Una casa per tutti
16 Ottobre Ott 2019 0600 16 ottobre 2019

Ecco perché la legge sugli affitti equi è una battaglia giusta per Berlino, e anche per Milano

Nella capitale tedesca arriva una legge per bloccare gli affitti per 5 anni. Anche in Catalogna si accelera per ampliare l’edilizia pubblica e calmierare il mercato, mentre in Lombardia è tutto fermo

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Il parlamento regionale di Berlino intende approvare entro il 17 ottobre una legge che congelerà per cinque anni il prezzo degli affitti nella capitale. La coalizione di governo (SPD - Verdi - Die Linke) con questa misura vuole mettere freno alla crescita incontrollata della speculazione in un mercato di 1.600.000 affitti (84% sul totale delle abitazioni, circa 1.900.000 abitazioni per una popolazione di 3.700.000 abitanti), 105.500 dei quali sono alloggi di edilizia sociale. Un’iniziativa radicale, osteggiata dal centrodestra e dalle associazioni dei proprietari, che ha acceso un intenso dibattito per una eventuale estensione anche a livello nazionale. Nelle grandi città tedesche la tensione sociale sulla problematica è già alta per la scarsità di alloggi e gli aumenti spropositati dei prezzi degli affitti.

Crescono in tutta Europa vertenze territoriali che restituiscono al diritto alla casa il senso di diritto civile imprescindibile. Accanto alle battaglie per il clima, migliaia di giovani negli ultimi mesi hanno infatti manifestato per un affitto equo. In Inghilterra le proteste studentesche sono culminate in una giornata nazionale di azione contro la crisi degli alloggi il ​​6 marzo scorso e a Bristol decine e decine di studenti hanno trattenuto i pagamenti all'università ottenendo che gli atenei promettessero una riduzione dei costi di alloggio per centinaia di ragazzi.

Clima e città green sono battaglie culturali, mentre un letto a prezzo equo per poter studiare in una grande città passa da una condizione materiale concreta, da un’urgenza, da una quotidianità emozionante ma anche allarmante

Si tratta di battaglie che mettono in atto forme del tutto nuove di attivismo democratico e che si giocano nel cuore delle più grandi città occidentali. Perché sono le città a essere diventate l’epicentro della visione o della costruzione del modello sociale che si vuole difendere, proporre o mettere in discussione. Sono i centri urbani, le manifestazioni degli studenti, le occupazioni delle piazze anche da parte dei giovanissimi i campi di battaglia per la difesa di tante nuove vertenze. Mentre però quello del clima è un tema non divisivo, il movimento sugli affitti parla di divario tra ricchi e poveri, il fabbisogno abitativo nasce dalla necessità estrema, dalla contingenza, dalla compressione dei diritti e porta con sé tensione, scontro, un profondo senso di ingiustizia.

Clima e città green sono battaglie culturali, mentre un letto a prezzo equo per poter studiare in una grande città passa da una condizione materiale concreta, da un’urgenza, da una quotidianità emozionante ma anche allarmante. Lottare per un affitto congruo sembra far tornare all’uso di termini desueti, anacronistici, alla necessità di strumenti sorpassati, come lo sono state le cooperative sociali un tempo. I contorni di un nuovo conflitto di classe? Forse. Di certo parole come social housing e smart city non danno sufficienti risposte (e comunque concentrate a Milano) e sono rivolte ad abitanti che già possiedono i mezzi per poter vivere nelle grandi città. Si sperimentano nel privato tipologie abitative innovative, spazi e pratiche virtuose di coesione sociale e costruzione di comunità, ma i destinatari di questo tipo di edilizia sono prevalentemente giovani e quel ceto medio impoverito, reso fragile dalla crisi economica, abitanti quindi inseriti nel mondo del lavoro e attrezzati socialmente.

A Milano, città che vanta di accogliere giovani da tutta Italia, le residenze universitarie a disposizione non sono sufficienti per ospitare neanche un terzo degli studenti che ne avrebbero il diritto, ragazzi con un ISEE familiare sotto i 23.000 euro

In una città come Barcellona, storicamente povera di edilizia popolare pubblica, il sindaco Colau sta accelerando la sperimentazione di prototipi prefabbricati provvisori per realizzare un esteso parco di edilizia pubblica e calmierare il mercato. Lo scorso febbraio ha presentato il progetto APROP (parola che in catalano ha il bel significato di “vicino”) che prevede la costruzione di tre edifici modulari che metteranno a disposizione del municipio 92 alloggi con una o due camere da letto e con una capacità complessiva di accoglienza di 250 persone. L’investimento previsto è di 5,3 milioni di euro e oltre al terreno annesso alla zona di Glòries ce ne saranno altri nei quartieri storici di Sants-Montjuïc e Ciutat Vella. A Milano, città che vanta di accogliere giovani da tutta Italia, le residenze universitarie a disposizione non sono sufficienti per ospitare neanche un terzo degli studenti che ne avrebbero il diritto, ragazzi con un ISEE familiare sotto i 23.000 euro. Ragazzi quindi obbligati a cercare affitti presso privati, dove trovano appartamenti con un canone medio di 575 euro mensili per una stanza singola (6% in più rispetto allo scorso anno).

E invece proprio a Milano il diritto allo studio, ma non solo, alla casa come diritto civile imprescindibile, potrebbe essere difeso riconvertendo il patrimonio pubblico dismesso. Se infatti tradizionalmente l’edilizia popolare milanese è stata strumento utile allo sviluppo economico e sociale della città, oggi la sua funzione è interrotta. Non agisce più quel meccanismo che, rispondendo al fabbisogno di lavoratori ed immigrati, creava comunità residenziali vive, in grado a loro volta di dare vita a forme organizzate di protezione e rivendicazione. E allora si aspetta anche qui qualche ipotesi innovativa che intrecci investimenti di riqualificazione urbana e sociale, un ipotetico equilibrio tra ricerca di spazi abitativi di qualità e la risposta a fabbisogni abitativi anche nuovi. Una risposta che aggiorni quella qualità costruttiva di comunità e coesione sociale che era tradizionale nei quartieri popolari delle nostre città. Il tutto in quartieri centrali e no, che non aspettano se non un’eterogeneità abitativa che crea sempre ricchezza.

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