Lo scontro
12 Ottobre Ott 2019 0600 12 ottobre 2019

Attacco e ricatto, la strategia di Erdogan funziona. E l’Europa non sa cosa fare

L’Unione europea condanna l’attacco della Turchia ai curdi siriani ma non può fare altro. Se bloccasse i finanziamenti ad Ankara arriverebbero tutti i migranti bloccati finora al confine. Senza un esercito europeo Bruxelles è solo chiacchiere e distintivo

Erdogan_Linkiesta

Di Maio convoca l’ambasciatore, Macron grida al crimine umanitario, la Commissione Ue pensa alle sanzioni, e tutti i leader europei condannano il gesto. Tante parole, nessuna azione. L’attacco militare della Turchia nel nord della Siria contro i curdi ha mostrato che il re è nudo: senza un esercito europeo l’Ue è solo chiacchiere e distintivo. Sembrava una politica estera seria e invece era solo realpolitik. Può votare risoluzioni, organizzare cortei e minacciare ritorsioni, ma quando si tratta di diplomazia Bruxelles ha solo due armi a disposizione: il soft power e miliardi da spendere per comprare i suo nemici. O almeno affittarli. Con una tranche da tre miliardi, uno all’anno dal marzo 2016 al 2018, l’Ue ha convinto il governo turco a tenersi i migranti che premevano per arrivare in Europa.

L’Unione europea pensava di aver risolto il problema e invece si è resa ricattabile da Ankara. Ecco perché il premier Recep Tayyip Erdoğan ha lanciato un ultimatum a Bruxelles durante un comizio ai parlamentari del suo partito Adalet ve Kalkınma Partisi (Il partito della Giustizia e dello Sviluppo): «Vi avverto, se cercherete di descrivere la nostra operazione (nel Nord della Siria) come un'invasione, il nostro lavoro sarà facile: apriremo i confini e invieremo 3,6 milioni di rifugiati in Europa». Questa è l’antifona: pagare moneta, fermare migrante. Anche perché la seconda tranche votata nel giugno del 2018 dal consiglio europeo, l’organo che riunisce i 28 leader Ue, ancora non è stata pagata.

L’attacco militare della Turchia nel nord della Siria contro i curdi ha mostrato che il re è nudo: senza un esercito europeo l’Ue è solo chiacchiere e distintivo

E dire che l’8 giugno del 2016 l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, aveva presentato una strategia per rendere Bruxelles «un attore globale più forte». Un piano rivoluzionario che mettendo la cultura al centro avrebbe promosso «un ordine globale basato sulla pace, lo stato di diritto, la libertà di espressione, la comprensione reciproca e il rispetto di valori fondamentali». Se avessero scritto «la pace nel mondo» sarebbero stati più credibili. Mogherini voleva rendere Bruxelles il campione della diplomazia del soft power, tre anni la politica estera europea non ha spostato le relazioni internazionali di un centimetro. Lo ha detto con una certa rassegnata lucidità anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante un suo intervento ieri ad Atene, in un vertice con altri capi di Stato: «In questo mondo di giganti, l'Ue rischia di essere marginale, come la crisi siriana sta dimostrando in queste ore. Lì i protagonisti sono altri, ma le conseguenze si scaricano sull'Europa».

La colpa non è di Mogherini ma dello stato della difesa europea. A eccezione di Francia e Regno Unito, gli Stati europei stanno spendendo sempre meno per migliorare la tecnologia di difesa e il loro parco armi. Il problema non è solo di merito, quanto di metodo. Quando usa la forza, l’Ue lo fa nella cornice Nato o Onu, quando usa i soldi e la persuasione riesce a siglare accordi che si rompono al primo scricchiolio. Come l’accordo 5+1 con l’Iran, considerato il capolavoro politico europeo prima dell’arrivo di Trump spaccatutto.

L’Unione europea avrebbe un modo per ricattare Erdogan: bloccare il pagamento della seconda rata e togliere dal tavolo l’idea di una terza tranche di finanziamenti alla Turchia di cui si dovrebbe discutere al prossimo Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre. Ma non succederà per due motivi. Primo, nessun leader europeo vuole regalare l’unico tema che fa schizzare i sovranisti nei sondaggi: l’invasione dei migranti. Nel 2022 si voterà in Germania e in Francia, l’anno dopo in Italia. Dopo aver scampato il pericolo alle le elezioni europee, né Macron, né Merkel hanno voglia di creare le condizioni per la vittoria dei sovranisti nei prossimi cinque anni.

Il secondo motivo è che la Turchia non è un nemico qualunque, ma un alleato Nato. Come ha scritto Linkiesta, l’Italia fino a dicembre difenderà il confine turco da un possibile attacco siriano al confine con centotrenta uomini, una batteria di missili terra aria Aster SAMP/T e alcuni veicoli logistici. proprio perché è obbligata ad aiutare un alleato del Patto militare atlantico in difficoltà. Anche qui un’altra contraddizione della politica estera europea. Ammettendo la presa di posizione di Bruxelles l’Italia dovrebbe abbandonare subito l’operazione Active Fence. Ma la difesa europea, che per ora non è altro che una cooperazione rafforzata tra le forze militari dei 27 Stati, senza il Regno Unito, è contenuta come una matrioska nella scatola più grande della Nato. Nulla di male, ma ricordiamocelo al prossimo appello alla pace nel mondo.

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