La tempesta emozionale dell’io
14 Ottobre Ott 2019 0600 14 ottobre 2019

La crisi della politica nasce dalla fine dell’interesse generale

Non esiste più nella società un punto di vista pubblico, a causa della disintermediazione, mentre cresce fortissimamente l’identità emotiva che si sviluppa senza le categorie ideologico-filosofiche cui eravamo abituati. E si è frantumato il concetto di comunità

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FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Come si fa politica quando l’interesse generale sembra svanito? Un discorso “politico” ha sempre il senso dell’intero, della polis, della comunità nel suo insieme: rivolto a nessuno in particolare e a ciascuno in generale. Si può dire che esista ancora un punto di vista pubblico?

La stessa irrilevanza dei programmi lo testimonia. Nessuno più li legge, e oramai neppure si scrivono. Tanto meno qualcuno li conosce o vota per il programma generale, semmai decide su una singola issue: porti chiusi/porti aperti; reddito di cittadinanza e così via. Ma i programmi generali non hanno più presa. Emozione zero.

La ratio del discorso politico prima era relativamente semplice: c’è un interesse generale (talvolta mutuato in interesse di classe; o di territorio) ma sempre generale. Su questa stella polare si presentavano proposte generali, declinate talvolta per settore: l’industria, la scuola, la sanità, l’agricoltura e così via. Interessi generali anche loro, anche se suddivisi per categoria. La proposta che sembrava rispondere meglio all’interesse generale, seppur coniugato in termini di classe, di ideologia o di territorio, risultava vincente.

Oggi tutto questo ci sembra allo stesso tempo pesante e irrilevante.

Vediamo allora come sono cambiate le cose nel vivo della società. L’identità socioeconomica è declinante, mentre cresce fortissimamente quella emotiva. La stessa identità si sviluppa in maniera random, senza le categorie ideologico-filosofiche cui eravamo abituati e si può agganciare a qualunque cosa. Ad esempio, essere vegani può assumere una identità potente e ben più forte di tutte le variabili socio-economiche; alcune venature dell’ambientalismo prendono una connotazione identitaria onnicomprensiva; le identità dei gruppi più radicalizzati del tifo calcistico creano identità inossidabili; avere un animale domestico crea appartenenza più di quella politica; l’identità di quartiere è più forte di quella della città.

Su ciascuno di questi esempi si potrebbe discutere a lungo. Qui vogliamo solo dire che se “esse est percipi, se l’identità è data non oggettivamente, cioè dai dati storici, demografici e anagrafici, ma dalla percezione di sé che hanno le persone, allora siamo davanti a una grande frammentazione.

Un altro elemento decisivo è che pochi pensano che il proprio destino possa essere determinato dalla politica (se non quelli che vi lavorano dentro). L’80% del bilancio pubblico italiano è sostanzialmente fatto di spese “dovute” (pensioni, trasferimenti agli enti locali, ecc.) perciò quello che sembra uno strumento che può cambiare tutto, in realtà può cambiare poco. Infatti, tranne le leggi di principio, per il resto si tratta di mescolare e calibrare incentivi e disincentivi: siamo lontani dalla politica che cambia il destino della gente.

Meglio provvedere da sé. Se l’università italiana non funziona, si fa prima a mandare i figli all’estero che puntare sull’ennesima riforma. Questa “impotenza” della politica è abbastanza nuova, perché l’Italia è stata costruita con la politica che cambiava le cose sostanziali (la scuola per tutti; la sanità per tutti; la rete ferroviaria e poi telefonica, ecc.). Tutto questo non c’è più. Sperare che il mondo personale di ciascuno cambi con la politica è una speranza eccessiva.

L’identità socioeconomica è declinante, mentre cresce fortissimamente quella emotiva. Si sviluppa in maniera random, senza le categorie ideologico-filosofiche a cui eravamo abituati

Un contributo formidabile alla frammentazione sociale l’ha data l’evoluzione dei media. È stata la televisione che ha fatto l’identità reale del Paese, ma anche per questa via la frammentazione è andata dilatandosi. Prima avevamo tre canali pubblici, (Rai 1, 2, 3) che rispecchiavano le tre principali ideologie politiche del paese. Poi sono arrivate le tv commerciali, che hanno “liberato” il paese da questa tripartizione. Questa espansione dei canali ha “terremotato” le tre ideologie prima dominanti; o meglio ha destabilizzato i tre discorsi, distinti ma concorrenti, sullo stesso piano dell’interesse generale. Adesso l’interesse si divide per target. E questo coinvolge anche la Rai.

Cosa dire quando, con il digitale, i canali sono diventati centinaia e internet gli ha tolto persino la nozione di tempo, che tuttavia li accomunava? Perché non è la stessa cosa se tutti la sera vediamo una trasmissione che l’indomani commentiamo, rispetto al fatto che la vediamo, ciascuno per sé, in tempi e modi discordanti? Questo ha minato alle fondamenta la formazione di un’opinione pubblica sincronizzata (è il caso di dirlo) sullo stesso tempo.

Gli algoritmi che governano internet, per sovrapprezzo micidiale, pur di far “soggiornare” al massimo possibile gli utenti su un singolo sito o app, gli forniscono esattamente, singolarmente, molecolarmente, quello di cui hanno bisogno, o per cui hanno preferenza. Così si formano le “bolle” autoreferenti (anche politiche) e ogni riferimento collettivo si perde nel nulla, come lacrime nella pioggia.

Ci sono poi, anche dal punto di vista economico, ragioni ancora più strutturali per il declino del discorso pubblico: ad esempio, un’azienda del nord-est che esporta o che ha addirittura stabilimenti all’estero, quale politica generale può chiedere? Nessuna. Anche perché il suo mercato non è interno. Vorrà una migliore logistica; una politica fiscale specifica; un sistema di incentivi settoriale, ma non avrà più una domanda di interesse generale come siamo abituati a intenderla. Dato che l’economia italiana si regge fondamentalmente sulle esportazioni, questo aspetto modifica le gerarchie di interessi, e quello generale evapora.

Sono cambiamenti che modificano anche i sistemi politici. Volete un sistema proporzionale? Bene, ma se non ci sono più le ideologie da proporzionare, i blocchi sociali da proporzionale e, neppure i territori (dopo che la Lega ha abbandonato il monolitismo nordico), ha senso proporzionare i frammenti? Come si fa? Quali sono le regole d’ingaggio di questo proporzionalismo di mondi identitari autoreferenti e iper-frammentati?

I moderni partiti post-interesse generale come dovranno essere? Quali saranno le forme organizzative? E la comunicazione sarà di tipo psicografico più che di tipo politico-ideologico? I partiti saranno federazioni pseudo-neutrali di frammenti identitari forti più che piramidi che persuadono dall’alto? Probabile. Le tempeste emotive degli infiniti io dei social media come si comporranno sulle istanze politiche? Vinceranno i leader capi-tribù alla Trump; i leader autoritari, da comando unico che fa fronte alla polverizzazione della società o resisteranno i leader che rispecchiano i (restanti) tratti comuni della loro società, alla Merkel o alla Macron, lasciando che ognuno viva la sua identità, senza interferire?

Troppe domande senza risposte certe. Dove la certezza è che siamo entrati in un mondo dove è difficile trovare un interesse generale che, invece di essere un riferimento vuoto e retorico, sia il cardine emotivo dell’essere comunità.

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