Il saggio di Paolo Manfredi
16 Ottobre Ott 2019 0600 16 ottobre 2019

Di che cosa parliamo quando parliamo di provincia

Le stime dell’Ocse ci dicono che nel 2100 la popolazione mondiale residente nelle aree urbane passerà dal 50 per cento all’85 per cento. Se non c’è ancora una vera discussione sull’impatto sociale che ciò può causare, in Italia il divario tra città e aree extraurbane si aggrava

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Photo by Martin Sanchez on Unsplash

Perché va la pena leggere il libro di Paolo Manfredi, Provincia non periferia. Innovare le diversità italiane​ (edizioni Egea)? Perché il tema città/provincia e disuguaglianze territoriali è il tema del futuro dell’Italia e ancora nessuno ne ha dato conto in maniera definitiva. Per ora si è solo risvegliata l’attenzione su un tema portato alla ribalta anni fa da Fabrizio Barca (bisogna riconoscerlo) e il suo lavoro sulle aree interne che classificava i comuni italiani non in base al reddito o alla dimensione ma in base alla lontananza dai servizi essenziali come scuole ferrovie e ospedali. Il tema ha perso trazione, affondato da una parte dal fallimento delle politiche di coesione al sud Italia e dall’altra per l’erronea convinzione che un periodo di crescita si sarebbe trasformato automaticamente in un periodo di benessere condiviso.

Il nostro tempo è definito il “secolo delle città”- con oltre il 50% della popolazione mondiale che già vive in centri urbani, percentuale che, secondo le stime dell’OCSE, salirà all’85% entro il 2100 – ma sono ancora poche le riflessioni su quali siano le ripercussioni sociali che questa tendenza comporta. Solitamente si parla di disuguaglianze di genere, di reddito, generazionali, ancora troppo poco di quelle territoriali, che invece stanno segnando un gap molto forte tra aree urbane centrali (ma anche all’interno delle stesse aree metropolitane), dove si concentrano le funzioni più attrattive e i posti di lavoro più qualificati ma dove il costo della vita è più alto, e l’hinterland dove il passato produttivo fatica a trovare nuovi sbocchi e che tendenzialmente ospita una popolazione con meno strumenti culturali ed economici.

Il fenomeno è di scala globale e si porta dietro diversi esempi, Brexit e Trump su tutti, in cui le mappe dei risultati elettorali restituiscono una polarizzazione in cui il centro è schierato con le istanze più progressiste mentre le periferie sono attirate dalle proposte populiste e sovraniste. Per dirla con parole da politologo, le città sono il luogo dell’apertura mentre le province sono il luogo della chiusura e della paura.

L’autore ha tre caratteristiche che si riflettono nel libro e lo rendono interessante: è di Confartigianato e quindi vive le rappresentanze territoriali e conosce nel dettaglio le piccole imprese di successo della provincia italiana: molto interessante il suo racconto nel capitolo 4); è esperto di trasformazione digitale delle imprese (e quindi parla con cognizione di causa degli effetti della tecnologia e dell’informazione sui territori nel capitolo 5); è di Milano e descrive a lungo le particolarità dell’unica città veramente integrata nella globalizzazione fino a proporla come centro catalizzatore della riscossa (ops, essere di Milano può essere un vantaggio ma forse ti rende anche antipatico).

Alcune vicende storiche e politiche hanno concorso al progressivo indebolimento dei territori extraurbani. L’assenza di coerenza tra le scelte infrastrutturali (soprattutto del trasporto pubblico) e i processi di urbanizzazione hanno generato territori cresciuti a macchia di leopardo in ambiti periurbani (il cosiddetto fenomeno dello sprawl) spesso in assenza di servizi. Se pensiamo ad alcuni contesti del centro Italia, è possibile riscontrare che la crisi non è solo di natura economica per l’avvento della globalizzazione e della competizione con mercati lontani ma è anche crisi d’identità, aggravata in quelle aree che nell’ultimo decennio sono state colpite da terremoti e alluvioni.

Il rapporto con i territori deve essere un pilastro della riflessione sulla sconfitta elettorale della sinistra, il tema "provincia", e quindi delle disuguaglianze territoriali, ha contato probabilmente di più nei risultati elettorali del Jobs Act o di altre policies

Uno dei principali problemi italiani è che le politiche pubbliche sono quasi sempre senza ancoraggi territoriali. L’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea a non avere un’agenda urbana e ad avere una legge urbanistica nazionale, risalente al 1942, scritta per gestire la ricostruzione post bellica ma inadeguata per i problemi di oggi che colpiscono città e provincia (ma la provincia di più!): che fare delle aree dismesse, come incentivare l’uso del trasporto pubblico, cosa farne delle cascine abbandonate, come far vivere centri storici in abbandono, come garantire e sostenere un sistema di welfare a fronte di continui tagli dei trasferimenti statali.

Il ruolo degli enti locali è stato mortificato dalla politica nazionale, ultimamente i meccanismi automatici di controllo dei bilanci (patto di stabilità) non ha saputo offrire validi strumenti per costruire nuovi scenari di sviluppo né per rendere più efficiente, in un Paese con quasi 8.000 Comuni, le strutture amministrative e tecniche. Sull’onda da una parte del “piccolo è bello” e dall’altra del “padroni a casa nostra” si è indebolita la dimensione politica degli enti territoriali mentre ha prevalso una funzione quantitativa e amministrativa. È come se ai sindaci si chiedesse solo di tenere i conti in ordine e di sovrintendere ai servizi di ordinaria amministrazione, svilendo una classe dirigente locale che inevitabilmente si vede costretta a difendersi da decisioni che sente come “calate dall’alto” e che tende a vedere nel proprio vicino di casa un possibile competitor di cui diffidare piuttosto che un alleato con cui collaborare per diventare più forti.

Il pezzo più bello del libro? Secondo noi (che però siamo malati di politica) quando racconta di tre decisioni che, sovrapponendosi, hanno condizionato l’ultimo quinquennio: il tentativo di abolire le province, la riforma delle banche di credito cooperativo e popolari e l’accorpamento delle Camere di Commercio. Non avevamo mai riflettuto (e forse non lo ha mai fatto neanche il senatore che per ironia viene da Rignano, cioè dalla provincia profonda) che probabilmente al di là delle stesse intenzioni della politica queste tre iniziative prese congiuntamente hanno avuto un effetto devastante nella relazione del suo stesso partito (di allora) con la provincia italiana. La somma di tali processi ha infatti messo profondamente in crisi la relazione tra territorio, comunità e potere politico.

Di fronte a fenomeni economici così potenti come quelli dell’agglomerazione, la politica non potendo fare molto, dovrebbe quanto meno non fare danni. Insieme al rapporto con il settore pubblico (la buona scuola, la riforma della PA e il codice degli appalti) il rapporto con i territori deve essere un pilastro della riflessione sulla sconfitta elettorale della sinistra. Il tema “provincia”, e quindi delle disuguaglianze territoriali, probabilmente ha contato di più, nei risultati elettorali, del Jobs Act e di altre policies che spesso sono chiamate a giustificare la sconfitta (e che sono al centro di un altro libro gentilmente citato dall’autore). Ed è proprio dal rapporto tra territorio, comunità e potere politico che occorre ripartire, lavorando su ciò che l’autore chiama “congiunzioni”, per mettere a sistema le intelligenze e le competenze di un territorio al fine di generare processi di sviluppo locale capaci di valorizzare le diversità dei contesti.

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