calmiere. L’etica è oggi protesa ad ogni livello dell’attività umana tanto da essere usata come leva capace di interferire nei progetti delle aziende al fine di indurle verso una nuova catena del valore che deve necessariamente comprendere la fiducia, la fedeltà, la condivisione, la sostenibilità, la profondità, l’universalità e l’essenzialità.

Su questo terreno di gioco, il web è un elemento decisivo nella ricerca delle risposte, poiché è molto più veloce e credibile di quanto qualsiasi azienda o istituzione o governo sappiano fare. Prova ne è la rapidità con cui l’ironico tutorial su come mascherarsi con la propria chioma è comparso e la viralità con cui è rimbalzato ovunque, così come rimbalzano di commento in commento anche i filmati in cui i lampioni intelligenti vengono “combattuti”.

Che l’individuo ridarà priorità a ciò che è veramente rilevante, cioè esso stesso, è solo una questione di tempo. Una questione di maggiore o minore velocità di reazione e quindi di azione. Ma è fuori di dubbio che succederà. Questa vicenda ne è la prova. Questa vicenda contraddice un’idea ritenuta oramai conclamata secondo la quale è la tecnologia a imporre i suoi cambiamenti all'uomo, non viceversa. Lo fa affermando che esiste un viceversa. Che la corsa alla tecnologia si ferma se questa non ha un orientamento.

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