campo largo
14 Ottobre Ott 2019 0600 14 ottobre 2019

La strategia filogrillina di Zingaretti non convince quasi nessuno

Perplessità diffuse sull’idea del segretario Pd di stringere un’intesa politica con i 5 stelle. Dietro alla decisione non c’è solo il timore di perdere l’Umbria e, peggio, l’Emilia, ma anche l'ipotesi di un accordo di ampio respiro che però andrà discusso, magari al Congresso

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Vincenzo PINTO / AFP

La «fuga in avanti» di Nicola Zingaretti (copyright: Giuliano Ferrara) ha suscitato un mezzo putiferio e ha dato l’idea di un Pd ormai “grillizzato” alla ricerca di un’alleanza organica con i Cinque stelle: qualcosa di impensabile anche solo due mesi fa. Attoniti renziani e calendiani, ma perplessi anche pezzi della maggioranza zingarettiana. Ecco materializzarsi il rischio di un assedio. Una prima correzione l’ha dettata Goffredo Bettini, il mentore del segretario, che ha parlato di «campo largo», volendo fugare l’impressione di un’intesa esclusiva con i Cinque stelle. Ed è da scommettere che altre “precisazioni” giungeranno nei prossimi giorni. Ma ormai la frittata è più o meno fatta.

C’è da chiedersi dunque perché mai il segretario si sia voluto infilare in un discorso politicamente scabroso: ma come, non è bastato ingoiare l’intesa di governo con Di Maio? Addirittura bisogna farne la base di una strategia generale? E poi, perché parlarne adesso?

Innanzi tutto c’è un’urgenza immediata che spinge il numero uno del Pd all’abbraccio con Di Maio. Un’urgenza chiamata Umbria. È nella piccola ex regione rossa che per la prima volta si testerà “l’affinità elettiva” fra i due partiti – la verniciatura “civica” infatti non cancella per nulla questa evidenza politica – ed è in Umbria che si vedrà la tenuta dell’elettorato grillino rispetto all’alleanza con i democratici, fino a ieri nemici giurati. Il malessere, a Terni e non solo, dicono che stia contagiando tanti elettori del M5s. E senza quei voti l’Umbria è persa. Troppo dire che per Zingaretti sarebbe un colpo mortale ma una ferita sì.

E soprattutto dopo ci saranno la Calabria e l’Emilia, dove il segretario intende seguire lo stesso schema: è chiaro che una sconfitta in Emilia sarebbe letale. Da non dimenticare poi il Lazio, dove il segretario del Pd governa con l’ausilio decisivo dei grillini che in un certo senso lo tengono in pugno, rischiando pure fratture interne: ed è noto che “Nicola” a tutto rinuncerebbe tranne che alla guida della sua Regione, tanto da aver fatto infuriare un sacco di gente, fra cui Gentiloni e Bettini, con il no ad una poltrona nel governo Conte 2 pur di non cedere la sua alla Pisana.

Nella foga filo-grillina la frizione gli è scappata. La frase sulla Raggi che «non si deve dimettere» ha creato un mostruoso cortocircuito comunicativo, finendo per suonare come la fine delle ostilità o addirittura come l’annuncio di una possibile intesa per un secondo mandato della peggiore sindaca che Roma ricordi. Interpretazione esagerata, ma resta da chiedersi quale sia, a questo punto, la linea del Pd romano (che ha fra l’altro un gruppo dirigente completamente nel caos): che opposizione è quella che non lavora per mandare a casa una sindaca contestatissima?

Tutto questo svela il perché degli incontri segreti con Di Maio, delle frequentissime telefonate, degli ammiccamenti e adesso persino della «proposta strategica». Mettendo nel conto che per ora il ministro degli Esteri fa il prezioso ma sperando che l’offerta prima o poi lo tenti. Ma il punto è che i voti grillini gli servono come il pane.

Poi c’è un discorso più di prospettiva. L’idea di Zingaretti è quella di una restaurazione di una qualche forma di bipolarismo nel quale alla destra sovranista si contrapponga un centrosinistra con i grillini dentro. Una legge elettorale a doppio turno sarebbe un ottimo strumento per questa operazione. La cosa va costruita nel Paese, come si diceva una volta, avvicinando progressivamente i due elettorati ma certo non può prescindere da un solido accordo di vertice (e da una pratica quotidiana di governo nella quale, come si sta vedendo, il Pd è generosissimo – diciamo così – verso le istanze dei Cinque stelle).

Tutto questo è realistico ma è molto lontano dall’impostazione che stava alla base della nascita del Partito democratico, basata sull’idea che dovesse essere esso stesso il soggetto competitivo con la destra, pur facendo qualche alleanza ma non certo con chi ha condiviso una bella porzione della pietanza antipolitica che è stata propinata all’Italia.

Ecco perché alcune sensibilità si sono risentite. Gente vicina a Gentiloni, renziani rimasti nel Pd, Orfini e i suoi, oltre a Calenda e Italia viva. Nulla che possa scalfire l’asse di ferro Zingaretti-Franceschini che guida il Nazareno, beninteso. Ma è chiaro che la questione non finirà qui. Ed è per questo che ha ripreso a circolare quella parola magica nel vocabolario della politica che segnala sempre un po’ di febbre: Congresso. Anche perché la nuova linea zingarettiana non è quella uscita dalle primarie vinte dal medesimo Zingaretti. E chissà se un Congresso non potrebbe servire anche a lui, per rafforzare una leadership che tuttora non si identifica con una strategia precisa.

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