La democrazia usa
12 Ottobre Ott 2019 0600 12 ottobre 2019

America e non solo: dopo anni di fake news e abusi, “The Report” è la scossa etica che ci serviva

Il film di Scott Burns racconta la storia delle indagini del Senato americano sulla tortura, cioè le pratiche usate per ottenere informazioni dai terroristi dopo l’11 settembre. Una macchia per i valori della Costituzione americana, che oggi vanno difesi da altre minacce

Adam Driver
The Report

Ci sono film che sono antidoti. The Report è uno di questi, forse uno dei più potenti. Scritto e diretto da Scott Z. Burns (e prodotto da Amazon), racconta la stora del Rapporto della commissione di indagine del Senato sulla tortura cioè sul programma di detenzione e di indagine della Cia durante la Guerra al Terrore, epoca Bush.

In poco meno di due ore (che sarà possibile vedere nei cinema dal 18 al 20 novembre, e poi su Amazon Prime Video dal 29 novembre) percorre i dieci anni che hanno portato alla sua compilazione, seguendo il lavoro certosino e a tratti ossessivo di Daniel J. Jones (interpretato da Adam Driver), incaricato di svolgere l’inchiesta dal suo capo, la senatrice californiana Dianne Feinstein. Vengono messi in scena le ore di lavoro, gli scontri con l’intelligence, i confronti tra i centri di potere di Washington: le agenzie, la Cia, l’Fbi, il Senato e la Casa Bianca. Fino alla battaglia per la sua pubblicazione. È il rapporto che portò allo scoperto gli abusi e le torture applicate dall’intelligence Usa nei confronti dei terroristi (o presunti tali) prigionieri e che ispirò il celebre discorso del senatore John McCain sulla tortura. Questo, posto a conclusione, anche morale.

È un film molto americano. Burns aggiungerebbe «patriottico», nel senso «della responsabilità e dell’essere fedeli ai valori contenuti nella Costituzione». È anche un film di inchiesta, nella tradizione di Tutti gli uomini del presidente, e del più recente The Spotlight: la tensione della ricerca e dell’impegno istituzionale emerge dal ritmo delle inquadrature, ma anche dalla scelta di eliminare ogni scena della vita privata dei personaggi. Sono visibili, buoni e cattivi, solo nel ruolo professionale che ricoprono. È lì, del resto, dove si gioca tutto il senso del film: nel rapporto con la cosa pubblica e il senso del dovere.

Nonostante Burns prenda una posizione precisa, a favore dell’indagine, a favore del rapporto (lo ha studiato nei dettagli nella versione disponibile, 500 pagine di compendio delle settemila originarie, in più emendate dalla Cia per ragioni di sicurezza) e a favore della sua pubblicazione, perché la questione della tortura rappresenta, a suo avviso, la negazione dei valori americani, non sfugge al confronto con il contesto storico. Dopo l’11 settembre, come fa dire a Jones in uno dei momenti più intensi del film, «tutti avevano paura», e il compito della Cia, ma non solo, «era di difendere i cittadini americani» forse anche cancellando il dolore e la vergogna dell’attacco. Per questa ragione scelsero di ricorrere a ogni mezzo, anche autorizzando un programma di interrogatori “potenziati”, ispirati cioè alle tecniche militari di addestramento dei soldati al fronte, che devono imparare a resistere a ogni forma di tortura. Una decisione sconcertante, non solo perché autorizzava la violenza, la privazione del sonno e il waterboarding, ma anche perché ai due architetti del programma, James Mitchell e Bruce Jessen, vennero versati 80 milioni a fronte di una preparazione specifica nulla – e, cosa ancora peggiore, senza che ottenessero davvero informazioni di intelligence rilevanti. Quelli però erano mesi concitati, sottosopra: l’11 settembre aveva ribaltato il mondo e il pensiero di tutti era «mai più». A qualsiasi costo. Anche quello di rinunciare a un pezzo dei propri valori.

La sfumatura c’è, insomma, e anche il parallelismo: lo stesso Jones (non è uno spoiler, lo si vede fin dall’inizio), spaventato dall’idea che il rapporto non esca, decide di trafugarne una parte per renderlo pubblico. Uno strappo alle regole fatto per seguire una finalità più alta? Sì. E questo lo pone sullo stesso piano delle persone su cui indaga? Domanda complessa, su cui il film non si sofferma. Dipende dai valori, da ciò che si fa e dai motivi che si hanno. E dalla sensibilità.

Il messaggio, semplice nella sostanza, rimane dirompente per il contesto – quello di oggi, stavolta, e non più quello dei primi anni del 2000. Gli uomini sbagliano, le leggi esistono per correggere questi errori. Ci sono persone dallo spessore etico saldo, ma non bastano: le loro azioni sono fortificate dai meccanismi del bilanciamento dei poteri. Il Senato può indagare sulla Cia (nei limiti previsti dalla legge) e la Cia non può impedirlo. Sfere definite, controlli incrociati, poteri chiari e ben riconosciuti. Il film è un antidoto, insomma, dal torpore etico di un Paese ormai mitridatizzato dai continui abusi istituzionali, dagli strappi al rito, da una politica che passa da Twitter e che sfugge al confronto e alla democrazia. E che si trova, al momento, alla Casa Bianca. È questo il lato oscuro degli Usa. Ed è ora che si decide chi saranno, stavolta, i buoni e i cattivi.

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