maschio bianco
16 Ottobre Ott 2019 0600 16 ottobre 2019

Sovranisti, vi sbagliate: Bret Easton Ellis non combatte la vostra battaglia

Esce in Italia il saggio dell’autore di “American Psycho”: le sue polemiche colpiscono la cultura del politicamente corretto, ma senza scendere in profondità. Non è il suo obiettivo e, del resto, non gli interessa

Bret Easton Ellis
da Wikimedia

È pur sempre Bret Easton Ellis, vien da pensare. Lo scrittore che ha segnato la narrativa americana della seconda metà degli anni ’80. L’autore, ancora adolescente, di Less Than Zero, inventore di uno stile (non di un genere, ma quasi) e di una idea di letteratura degli eccessi. Uno del Literary Brat Pack, etichetta giornalistica – e superficiale – che raccoglieva in un gruppo i nuovi talenti di quegli anni.

Parlare di lui significa, prima di tutto, provare rispetto. E poi – cosa che non sempre viene fatta – stare attenti alle trappole. Troppo ha giocato, nella costruzione del suo personaggio di enfant terrible della letteratura mondiale, disposto allo scandalo e disinteressato alla compiacenza dei critici, lo shock provocato da American Psycho. Colpa della violenza che gronda dalle pagine, dalla satira (o dala volontà di satira) che ritrae lo yuppie anni ’80 innamorato di Donald Trump, delle serate di sesso e droga che si trasformano in sedute di torture, omicidi e spietatezza. Denunciava il vuoto, ha ottenuto lo scalpore, le accuse di immoralità e corruzione da parte della cosiddetta buona società. Lo hanno trasformato nel loro «nemico numero uno», come scrive James Wolcott sulla London Review of Books, e lui si è fatto andare benissimo quel vestito e quel ruolo, continuando per un paio di libri: prima Glamorama, poi Lunar Park (dove però l’oggetto della sua satira era se stesso) fino a planare, tra varie collaborazioni cinematografiche e un podcast aperto nel 2013, alla sua ultima fatica: Bianco (Einaudi).

Voleva intitolarlo Maschio Bianco Privilegiato (White Privileged Male) e già questo ha scatenato le gioie di una certa fazione politica. Ma, come si diceva, attenzione alle trappole. Nella sua raccolta di saggi/memoir/idee Ellis racconta la sua infanzia «bianca di ceto medio alto», vissuta all’apice dell’Impero (da un punto di vista ellisiano, è il periodo in cui nell’immaginario comune, esisteva ancora un eroe americano – ora siamo nel Post-Impero) ma che soprattutto era libera dal controllo dei genitori, all’epoca per nulla preoccupati delle ore di assenza dei figli che vagavano, da soli o con amici, nel vicinato e alla scoperta del mondo. Gli helicopter parent, degenerazione della società contemporanea, ossessiva e ossessionata, allora erano impensabili. Fu in quelle ore che formò la sua personalità guardando in modo continuo film violenti, b-movie di scarsa qualità pieni di sangue ma dall’alto valore immaginifico (almeno per lui). A quelli alternava la visione di American Gigolò, film su cui avanza analisi acute (è pur sempre Ellis, si diceva), dove non esita a confessare quanto fosse ammaliato dalla bellezza fredda di Richard Gere, che prefigurava la spietata vacuità del mondo degli yuppie.

Da lì si dipana il racconto della sua divisione tra l’Ellis pubblico e quello privato (colpito da attacchi di ansia), fino alla definizione, appunto, del post-Impero, con cui analizza chirurgicamente il mondo che lo circonda. È il tanto atteso attacco al politicamente corretto, alle censure istantanee su internet, al “safe space”, al controllo della libertà di parola nei social, nelle università e in classe. Tutto il contrario di un infanzia consumata a guardare film violenti e sanguinari in beata solitudine, viene da definire.

Ma proprio quando appare pronta la sua adesione al quel movimento di protesta, un po’ libertario e un po’ censorio, di quella nuova (o vecchia) destra americana, infastidita dalle esagerazioni del pol.cor., ecco che scatta la trappola. Ellis non fa un passo in più: stiracchia polemiche già note, non costruisce argomentazioni, non prepara un arsenale per una battaglia. Lui polemizza, e basta. Non fa, come si scrive qui, come Jordan Peterson, lo psicologo canadese conosciuto e odiato per il suo attivismo al mondo dei “social justice warrior”, e nemmeno come Robert Hughes. La sua invettiva, che non si trasforma in una crociata, basta a confermare lo stile del personaggio e, in fondo, anche della persona. Tocca nervi scoperti (ma neanche tanto), suscita reazioni, rimane a guardare. Le sue affermazioni scorrette restano in superficie, non tentano affondi: sotto, del resto, troverebbero solo il vuoto. Di pregevole fattura, ma pur sempre vuoto. Non tanto diverso da quello che aleggiava intorno a Richard Gere nei ruggenti, spietati, anni ’80.

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