Disegno ottomano
15 Ottobre Ott 2019 0600 15 ottobre 2019

Ecco che cosa può fare l’Italia per fermare Erdogan

Il tradimento Usa e i silenzi dell’Occidente stanno ridisegnano in poche ore un nuovo Medio Oriente. Avremmo dovuto imporre noi, invece, una “No-Fly Zone” sul nord della Siria per proteggere i nostri alleati curdi

Erdogan_Linkiesta

L’attacco della Turchia nel Kurdistan è iniziato soltanto pochi giorni fa e già si contano 130.000 nuovi civili rifugiati dalle aree di frontiera fra Kurdistan siriano e Turchia verso l’interno e l’Iraq; 780 detenuti ISIS evasi dalle carceri curde; milizie jihadiste che con la copertura dell’esercito turco compiono crimini di guerra come lo stupro e l’esecuzione della leader politica curda Hevrin Khalaf; il ritiro delle forze speciali USA; l’accordo fra curdi e regime di Assad e l’ingresso dell’esercito siriano nelle aree fin qui controllate dai curdi; un capovolgimento di alleanze che vede i curdi, fino a ieri i migliori alleati dell’Occidente, finire nelle braccia di Assad e della Russia.

Ma come ha dichiarato ieri Mazlum Kobani (comandante in capo dell’SDF): «Se dovremo scegliere fra il genocidio della nostra gente e dovere scendere a patti con chi non avremmo voluto (Assad e Putin), sicuramente sceglieremo per la vita della nostra gente». Difficile dargli torto.

Questo “mondo alla rovescia” ci è stato regalato da una serie di tweet del Presidente Trump che in poche ore ha tradito, con una slealtà che ha pochi precedenti nella storia recente, i nostri unici alleati seri ed affidabili nel teatro siriano: la “SDF-Syrian Democratic Force”, la coalizione fra i curdi di YPG e diverse milizie assire, cristiane e arabe. Sono loro che, dalle ceneri di Kobane, hanno ridato speranza ad un Medio Oriente sopraffatto dalle milizie del califfato, dai tagliagole dello Stato Islamico.

I curdi siriani insieme ai Peshmerga iracheni pagano un prezzo altissimo con oltre 10mila, hanno sconfitto ISIS con il sostegno della coalizione internazionale che ha garantito la copertura aerea, addestramento e forniture militari

I curdi siriani, che insieme ai Peshmerga iracheni, pagando un prezzo altissimo con oltre 10mila caduti, hanno sconfitto ISIS con il sostegno della Coalizione internazionale che ha garantito la copertura aerea, addestramento e forniture militari. I curdi in Siria ed in Iraq sono stati i “boots on the ground” di un Occidente che, dopo le infinite guerre in Iraq e in Afghanistan, non sarebbe più riuscito a fermare con proprie truppe sul terreno l’avanzata inesorabile dei jihadisti che fino a poco tempo fa occupavano meta della Siria ed un terzo dell’Iraq.

Era già successo a Kirkuk, quando dopo il Referendum sull’Indipendenza del Kurdistan iracheno (25 settembre 2017), l’Occidente abbandonò i curdi, costretti a ritirarsi da Kirkuk e dalle altre zone strappate dall’ISIS, per evitare il massacro da parte delle milizie sciite, armate dal regime iraniano e sostenute dall’esercito iracheno, armato da noi.

Ora è successo di nuovo, in maniera ancora più eclatante. La morte di Hevrin Khalaf​ ne è la metafora più evidente: donna, libera, impegnata in politica per la convivenza civile fra curdi, arabi, assiri, islamici e cristiani, fondatrice, in una terra che sembrava senza più futuro, di un partito il cui nome anch’esso abbiamo tradito: il Partito del futuro siriano. Bloccata in auto vicino a Tal Abyad da quelle milizie jihadiste, composte da transfughi di Al Qaeda che il satrapo Erdoğan usa in prima fila nell’invasione di queste ore, struprata, mutilata e il suo corpo martoriato a rimbalzare sui cellulari e sui social jihadisti.

Di questo è responsabile il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che con la “green light” del presidente Donald Trump ha dato il via l’ennesima mattanza siriana, il primo caso di un paese membro della NATO che promuove una pulizia etnica aggredendo un popolo libero, in totale spregio di quei valori che costituiscono il patto fondativo dell’Alleanza Atlantica: libertà, democrazia, stato di diritto. E in questo mondo alla rovescia in cui ci hanno condotto Trump ed Erdoğan, abbiamo anche dovuto assistere al veto congiunto di USA e Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro una risoluzione di condanna dell’invasione turca proposta da Francia e Gran Bretagna.

Intanto le forze di Assad in queste ore, per la prima volta da molti anni, sono rientrate nel Kurdistan siriano e si vocifera di una possibile No-Fly zone che potrebbe essere imposta dalla Russia sull’area per tutelare le forze curde

Intanto le forze di Assad in queste ore, per la prima volta da molti anni, sono rientrate nel Kurdistan siriano e si vocifera di una possibile No-Fly zone che potrebbe essere imposta dalla Russia sull’area per tutelare le forze curde. Il tradimento Usa e i silenzi dell’Occidente stanno ridisegnano in poche ore un nuovo Medio Oriente. Avremmo dovuto imporre noi, invece, una “No-Fly Zone” sul nord della Siria per proteggere i nostri alleati curdi, come fece l’amministrazione di Bush senior nel nord dell’Iraq per difendere i peshmerga dalla vendetta di Saddam Hussein.

Dopo le prime timidissime reazioni nelle cancellerie occidentali, urge un sussulto di dignità del mondo libero. Al Senato Usa, su iniziativa del repubblicano Lindsay Graham e del democratico Chris Van Hollen, è stata depositata una risoluzione molto dura che condanna l’azione turca e propone un regime di sanzioni contro il regime di Erdoğan.

È un buon inizio, ma si può fare di più. E anche l’Italia può fare la propria parte, interrompendo le forniture di armi alla Turchia (non soltanto i contratti futuri, ma le forniture in essere) e mettendo in cantiere una serie di azioni per aumentare l’isolamento internazionale della Turchia: richiamare l’ambasciatore da Ankara; ritirare i 130 soldati italiani inquadrati nella missione Active Fence per la difesa dello spazio aereo turco (sic!); chiedere la convocazione del consiglio NATO per valutare un’iniziativa nei confronti della Turchia insieme ai partner dell’Alleanza e per valutare anche se la presenza della Turchia sia ancora compatibile con i valori fondanti dell’Alleanza.

E questo è il nodo cruciale. L’Alleanza atlantica è molto di più di una semplice alleanza militare come scritto a chiare lettere nel trattato: «Gli Stati che aderiscono al presente Trattato... si dicono determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto».

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